Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

"Questo Videoclip non ha ritmo, è scuro, non è fruibile"; è una considerazione che ha ancora senso in un territorio possibile come quello della rete, dove la "committenza editoriale" delle televisioni tematiche è stata sostituita da un processo di disseminazione più trasversale? E come mai il 90 per cento dei video indipendenti italiani sembrano dei brutti incubi mainstream di trent'anni fa, con "scemi che si muovono" ?  

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Nessuna intenzione di scomodare Gilles Deleuze, ci basterà introdurre con alcune idee questa piccola e provocatoria ricognizione Storica, pubblicata a pochi mesi dall’assegnazione dei premi PIVI, ovvero il Premio Italiano Video Indipendente, kermesse che abbiamo sempre seguito con consapevole distrazione facendo il nostro “dovere” e  pubblicando regolarmente i comunicati stampa, ma senza interessarci realmente ai contenuti, allineati al perenne stato comatoso del Cinema Italiano nel seguire regole e schemi indotti da un modello industriale morto e sepolto e che ha perso completamente di senso nell’ambiente combinatorio e anti-sistematico della rete partecipativa.

La media dei Videoclip prodotti in Italia in quel contenitore confusionario che viene definito come “indipendente” è rappresentata da “prodotti” che pur non potendo più contare sull’appoggio di specifiche realtà editoriali, mimano ancora strategie e posture di un mainstream morto vent’anni fa, quando le televisioni tematiche giunte ad una solida e inattacabile maturità industriale, imponevano regole, scelte, tendenze, colore, illuminazione e quell’idea perversa di “ritmo” invisibile subordinato ad una coerenza narrativa molto più vicina ad una parodia del cinema muto che a un territorio di sperimentazione su formati, linguaggi, durata.

Eppure la “storia” del Videoclip ha subito sterzate importanti proprio attraverso l’infrazione alla regola, basta pensare all’influenza trasversale di Nam June Paik su tutta l’era “catodica” del video promo, un momento quasi irripetibile per lo stupore positivamente infantile con cui il mezzo veniva “stressato” in una direzione visionaria;  tra Get Down On It, il gioco delirante e pittorico che moltiplica lo spazio performativo dei Kool & The Gang e la normatività di Small Town Boy, diretto da un Bernard Rose già preccupato di uccidere lo sguardo raccontando una storiellina, c’è una differenza di soli due anni che in termini di produttività industriale sarà ovviamente sbilanciata a favore della scelta narrativa, o peggio ancora, di una ripetizione “funzionale” dello spazio performativo televisivo.

Oggi, mentre Cam Archer, Harmony Korine, Olivier Groulx, giusto per citare alcuni “videasti” contemporanei tra i più stimolanti, recuperano formati ridotti desueti in una direzione anti-nostalgica che dialoga costantemente con il digitale, la maggior parte delle clip Italiane prodotte in ambito “indipendente” sono al contrario schiave di un’estetica predeterminata dai dispositivi, tanto per intendersi siamo più dalla parte dei pre-set di Instagram, a cui molti software di editing si stanno pericolosamente allineando, che di un video come Solar Year , piccola scultura “nel” tempo  realizzata  da Cam Archer per 200 Years.

E allora mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura, perchè non è colpa nostra se ancora esistono spettacoli con fumi e raggi laser, se le pedane sono piene di scemi che si muovono. Sembra in effetti la perversa e a volte dolorosa sinergia che potrebbe verificarsi in alcuni contesti; di fronte alla libertà creativa consentita dai network di condivisione di massa, unici reali “committenti” in un “mercato” che ha decentrato referenti e fruizione, la figura del promoter italiano, preoccupata di presentare un piano di comunicazione credibile, impone modalità, recluta registi di matrimoni, ricrea le condizioni per mimare un contesto produttivo che non esiste più e casomai persiste,  per una stolida attitudine del popolo italiano a non godersi la libertà, fosse questa anche solo una questione di “formati”, anzi, di infrazione del “formato”.

