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Un'intervista incendiaria ad Andrea Appino, incontrato lo scorso luglio alla Festa della Musica di Chianciano Terme, dal suo splendido lavoro solista, "il testamento" fino al suo modo di intendere la rete dei Festival musicali, una conversazione senza filtri tutta da leggere 

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Parlare con Andrea Appino è tutte le volte una piacevole sorpresa, lo abbiamo incontrato recentemente durante il lavoro di documentazione svolto per la Festa della Musica di Chianciano Terme,  dove il musicista Pisano, ospite con il suo nuovo progetto solista “il testamento”, ha regalato al pubblico presente una performance incendiaria insieme ai suoi nuovi compagni di palco, Enzo Moretto degli …a toys orchestra – chitarra e tastiere – Enrico Amendolia al basso e Rolando Cappanera, batterista storico della Strana Officina. Occasione ghiotta per parlare con lui di questa sua nuova avventura co prodotta da Giulio “Ragno” Favero, che nel disco suona anche il basso, cosi da costituire  una sezione ritmica potentissima insieme alla batteria di Franz Valente, altro elemento del Teatro Degli Orrori, mentre Enzo Moretto degli …A Toys Orchestra cura le chitarre e Rodrigo D’Erasmo incide le parti di violino.

Con Andrea abbiamo parlato della nuova line-up, del modo in cui questo progetto, fortemente autobiografico, è emerso durante la sua lunga storia musicale, della sua attività di produzione condivisa con gli Zen, la Ice for Everyone, e anche del “buio futuro”; si perchè un po’ di anni fa, gli avevamo chiesto un parere sincero e senza filtri sull’operazione “il paese è reale” e quest’anno abbiamo pensato di stuzzicarlo nuovamente, chiedendogli un parere sui Festival che vogliono “salvare il mondo”.

Le foto dell’articolo sono di Bianca Greco

La prima cosa che volevo chiederti è come cambia, se cambia, il tuo metodo di scrittura dal lavoro insieme agli Zen Circus a questa tua nuova avventura solista?

I pezzi de “il testamento” li ho scritti mentre lavoravo a “Nati per subire” alcuni mentre scrivevo “Andate tutti affanculo” e molti mentre scrivevo il prossimo degli Zen, il lavoro quindi è lo stesso: chitarra acustica, foglio, penna e un plettro.

E come hai deciso allora la selezione dei pezzi per “il testamento”?

È una vita che pensavo a come sarebbe stato fare un disco senza gli Zen, anche perchè sono il mio primo gruppo da quando avevo sedici anni, quindi puoi capire, vent’anni! è un po’ come se stai vent’anni con una ragazza e magari a 35 anni dici, oh! chissà com’è far l’amore con un’altra; alcuni se lo chiedono, alcuni lo fanno, fortunatamente nella musica non c’è il problema che qualcuno ci possa rimaner male, ho chiesto agli Zen cosa ne pensassero visto che dovevamo comunque fermarci per un anno, ne avevamo bisogno per motivi anche strutturali, dieci anni quasi ininterrotti, cento date l’anno. Era una vita che volevo scrivere un libro e un disco sulla mia famiglia, il libro l’avevo già cominciato ma non mi è sembrata una buona idea, avevo già scritto alcune canzoni, una addirittura ha circa sette anni, sempre sulla storia assurda della mia famiglia e allora ho portato avanti l’idea di fare un disco, ho scelto quindi le canzoni che melodicamente non erano degli Zen, prova per esempio ad ascoltare “Questioni d’orario“, l’avevo scritto ai tempi delle prime cose in Italiano della band (I bambini sono pazzi e via dicendo), ovvio che non c’entrava con quell’immaginario ed è rimasta li. Ecco che l’ho recuperata e sono andato avanti a manetta, avendo un concept molto preciso da seguire. Gli Zen inoltre hanno la tendenza a parlare dell’avere 30 o 40 anni oggi, mentre “il testamento” parla del passato, storie di persone che avevano 20 anni negli anni ’40, 20 anni nel ’68.

Mi ricordo una serie di tuoi concerti solisti di un po’ di tempo fa, per esempio uno al Tambourine di Seregno dove raccontavi già la storia della tua famiglia, sembra effettivamente un’ìdea antica…

La storia della mia famiglia è davvero assurda e ho sempre cercato di tirarla fuori in un modo o in un altro, quei concerti a cui ti riferisci tra l’altro, si chiamavano “La terapia“, ringraziavo tutti durante quei concerti, era come avere degli psicologi che ti pagano, fantastico! Diciamo che fino a quando non si è presentata l’occasione di mettere insieme questi stimoli, li ho lasciati separati dal lavoro con gli Zen.

Lavorare con Valente e Favero come è stato rispetto al lavoro con i tuoi consueti compagni di viaggio?

In studio ho principalmente lavorato con Giulio Favero, lo conosco da molto, dai tempi dei One Dimensional Man, abbiamo due modi diversi di intendere la musica, ma veniamo dagli stessi ascolti quindi è una vita che in qualche modo ci frequentiamo. Mi piace poi lavorare con quelle persone che molti reputano “scure” e “incazzose”, io ci sono cresciuto con persone così e mi sono sempre piaciute..

…tu sembri il contrario…

Beh, io sono il contrario per questioni di sopravvivenza, nel senso che sono cresciuto nell’oscurità, nel giramento di coglioni e nella malattia; la mia sopravvivenza si è per forza di cose fatta strada attraverso un atteggiamento opposto, ciò non toglie che apprezzo molto le caratteristiche delle persone che non sono come me, vivere in mezzo a persone sempre felici e sorridenti non mi interessa.

E sul palco, il cambiamento come lo hai vissuto?

All’inzio è strano, con Giulio e Franz abbiamo fatto solo tredici date, e si è perso quella cosa tipica dei tour, dove dopo venti date cominci a capire esattamente cosa stai facendo, ma mi è piaciuto molto suonare con loro. Veniamo tutti da esperienze diverse; gli Zen che funzionano con il loro pubblico, cosi come il Teatro Degli Orrori, ok ci mettiamo insieme e magari c’è chi pensa, fantastico, spaccheranno tutto; col cazzo, non funziona così. “Il testamento” è un disco tristissimo, oscuro e molto diverso dal materiale degli Zen, cosi come è diverso da quello che fa Il Teatro degli Orrori, ed è a tutti gli effetti un “primo disco”, quindi ci siamo scontrati con quella cosa bellissima che ti scordi per la strada quando fai tanti concerti, ovvero portarsi a casa il pubblico tutte le sere; il tour per inciso è andato molto bene ma la gente era all’inizio presente in numero minore rispetto ai concerti degli Zen e del Teatro. Il disco ha spiazzato un po’ il nostro pubblico, ora che ho capito in primis come funziona il concerto l’unica pecca forse è che Franz e Giulio sono dovuti tornare con il Teatro degli Orrori troppo presto. Ma sono comunque molto felice, ne era venuto fuori un amalgama denso.

Uno dei pezzi che preferisco de “Il testamento”  è “La festa della liberazione”…..

È quello che è più vicino al materiale degli Zen Circus, per l’anima folk che lo attraversa…

….quindi qual’è per te il più rappresentativo del disco?

 Musicalmente Che il lupo cattivo vegli su di te, al livello dei testi invece I giorni della merla e 1983; vedi questo è un disco che avrei potuto fare in mille modi diversi, molti mi hanno chiesto perchè non l’ho realizzato chitarra acustica e voce; onestamente avevo voglia di fare qualcosa di diverso. [continua nella pagina successiva]

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.