sabato, Settembre 26, 2020

Dargen D’Amico – D’Io: la recensione

Dargen D’Amico è da sempre uno che non solo va contro mode e tendenze: stavolta si è proposto di andare oltre o, meglio, nell’Oltre. Accantonata la satira sociale e metamusicale del precedente lavoro (recensito qui su Indie-Eye), il musicista meneghino prende di petto tematiche affini più ad un manuale di filosofia, senza però rinunciare ad adattarle ad un contesto squisitamente pop, che dimostra, ancora una volta, di padroneggiare in assoluta sicurezza e con un’organizzazione delle idee molto ben delineata.

I due brani di apertura tracciano immediatamente le coordinate, il Tempo (La mia generazione, che, giustamente, “non ha futuro”) e lo Spazio, la Milano, ormai vero e proprio personaggio aggiunto nella poetica dell’autore, che “sembra una città” ma che assume i caratteri di un microcosmo, frullato di pregi, difetti, di moltitudini di esseri umani: comunque, da amare incondizionatamente. La riflessione si sposta poi sul rapporto dell’Uomo con le avversità (un Fato postmoderno?), che si declina ora nel rapporto con l’altro sesso (La mia donna dice), ora con chi sta meglio e più in alto (La lobby dei semafori), ora con i propri simili (Parenti), ora anche con Dio, in Io, quello che credo, uno dei vertici del disco, nel quale D’Amico rifugge da un facile nichilismo per manifestare una pietas laica e intrisa di un umanesimo impossibile da ritrovare in qualsiasi altro contesto musicale italiano, almeno fra quelli destinati alle masse. Se già sulla Terra non è facile, oltre Dio c’è un Universo imperscrutabile e indifferente, dal quale l’Uomo non può che uscire sconfitto (L’universo non muore mai).

Non è più, infatti, una questione di sopravvivenza, come accadeva in Vivere aiuta a non morire: nel mondo di D’Io vivere è una lotta continua fra affermazione e negazione di se stesso, in quanto “Avere e avere sbagliato / non fanno di me un uomo sbagliato / ma fanno di me un uomo / se avere è sbagliato / essere non è da meno / essere non è da me”: e, alla luce di ciò, forse non resta che contemplare il cielo, la luna e le stelle.

Sembrerebbe una follia concepire un album hip hop che serve materiale così corposo e “pericoloso” ma, fortunatamente, non c’è alcuna tirata moraleggiante o sentenziosa; anzi, il tutto è predisposto con un’estrema fruibilità dei mezzi musicali, scelti sempre con molta cura. Ed in questo D’Amico è un vero autore pop. Si va da due grandi pop ballad (il brano di apertura e di chiusura dell’album) al funky più classoso (quello di Amo Milano, tutto sommato, il brano più in linea con i precedenti lavori) e, in generale, ci si accosta di più a nomi di elettronica quali Ratatat e Neon Indian in versione hi-fi che non a stilemi, oramai abusati, del rap di casa nostra, con un uso sempre intelligente dell’ironia sin dalla copertina, un esilarante sbeffeggio all’iconografia tipica dei testimoni di Geova.

Due pagliuzze nell’occhio del disco, si potrebbe dire: un paio di riempitivi di troppo. Ma il risultato è comunque potente e, per chi si aspettava un prodotto più “commerciabile” dei precedenti, assai disorientante.

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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