Michele Piazza, artista visuale proteiforme, torna ad elaborare un’elegia urbana dopo il video de “L’idea del tutto“, realizzato per Beatrice Antolini a partire da un suo concept.
Anche in Medusa, clip ufficiale per il singolo dei Daiana Lou, duo italo-berlinese costituito da Daiana Mingarelli e Luca Pignalberi, Berlino diventa il cuore di un discorso interiore maggiormente sviluppato sul piano della messa in scena, e apparentemente meno radicale rispetto alla sperimentazione visual che caratterizzava la presenza della musicista maceratese nei pressi del Mäusebunker di Steglitz.
Eppure, nel perimetro di una tensione che replica i codici del neo-noir, Piazza elabora un’idea di visione assolutamente estrema, capace di confutare la circolazione sociale delle immagini e l’isolazionismo che questa produce.
Al centro di un racconto che si rivelerà corale, ma senza cedere alla retorica di quel formato, un vecchio Photoautomat, oggetto proveniente da un altro spaziotempo e che da almeno una ventina d’anni ha occupato nuovamente gli spazi berlinesi con una buona dose di creatività.
Ma della prassi ludica e spesso collettiva dello scattarsi foto analogiche in gruppo, Piazza recupera l’utilizzo solitario, evidenziando un’aberrazione temporale con lo spazio della metropoli esperito quotidianamente.
Daiana Lou – Medusa, il videoclip diretto da Michele Piazza
Si ripete un gesto desueto e di qualità spettrale, per fissare tutto ciò che la velocità del flusso urbano esclude, cercando nuovamente nel dispositivo una dimensione fisica strettamente connessa all’attività mnestica.
Il flash che promana dalla piccola struttura scandisce non solo la reiterazione della solitudine vissuta dal personaggio da cui tutto sembra generarsi, ma definisce anche la successione di spazi, corpi ed eventi, presentati attraverso un utilizzo creativo e vitale del montaggio disgiuntivo.
I controcampi ingannevoli, gli incontri che differiscono nel tempo e nello spazio, gli sguardi indirizzati verso di noi, rappresentano movimenti mai simmetrici e animati dalle numerose possibilità combinatorie, come se ogni tassello dialogasse con l’altro a distanza, senza seguire la logica del racconto lineare.
La geografia notturna berlinese, fatta di vicoli, sottopassi, stazioni della metro, uno storico cinema di Mitte che programma “Rouge” di Kieslowski, vero e proprio saggio filosofico sulla non riconciliazione dei movimenti causali, diventa corpo unico insieme al transito di figure solitarie che si sfiorano senza mai collimare. Si assiste allora ad un disinnesco della detection classicamente intesa, che sin dall’inizio sembrava innescare il mistero attorno a cui tutto il video ruota, ovvero la presenza di una ragazza in fuga da se stessa e quella che appare a tutti gli effetti come una rubrica, stretta vicino al petto.
Se allora la forma tecnica eccellente tiene agganciati sino in fondo, il video si rivela molto elaborato sul piano della tridimensionalità, determinata dai dettagli, dalle allusioni quasi subliminali e dalle tracce narrative apparentemente lasciate libere.
“La scelta di ambientare il racconto nella Berlino notturna non è casuale – ci ha detto Michele – città porosa, stratificata, dove le contraddizioni convivono apertamente. Le location sono spazi di transito, luoghi anonimi ma profondamente umani, in cui le storie si sfiorano senza mai davvero incontrarsi“
La figura di Medusa evocata nel titolo e soprattutto nelle liriche del brano, viene spossessata dell’aura distruttiva che ne caratterizza la mitologia, per diventare una creatura dolente che nessuno osa sfiorare, ma che cerca, nelle attitudini intransigenti della post-adolescenza, la possibilità di un contatto.
Attraverso la successione di volti che potrebbero scaturire dall’esperienza interiore di un singolo, così come intrecciarsi da punti di vista apolidi, si delinea un vero e proprio quarto stato generazionale. Questo si materializza attraverso una rilettura infedele di Pellizza Da Volpedo, sottraendo dinamismo alla scena e immergendo corpi e i volti di una comunità notturna nell’instabilità delle luci al neon.
In filigrana, i corpi estranei che rendono vivo il tessuto urbano, a partire dalla capacità tutta berlinese di innestare e stratificare più storie architettoniche, ma anche oggetti stessi di consumo, resistono alla spersonalizzazione delle condivisioni di massa. La città post-industriale, già parte di un lungo e inesorabile processo di alienazione, torna ad essere luogo possibile di incontro rispetto alla smaterializzazione delle convenzioni digitali.
La prassi e la gestualità dei Photoautomat, piccole macchine del tempo collocate nello spazio urbano, scandiscono altre pulsazioni rispetto al consenso automatico e gelido delle bolle virtuali. La socialità torna ad essere complessa, dolorosa e difficile, perché sottoposta all’alterità degli sguardi e alla decostruzione del punto di vista; una deviazione assolutamente radicale rispetto all’immaginario dominante, basato sull’accumulo.
“Medusa” rilegge e rilancia le forme narrative del videoclip, da una prospettiva alternativa rispetto alle strade più battute, cercando un punto di convergenza tra la dimensione visuale e sinestetica con lo spazio concreto dell’esperienza. Né astratto né aderente alle cosiddette strategie “del reale”, il video genera una dinamica interna alle due polarità, per ritrovare senso tra le luci e le microstorie individuali della città.
[Foto, immagini, stills, materiale iconografico e clip video, concessi per la realizzazione di questo articolo da Ilaria Luchini, ufficio stampa Just Entertainment – j-e.com]

Daiana Lou – Foto di Roberta Paolucci
Daiana Lou su Facebook
Daiana Lou su instagram
Michele Piazza in rete






