Bass Drum of Death il garage rock di John Barrett

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Secondo atto per la coppia statunitense che dopo l’esordio con GB City, salutano il 2013 con la pubblicazione dell’omonimo Bass Drum of Death. Dalle rive del Mississippi attraverso tutta l’America, i due baldi giovani si sono fatti spazio alternando tour nominali a concerti in apertura per band come Black Rebel Motorcycle Club.

A portare avanti le sorti del gruppo è sempre lui, John Barrett, unica spinta creativa del gruppo e macchinista dell’intero progetto. E se non fosse chiaro, a rimarcare l’organigramma complessivo ci pensa l’artwork e la conseguente scelta di Barrett di occupare singolarmente la copertina in versione bello, fumante e vagamente languido, il tutto desaturato al punto giusto.

Dai ragionamenti di Barrett derivano le undici tracce dell’album, undici soste nelle maglie di un garage rock che nulla aggiunge  e nulla toglie a quanto è stato fatto fino ad oggi. Gli ingredienti di base ci sono tutti; suono sporco, riff rauchi, abbondanza del fuzz e una produzione low-fi a voler essere generosi nelle definizioni. Un bel esercizio di maniera dove il minutaggio breve e conciso è la chiave di riuscita per i pezzi più apprezzabili (Shattered Me) e, di contro, il default tecnico per quelle oltre i tre minuti.

Such a Bore si inchioda in un loop psycho noise che poteva trovare la scritta fine molto prima del previsto, No Demons, traccia successiva, incede in una nenia appiccicosa dove, alle lunghe, tutto quello che rimane impresso è il cicaleccio dei piatti. Convince di più la camminata nei terreni della psichedelia di Faces of the Wind e la furia ruvida dell’opener I Wanna Be Forgotten.

Un album smargiasso che tenta di mitigare le radici garage rock  deviando verso un post punk noise alla Psychocandy di Jesus and Mary Chain, ma senza ottimi risultati. Ne resta una tonalità opaca di grigio, uno segno a matita che in realtà non incide quanto vorrebbe, e dovrebbe. In questo, il paragone con altri nomi nel roster della Innovative Leisure (Hanni El Khatib per dirne uno), segna un distacco notevole.

Forse non sarà il 2013 l’anno della svolta; qualche segnale positivo sembra muoversi ma manca l’azzardo creativo e una personalità che abbia meno padrini nel mondo vintage.

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Giulia Bertuzzi
Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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