Tenendo ben in mente una delle frasi più feroci e divertenti di Furio Scarpelli come quella legata allo “specifico filmico”  “per lungo tempo la malattia infantile del cinema”, ci siamo allora immaginati una traccia storica-possibile, del tutto obliqua rispetto a quella del Videoclip, che già di per se è apolide a fortunatamente anti-specifica; un percorso alternativo giusto per riaffermare un concetto che ci era chiaro, ovvero che la libertà e l’autonomia  ha attraversato  con più frequenza gli assetti più determinati in termini industriali, che non i contesti “fieramente” indipendenti, spesso orientati alla conservazione di vecchi modelli e strategie di comunicazione ammuffite.

 Lo stimolo comincia dalla definizione di tempo nell’immagine invece che “tra le immagini”, ovvero la possibilità che l’immagine stessa sprigioni il tempo aprendosi all’attesa, agli spazi defunzionalizzati, alla libertà di chi guarda nell’operare il proprio montaggio. Al contrario, il tempo “tra le immagini” è il gioco facile dell’artificio ipertrofico, di quel sincrono troppo perfetto tra tempo dell’immagine e suono, che si nega la possibilità di andare in profondità, dentro gli infiniti accadimenti di un piano sequenza o semplicemente di rilevare uno scarto, un difetto, un’aritmia.

Senza la presunzione di pensare che quella appena indicata sia l’unica strada, possiamo dire che al contrario il “mainstream indie” porta avanti sopratutto in Italia, un’immagine di s(t)olidità quasi Berlusconiana, ripulita, accomodante, di quadratura televisiva oppure coloratissima come  una qualsiasi  “milano” da Bere fuori tempo massimo; un videclip deve ancora essere veloce, stupido, colorato, “girato bene” (cosa significa “girato bene”, qualcuno me lo spieghi!!)  e pieno di “scemi che si muovono“; se un’inquadratura dura più di 20 secondi con l’ardire di cogliere il vuoto da cui siamo circondati, deve essere brutalmente cassata in accordo ad un piano di comunicazione che, considerato il contesto e la “committenza” editoriale, suona un po’ come “giocare a fare i produttori artistici”

Se non fosse così, facciamo ammenda per aver dato sfogo alla nostra fervida immaginazione; più difficile sarà affermare che i Video Italiani degli ultimi dieci anni non corrispondono all’asfissia descritta sopra; nel dubbio proponiamo la nostra lista di videoclip “sbagliati” e attraversati da “pericolose” a-ritmie.

Brilliant Disguise
Meiert Avis è uno dei videasti più gettonati tra gli Ottanta i Novanta, nel 1987 si prende carico di quasi tutte le clip di promozione per Tunnel of Love di Bruce Springsteen. Per la realizzazione di Brilliant Disguise  Avis parte dal testo del Boss, una sofferta confessione sulla fiducia e sulla verità dello sguardo: “So tell me what I see when I look in your eyes | Is that you baby or just a brilliant disguise“. Il risultato è un piano sequenza di quattro minuti; sullo sfondo una cucina “di famiglia”, poco importa se vera o ricostruita, quello che conta è l’intensità che al terzo minuto occupa già tutta l’inquadratura con il volto di Springsteen.

We all go back to where we belong
Is this really what you want?  il ritorno alle origini è quasi sempre la conseguenza di un’ansia di verità; Dominic DeJoseph gira le due versioni del video per i REM con un buon numero di “stop” sopra la norma; bianco e nero e la luce che brucia l’immagine; delle due versioni preferiamo quella con Kirsten Dunst, molto più del pretenzioso Melancholia coglie in poco più di 3 minuti la complessità di un sentimento contrastante tra gioia, dolore, depressione, malinconia e diventa quasi un piccolo documento intimo sulla carriera della stessa Dunst.

Sunday
Macaulay Culkin, nel pieno della crisi più dolorosa della sua carriera, si guarda fisso allo specchio per i primi 24 secondi e per altri 40 gioca con la lingua. Sunday è uno dei video più belli diretti da Harmony Korine.

