Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Formidabile Bobo Rondelli al Marea Festival di Fucecchio. Senza mai risparmiarsi ha costruito il suo show guidato dal gioco e dall'improvvisazione passando dal repertorio degli album a "Guarda che Luna", la canzone napoletana, gli Ottavo Padiglione, la scrittura di Emanuel Carnevali, l'anima di un panettiere con la voce di Marcello Mastroianni, entrambe accolte dal suo corpo, la checca nacchera e Piero Pelù oltre alla sua versione di I Don't Want to Grow Up, più Ramones che Tom Waits, il tutto mescolato in un calderone anarchico dove la citazione perde i confini di sicurezza della cultura inservibile e diventa un momento di vita vissuta, mai uguale a se stesso.  

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Fare le canzoni è come fare piccole regie, è il cinema dei poveri la canzone per come la vivo io (Bobo Rondelli, intervista su indie-eye)

Nel 2014 Marco Pannella, durante un convegno sulle nuove unioni allestito a Verona, definiva il riconoscimento dei matrimoni come una rivendicazione fine a se stessa. Per lo storico leader radicale “I gay, che hanno sempre dovuto combattere contro le discriminazioni adesso dicono: vogliamo che la ruota giri ed essere noi che vogliamo il matrimonio“. Ma quello che davvero contava e ancora conta per Pannella è l’unione nell’amore, nella libertà e nella civiltà perchè “i gay – aggiungeva – possono avere meglio acquisito il senso di responsabilità personale, di difesa della propria responsabilità e libertà e non quelli che devono ottenere dagli altri qualcosa di specifico. La lotta è per tutte e tutti: il diritto di essere speranza, non di avere le speranze

Quando Bobo Rondelli durante uno dei “bis” del concerto di Marea a Fucecchio se n’è uscito a torso nudo con due nacchere in mano interpretando il delirante personaggio della “checca nacchera” ho pensato istintivamente alla provocazione di Pannella e a come quella stessa essenza provocatoria possa essere accolta diversamente, in contesti eterogenei.

La sinistra perbenista, non troppo distante per intenzioni e risultati da chi organizza i family day, si immagina recinti identitari buoni per far pace con la propria coscienza e per trasformare quelle stesse identità ri-confezionate e digerite in carne da macello elettorale.

Il modello di Rondelli, forse ancora più di quello Pannelliano, è al contrario violentemente anarchico. Quando il geniale performer se n’è uscito con uno dei personaggi della sua infinita galleria improvvisativa, ha messo insieme come suo solito una delirante invenzione combinatoria dove il corpo e la voce diventano gli strumenti principali attraverso i quali si mette in gioco, rischiando personalmente e quindi politicamente. Ovvero facendo tutto quello che non riesce al cantautorato esangue degli ultimi anni, troppo spesso inerte, citazionista, filologico, museale, esotico, osservatore di una storia che non ha mai vissuto, in una frase: già morto.

Rondelli è vivissimo, freme e si dibatte come un tarantolato, mescola basso e alto senza che ci sia il calcolo delimitante tra arte e volgo ma al contrario sfruttando il sentire popolare come un propellente violentissimo, capace di scardinare ogni certezza; tanto che il repertorio delle re-interpretazioni è sempre una ri-scrittura dove il musicista livornese prende alcuni brandelli e li combina in una nuova forma, con quella furia creativa che ha fatto del sabotaggio il suo strumento più vivo e libero, anti-procedimento che condivideva con Andrea Cambi, con Carlo Monni e anche con Il primo Benigni.

I concerti di Rondelli in questo senso non sono solo esaltanti, non sono solo esilaranti, non sono solo crudeli e malinconici ma includono tutte queste modalità attraverso quel mal di vivere che invece di diventare postura si manifesta attraverso un flusso performativo difficilmente arrestabile, se non per i consueti problemi di orario e per le leggi che impongono il contenimento del rumore, momento in cui l’incantesimo del gioco si rompe e Bobo viene invitato a lasciare il palco a meno che le condizioni non gli consentano di darsi senza limiti superando le tre ore di concerto.

Ma si diceva della “checca nacchera”. Quando Bobo è arrivato sul palco per una versione iconoclasta di smalltown boy ha digrignato tra i denti alcune frasi: “e queste sarebbero le conquiste. È il matrimonio che andrebbe abolito”. Un innesco per giocare con il corpo e con la voce. Quest’ultima in particolare a un certo punto diventa quella di Piero Pelù, una trasmigrazione ludica e surrealista come in un processo di scrittura automatica, la stessa che gli permette di resuscitare Marcello Mastroianni dalla terra dei morti. La voce è quella del grande attore, il corpo è quello di Rondelli, l’anima quella di un panettiere mandato a far la guerra contro altri panettieri, nel gioco crudele del potere.

E i pezzi del suo show vanno dal repertorio degli album a “Guarda che Luna”, passando per la canzone napoletana, gli Ottavo Padiglione, la scrittura di Emanuel Carnevali e la sua versione di I Don’t Want to Grow Up, più Ramones che Tom Waits, il tutto mescolato in un calderone anarchico dove la citazione perde i confini di sicurezza della cultura inservibile e diventa un momento di vita vissuta, mai uguale a se stesso.

Del resto, solo un poeta che osserva il mondo con la stessa bramosia di vivere che possiede Rondelli, può pensare di trombarsi un cratere della luna grazie alla lunghezza del pisello e contemporaneamente con uno schizzo, spegnere un pianeta. Formidabile.

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.