giovedì, Dicembre 2, 2021

David Bowie e Il Tibet – Note per un Tibet Libero

Sulle continue pressioni dei Consolati Cinesi e sul lavoro dell’Istituto Confucio per delegittimare Storia e cultura Tibetane è chiarissimo e durissimo Claudio Cardelli, presidente dell’Associazione Italia-Tibet. In un suo recentissimo pezzo scritto per il sito ufficiale dell’associazione e intitolato ““In Tibet la situazione è gravissima”. Dialogo con Claudio Cardelli, l’uomo che ha portato il Dalai Lama in Italia“, oltre a definire come “endemico” l’adagio “non si può irritare la Cina”, Cardelli scrive: “Sul fronte Cina e resto del mondo vedo invece segnali interessanti di chi (ben alzati…) si sta rendendo conto che le grandi regalie cinesi in giro per il mondo non sono altro che novelli Cavalli di Troia per impossessarsi di risorse, siti strategici, media e cervelli servili ( il lavoro degli Istituti Confucio in questo senso è esemplare). Il mega progetto di interconnessione Indo Pacific OBOR (One Belt One Road) sta suscitando molte perplessità e qualcuno (ben alzato di nuovo) si è accorto che c’è un grosso rischio che molte nazioni possano perdere la loro sovranità se non in grado di ripianare i debiti contratti con Pechino per far parte del megaprogetto“.

Indie-eye, in sostegno alle costanti battaglie del popolo Tibetano per preservare la propria identità Storica, culturale e linguistica, propone un contributo dedicato a David Bowie e alla relazione con il Tibet, nella sua lunga carriera artistica. 

David Bowie e il Tibet

Mountains of Lhasa are feeling the rain / People are walking the Botella lanes / Preacher takes the school / One boy breaks a rule / Silly boy blue, blue, silly boy blue

L’interesse di David Bowie per il Buddhismo Tibetano comincia negli anni dell’adolescenza, dopo la lettura delle memorie di Heinrich Harrer, il controverso scrittore austriaco che insieme a Peter Aufschnaiter si rifugiò in Tibet per rimanerci dal 1944 fino all’invasione cinese avvenuta nel 1950. “Sette anni in Tibet” esce nel 1952 e rappresenterà nel tempo un ponte storico-letterario tra l’occidente e il paese delle nevi, capace di raccontare una cultura “mai vista”, descritta durante gli ultimi anni di libertà e allo stesso tempo di sedimentarne una visione a tratti esotista. Oltre la stuttura diaristica del racconto e la flagranza del confronto linguistico-culturale tra lo scalatore austriaco e la figura del Dalai Lama, premono dallo sfondo quelle sollecitazioni anteriori all’allucinazione della modernità che ben saprà descrivere Elemire Zolla e che i detrattori di Harrer andranno a rintracciare nelle supposte motivazioni originarie che animarono la sua fuga, invece di rilevarle nella violenza “normalizzatrice” della dittatura comunista.

A partire da quelle motivazioni e dai trascorsi nazisti del testimone occidentale, viene acquista dogmaticamente l’idea che Harrer fosse alla ricerca di un’origine “esoterica” del Nazismo stesso, legata in parte alla storia naturalista del movimento Wandervogel e altre suggestioni che hanno alimentato una vulgata propagandistica e anti-tibetana con lontane radici. Queste radici in Italia possono esser rintracciate a partire dagli articoli dedicati al Tibet ospitati da “L’Unità” alla fine degli anni cinquanta, pochi anni dopo le posizioni criminali assunte nei confronti dei fatti d’Ungheria e le sollecitazioni togliattiane affinchè si reprimessero le rivolte dell’ottobre 1956.

Proseguono  questa lunga tradizione, anche se su piani molto diversi, gli studi del revisionista stalinista Domenico Losurdo, ma anche la letteratura complottista e anti-scientifica di Andrej G Areshev attraverso uno dei massimi strumenti di diffusione per fake news presenti in rete e noto come strategic-culture.org, vero e proprio “organo” della linea Putiniana dove hanno trovato spazio connessioni con Michel Chossudovsky, alfiere dell’antivaccinismo, deliranti articoli sulla genesi controllata dei disastri ambientali e una serie di interventi su quello che viene definito come il carattere storicamente reazionario della società Tibetana.

La bibliografia di questa letteratura, in parte finanziata per alimentare una guerra sul profilo della comunicazione, risulta infinita e arriva fino alla presunta creazione di presidi falsi su twitter da parte del governo cinese, tutti destinati alla rete occidentale e allestiti per raccontarci una Cina benevola e positiva nei confronti degli interventi governativi attivati in Tibet, narrazione condotta in parallelo alla denigrazione sistematica di quella cultura, con uno stile non dissimile da quello adottato da “L’Unità” di Togliatti nel 1959.