Velouria
Inserito da NME nella classifica dei 50 video peggiori di tutti i tempi, Velouria dei Pixies è un vero e proprio anti-video; forse meglio di ogni altra immagine di quegli anni sintetizza tutta la retorica industriale dei ’90 fatta anche di posture e slow motion, mettendola a nudo in una forma aspra e brutale, nello stesso modo in cui Kurt Cobain in Smell Like Teen Spirit giocava con la luce, spezzando lo spazio della performance e mangiandosi letteralmente l’inquadratura. Realizzato a scopo prettamente funzionale per consentire alla band di Black di partecipare a Top of The Pops, sembra una parodia dei Promo video degli anni ’70 e allo stesso tempo una “mise en abyme” dell’immagine fortemente “voluta” dalle televisioni tematiche al potere.

Head over Feet
Alanis Morissette esce fuori dai margini del lipsync, guarda oltre l’obiettivo, scappa dal quadro che per dieci secondi rimane nero, si allontana e va fuori fuoco; gioca con una libertà estrema sconnettendo tutti i piani (visivo, sonoro…),  monta il video nel suo farsi e ovviamente lo dirige.

Hikari
Kazuaki Kiriya, uno degli autori Giapponesi di “cinema digitale” più interessanti degli ultimi anni (Kyashan, Goemon) dirige il video per la notissima J-pop star Utada Hikaru. Hikari è filmato ad altezza body-cam, e inquadra la Hikaru mentre lava i piatti ed esce di campo per qualche secondo; lo spazio è quello dei numerosi set attivati ogni volta da una sessione connettiva, l’immagine più vicina a quella di alcune esperienze  quotidiane tra dimensione privata e spazio virtuale; il video viene prodotto in anni non sospetti, ovvero nel 2002 e otto anni dopo la Hikaru farà apparentemente la stessa cosa auto-dirigendosi Goodbye Happiness e rovinando tutto con l’ansia di metterci dentro ogni cosa, inclusa un’insopportabile “simpatia” Hipster, più o meno la stessa dei Vampire Weeekend o di Verner giusto per indicare una deriva transnazionale. Del resto, a proposito di Videografie hipsteriche, rispetto al panorama “nostrano” sono molto più convincenti le fantasie adolescenziali iper-prodotte per Taylor Swift che nella rappresentazione di se stessa dimostra di avere le idee molto chiare:  “Would hide away and find your piece of mind | With some indie record that’s much cooler than mine

The Voice Within
Il peggio di The Voice Within è nella patina a cui David LaChapelle non riesce a rinunciare, la parte migliore è ovviamente Christina Aguilera, che esce dal deposito di materiale di scena dove si trova, e possiede letteralmente il piano sequenza, mangiandosi per un attimo lo sguardo controllatissimo del fotografo di Fairfield.

Pour it up
Sullo splendido video diretto da Robyn Rihanna Fenty abbiamo già parlato da questa parte, gioverà ricordare in questa sede che dopo aver cacciato dal set un regista del calibro di Vincent Haycock (suo il bellissimo e “femminista” Lover to Lover per Florence Welch), la cantante Barbadiana si è riappropriata di un concept più sporco, muscolare, assolutamente fuori contesto se non internamente a quello cognitivo di una realtà al confine con la criminalità organizzata; una vera e propria simpatia per il diavolo che si esprime autonomamente, in barba ai diktat promozionali.

Velour Rouge
Dasha Rush
ci ha raccontato la realizzazione di uno dei tre video da lei diretti durante una conversazione tenutasi al Viper Theatre lo scorso cinque ottobre 2013; tutto il rapporto con la parte strettamente “visual” della sua musica è rimandato ad una video intervista di prossima pubblicazione qui su indie-eye.it; a noi interessa, a proposito di tempo nell’immagine, la stratificazione complessa del suo video, “velluto che si tocca” lo ha definito la Dj di origini russe, visione che si espande dal suono e viceversa, libertà assoluta di chi paga i conti della propria, personale etichetta.

Bendin’
La lista potrebbe essere senza fine, ma ci piace “chiudere” con il video diretto per gli HTRK da Nathan Corbin, già parte degli Excepter e mente visuale di entrambe le band. Corbin pur cercando di percorrere la via di una certa sinestesia percettiva, abbandona quasi del tutto la tentazione del “raccordo” funzionale tra suono e immagine, al contrario i suoi sono take estenuanti, lunghissimi e dilatati, dove il tempo si modifica dentro l’immagine.

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.