giovedì, Febbraio 25, 2021

AM, gli Arctic Monkeys diventano più oscuri

Che gli Arctic Monkeys non fossero più la cricca molestata dall’acne di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, era già stato rimarcato con insistente ossessione con l’uscita di Suck It and See. AM, qualora qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, sottolinea quanto le distanze si siano allungate e quanto i quattro dello Yorkshire non siano più i “nostri bambini”. Ci eravamo abituati ad essere gli zii adottivi o i cugini maggiori degli Arctic Monkeys, ma ora i nipotini sono grandi, alcuni di loro vivono in loft d’eccezione con vista Grande Mela, altri stanno per sposarsi, insomma sono sicuramente molti ma molti passi avanti a tutti noi.

Abbandonate le felpe col cappuccio e la polo a mezza manica, Alex Turner e soci hanno calcato i palchi (Glastonbury per dirne uno) laccati e stirati all’interno di abiti sartoriali, chiodo in pelle e acconciatura totalmente à la mode (la febbre rockabilly, alla fine, contamina tutti). A contribuire e non poco alla crescita degli Arctic, un nome spicca su tutti: Josh Homme. Come ogni cattivo maestro che si rispetti,Homme ha strigliato e scrollato gli Artic più di quanto Humbug lasciasse intravedere, infiltrandosi irrimediabilmente nel loro dna. AM è una costante conferma di questa ibridazione. E non è un caso che Homme stacchi un gettone presenza in One for the Road e Knee Socks e che un certo eco QOTSA sbuchi nei riff rullanti e nella batteria pestata di I Want It All. Suoni più cupi, per certi versi più americani, che consento a AM di intrufolarsi nei territori stone/rock lasciando ampi margini di manovra alle linee di basso (Arabella) e gettare un velo di inquietudine grazie a cori in falsetto che da amicali assumono vesti più diaboliche, come nel caso di One For The Road che ammicca ad un Sympathy for the devil.

Tuttavia la svolta oscura non assorbe completamente il mood dell’album e gli Arctic dimostrano di avere ancora qualche asso nella manica, prima nei passaggi avvolgenti e marpioni come in Mad Sounds e poi con l’ironia di Why’d you only call me when you’re high, il cui video val ben una messa e una visita.
Insomma AM può concorrere alla targa di miglior album degli Arctic e, con grande probabilità, aggiudicarsela; è l’album che oltre ad aver azzeccato di fatto ogni traccia della tracklist, espone al meglio i capisaldi del Turner-pensiero, quel nichilismo amoroso che aveva bisogno dell’incontro col poeta inglese John Cooper Clarke per rendersi ulteriormente disilluso e apatico, riassumibile nella frase di No. 1 Party Anthem’: “I just want you to do me no good”.

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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