Una propaganda di regime giunta fino ad oggi con gli stessi presupposti, fino in Italia. L’attenta analisi che dovremmo fare di un portale come Mirabile Tibet, a partire dal surreale articolo “La narrativa Tibetana, quali gli sviluppi“, è un’attività in realtà semplice per un occhio vigile e abituato al confronto delle fonti. Intorno ad articoli di questo tipo, dove con imbarazzante approssimazione si confondono le origini di un simbolo con 5.000 anni di Storia con l’uso che ne ha fatto il Nazismo, viene sviluppato un portale di matrice turistica, che attraverso il racconto delle tradizioni e delle bellezze naturali del Tibet, promuove una narrazione falsificante dell’intervento cinese nella regione: “La Repubblica Popolare Cinese ha interesse a diffondere una corretta e realistica informazione sul Tibet – si legge – lasciando a demagoghi e mistificatori le loro mitologie e la loro propaganda […] Nella realtà la Regione Autonoma Tibetana della Repubblica Popolare Cinese é una parte integrante e inscindibile del paese, nel quale la sua peculiare storia e cultura vengono costantemente evidenziate e valorizzate“.

Secondo siti come questo, tutto l’apparato censorio e persecutorio del Governo Cinese risulta quindi  un’invenzione occidentale. Chi sono gli autori di Mirabile Tibet, che su Facebook hanno creato una community di almeno 5.000 utenti con i classici metodi del social media marketing? La firma è unica e quasi anonima (Stefano V.), il portale non è una testata né una società, mentre il disclaimer si riferisce genericamente ad “una comunità di appassionati della cultura tibetana che hanno avuto modo di viaggiare e conoscere questa meravigliosa regione […] densa di spiritualità“, quella stessa spiritualità che viene demolita attraverso articoli mirati e concepiti con una metodologia nota per chi conosce l’applicazione scientifica della propaganda di regime. Non aiuta a mitigare questa sensazione la ricerca del “whois” legato al dominio, ovviamente protetto dalla funzione “Whois Privacy”. 

L’infatuazione Buddhista di Bowie non è attraversata da un clima così avvelenato e amplificato dalle “qualità” virali della rete, ma diventerà consapevole e militante già nel 1967 quando pubblicherà “Karma Man” e successivamente quando nel 1997 si riferirà esplicitamente ai diari di Harrer, incidendo “Seven Year in Tibet“, brano incluso nel full lenght “Earthling“. 

Gran parte delle cose che per la prima volta mi avevano attratto del Buddhismo – dirà in un’intervista concessa al Daily Telegraph del 1996 – sono rimaste con me. L’idea della transitorietà; il fatto che non si possa trattenere pragmaticamente niente e che in un dato momento dovremmo lasciare andare tutto quello che ci è più caro, perché questa è una vita molto breve

Harrer non è una suggestione isolata per il Bowie dei sessanta, e il suo personale approfondimento in tema di cultura e religioni orientali, passa attraverso il fermento culturale che respira durante le serate passate in casa di Lesley Duncan, di cui abbiamo parlato approfonditamente da questa parte, i libri beatnick che gli passsa Terry, il fratello  e l’incontro con il Lama Tibetano Chime Rinpoche, fuggito nel 1959 in India attraverso il Bhutan e accolto in Inghilterra a partire dal 1965.

Rimasto a Londra per poco più di un anno, dove insegnò meditazione in un piccolo centro nella zona nord della città, Chime Rinpoche aprì la porta del suo studio a David Bowie nel 1966. Il musicista britannico esprimeva così il desiderio di diventare un monaco devoto al Buddhismo tibetano, salvo esser scoraggiato dallo stesso Lama che lo inviterà a continuare con la sua vocazione principale, la musica. 

Lo stesso anno Bowie inciderà per la DECCA  “Silly Boy Blue“, già nell’aria in una versione demo del 1965 registrata con i Lower Third, poi trasformata in un bizzarro e personale omaggio alle produzioni di Phil Spector.  Il testo, nella sua versione definitiva differisce totalmente dal primo demo ed è qualcosa in più rispetto ad un omaggio al monastero  Jokhang nella città di Lhasa, perché l’immaginario e le visioni legate alla tradizione, collidono con il punto di vista di questo giovane monaco disattento e fuori binario. Prima ancora di giocare in modo combinatorio con i segni della cultura popolare e quelli di una dimensione più “alta”, Bowie manifesta adesione e distacco allo stesso tempo, preferendo una rilettura eretica del contesto rappresentato. Il brano acquisisce una dimensione “esoticamente” Tibetana nella versione “at the Beeb” ri-arrangiata da Tony Visconti nel 1968, che per l’occasione arricchisce la dotazione sonora con l’uso di Gong, legni e altri strumenti a percussione tesi a creare una narrazione figurativa. Molto più british e urbana in questo senso la versione misconosciuta incisa sempre nel 1968 da Billy Fury, in odor di Northern Soul.

Per quanto mi riguarda, l’idea della vita occidentale, ovvero di questa vita che viviamo adesso – racconta Bowie al Melody Maker il 26 Febbraio del 66 –   è completamente sbagliata, sono convinzioni difficili da inserire in una canzone. In questo momento quasi tutte le canzoni  che scrivo parlano di Londra, anche se dovrei dire più correttamente, delle persone che vivono a Londra e della mancanza di vita reale che hanno. La maggior parte di loro non sa cosa sia la vita” 

La figura di Harrer, re-interpetata secondo le traiettorie esistenzialiste che lo identificano come un uomo improvvisamente solo,  slegato dal proprio passato, dalla propria identità culturale e religiosa, influenza a lungo David Bowie.

“Karma man” e la performance teatrale “Yet-San and the Eagle“, andata in scena nel 1968 al Festival Hall di Londra, rappresentano in qualche modo la risposta politica di Bowie alla coeva cultura Maoista. Nella performance di 20 minuti autoprodotta fuori dall’apprendistato Kempiano di quegli anni, recupera “Silly Boy Blue” e racconta nuovamente la storia di un ragazzo che cerca la sua strada verso il Tibet, dentro di se e contro l’oppressione del regime comunista Cinese. Lo stesso “script” sarà riletto con riferimenti meno espliciti in “wild-eyed boy from freecloud“. Una “parodia”, quella dell’iconografia maoista, che giungerà fino al  “Blackstar” co-diretto insieme a Johan Renck, video dove le tre principali religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo, vengono letteralmente “crocifisse” e fatte a pezzi, in parte prendendo in prestito l’iconografia “blasfema” di uno dei libri preferiti da Bowie, il romanzo tra Storia e invenzione di Peter Ackroyd, intitolato Hawksmoor, che viene citato anche nel Reality film di Steven Lippman.

“Karma man” al contrario spezza il “realismo” di “Silly Boy Blue” e in qualche modo anticipa la costruzione di una mitopoiesi tipicamente bowiana, oltre a  cavalcare la sbornia “orientalista” del pop britannico coevo. L’uomo Karma è un personaggio tatuato con i segni di un sincretismo riscritto per la cultura popolare, a metà tra fumetto e science-fiction, racconto mitologico e controcultura.

Nei versi: “Fairy tale skin / Depicting scenes from human zoos / Impermanent toys like peace and war /A gentle face you’ve seen before” scorgiamo l’eco de “L’uomo illustrato” Bradburyano, quasi ad anticipare, in quel farsi improvvisamente “storia vivente” grazie alle sue facoltà vaticinanti, non solo lo storytelling “en abyme” e la transitorietà caotica di altri personaggi bowiani , ma anche quel “nomade” del tempo che nel 1968 era già scaturito dalla penna di Michael Moorcock, quando il geniale e ateo scrittore Britannico riuscirà finalmente a pubblicare il primo capitolo della saga dedicata a Jerry Cornelius, Pierrot polimorfo che sfida le leggi della fisica e della Storia.

Da giovane, completamente immerso in un idealismo senza compromessi, ti capita di contestare l’invasione del Tibet da parte della Cina. Trent’anni dopo è ancora la stessa storia. Niente è davvero cambiato. Più di ogni altra cosa, a spronarmi nuovamente sono state le conferenze che il Dalai Lama ha tenuto negli ultimi due anni – racconta Bowie in un’intervista radiofonica del 1997 – Mi ha fatto sentire colpevole in qualche modo, proprio perché conoscevo bene questa situazione da molti anni, anche intimamente, senza che ancora avessi preso una concreta posizione su quello che veramente provavo. Ecco, quella canzone è in qualche modo un tentativo di riparare

Quella che Bowie già considerava come la sua canzone preferita di “Earthling” durante le session di registrazione, viene proposta originariamente e in forma d’abbozzo dal chitarrista Reeves Gabrels, per poi esser trasformata insieme alla band. Il testo, inizialmente improvvisato, parte da un’immagine che Bowie comincia a delineare, quella di un giovane monaco Tibetano appena ucciso. La sua è l’ultima esperienza visiva, mentre con la testa aperta sulla neve osserva un elicottero cinese che si solleva sopra di lui. 

Are you OK?
You’ve been shot in the head
And I’m holding your brains

“Seven Years in Tibet”, con un incipit che mantiene tutta l’ambiguità e la forza del motto di spirito,  racconta l’oscurità di un presente che all’importanza di porre al centro i diritti umani come cuore pulsante della civiltà, ha sostituito le necessità dell’agenda economica e il pragmatismo spietato della realpolitik, ormai “cifra” dominante della comunicazione tra stati. 
L’apparenza democratica della comunicazione che per Mario Perniola annulla tutte le differenze, è ormai una tragica realtà, proprio in quella progressiva occupazione e cancellazione di “segni”, che l’inquietante occultamento della bandiera tibetana operato su pressione del Consolato Cinese in alcune manifestazioni dedicate all’artigianato, sbalza fuori dalla cornice di qualsiasi masturbazione semiotica. 

Quel “Nothing” che chiude lo splendido brano di Bowie, uno dei più intensi della sua carriera, diventa immagine terribile e (in)afferrabile del vuoto.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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