Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Headliner a Chianciano Terme in occasione della XVIII edizione della Festa della Musica, domani sabato 29 luglio, il talentuoso beatboxer e produttore italo-australiano ci racconta un po' del suo passato, dei progetti futuri e di quelle meravigliose “coincidenze” che la vita gli ha fatto incontrare. 

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Mentre è in fila al security check dell’aeroporto di Pisa, Dub Fx al secolo Benjamin Stanford, ma Ben è più che sufficiente per strappargli una risata allegra, dal cellulare parla a raffica dell’industria musicale, con impeccabile accento lucchese, lasciandosi andare a digressioni e flashback, raccontando una vita esaltante in cui la parola cambiamento è stata spesso una spinta a migliorarsi.

Partiamo con il viaggio: dalla vastità Australiana, sia in termini di prospettiva e mare a perdita d’occhio, alle stradine di Lucca, chiuse, raccolte e piene di storia: nel mezzo moltissima Europa e la tappa londinese. Come ha influito sulla tua musica e sulla tua costruzione di artista l’aver sconvolto ogni logica, catapultandoti da solo dall’altra parte del mondo, giovanissimo, col solo obiettivo di scoprire e vedere tutto?

Viaggiare è stata la mia soluzione, la scelta che ho compiuto per crescere, sia come uomo che come artista. Quando suonavo a Lucca, ad esempio, mi rifacevo ad un bagaglio acustico, con qualche inflessione pop, prendevo spunti dal gusto italiano, mi nutrivo di quello che avevo intorno. Arrivato a Londra qualcuno mi definì naif per questo. Allora decisi di cambiare modo di costruire le melodie, l’angolazione delle prospettive, i brani che ascoltavo: ogni cosa gradualmente divenne diversa, crebbe, si fece più onesta e grintosa. A Manchester, 2006: lì nacque DubFx.

Raccontaci qualcosa di più sul tuo processo creativo: da dove nasce l’ispirazione, hai un luogo, un rito in cui ti immergi quando senti arrivare le idee, come le trasporti in parole, in musica e chi è il tuo primo tester per capirne il check, oltre a te stesso?

Non sono una persona superstiziosa dunque non ho luoghi o particolari riti di riferimento. Ciò che faccio, senza sosta né tregua, è ascoltare musica. In continuazione. Quella musica è una sorta di linfa, mi dà stimoli per alimentare le idee che ho. Scrivo, suono, immagino una melodia e può succedere che poi la dimentichi, anche per molto tempo. Quando mi sarà utile torna a farsi viva da sé ed è allora che la unisco, la taglio, la ricreo insieme ad altri pezzi su cui sto lavorando in quel momento. Non ho tempi, fluisco.

Hai un sito internet molto attivo, una fama crescente, la reputazione altissima, milioni di visualizzazioni e followers, una pagina wikipedia: potere implacabile della musica, volontà di farcela ad ogni costo, o benevolenza fortunatissima del destino che ti ha scelto?

Là fuori ci sono migliaia di artisti, giovani o meno: tutti alla ricerca della propria personalissima forma di ispirazione o di gloria. Tanti sono bravi, altri addirittura bravissimi. Se penso a cosa mi differenzia da loro posso solo dire che col sole o con la neve, a tasche piene o vuote, io per tantissimi anni 4 o 5 volte la settimana, ogni volta, scendevo in strada. Ci passavo le giornate, rifiutando di passare per le major, le etichette o i provini. Sceglievo la strada, anche quando sembravo un pesce controcorrente. Forse, quindi direi in ordine: ostinazione, musica e poi il resto.

A proposito di strada, un posto sacro che tu ami moltissimo, lì dove tante cose sono partite, lì dove si fermavano anche bambini, anziani, famiglie, ad ascoltarti mentre mettevi in scena qualcosa del tuo repertorio. Raccontaci la cosa più potente che ti è successo, il ringraziamento inaspettato, l’attimo in cui ha pensato di smettere o di rinunciare, l’emozione di un applauso.

Quando fai le prove sul palco, prima di un evento o di un concerto, per quanto ti immagini come possa andare più tardi, non puoi mai saperlo. Non hai il polso del pubblico, di quelli che verranno a sentirti. Non li puoi ancora vedere, sentire, comprendere.
La strada invece è questa: è la luce aperta sulle facce dei bambini, degli anziani, di chi se ne va con aria supponente, di chi ti chiede dove può comprarti o come avere una demo. La strada sono i volumi reali della musica senza effetti, riverberi, acustiche. La strada è uno specchio delle proprie paure, ma talvolta guardarla è una salvezza.

Dub Fx, Thinking Clear – il video ufficiale

Oltre ad essere un beatboxer pazzesco, un lato ricorrente che ti rende davvero unico per stile e caratterizzazione è la tua capacità di attingere ad input e generi diversi, drum & bass, dub, hip hop rendendoli coerenti con le basi: contaminazioni scelte e studiate perfettamente o una sorta di gusto congenito nel prendere spunti da suoni e mondi lontani?

Il confronto con ciò che è diverso, lontano, apparentemente inafferrabile, è un toccasana per l’evoluzione: per chi come me fin da piccolo ha potuto esperire cosa significhi crescere in posti differenti, con culture e tempi spesso poco simili, forse la voglia e la spontaneità di mixare ogni cosa viene da se: da bambino ho studiato in Italia per qualche anno, poi sono cresciuto a Melbourne e una volta ventenne sono tornato a vedere le mie radici e il groove europeo. Ogni giorno era una scoperta e le scoperte… beh, non conosco niente di più trasformante di quelle.

“Gaze at the Earth from a Distance / We can all unite with our consciousness” Guardo la Terra a Distanza/ Possiamo tutti unirci con la nostra coscienza: sono parole estreme, che oggi risuonano più che mai profetiche: è il gist di Theory of Armony. Ti manda mai su tutte le furie questa società caotica, confusa, violenta? E se il segreto è… quanto difficile è diffondere questo messaggio?

Intendi dire se ci siano cose che mi fanno incazzare? Beh, pressoché una moltitudine. Mi arrabbio nei confronti dell’industria musicale, delle ingiustizie sociali e politiche di una civiltà debole, perennemente in ascolto di poteri marci, i signori che governano: avidità, corruzione, stupidità.
Da quando sono diventato padre, pochi mesi fa, ho preso molto a cuore la questione dei vaccini per esempio: non capisco il confine, sottilissimo, fra scelta e obbligo. Non credo che le persone vengano ben informate, non vedo il diritto di dissentire, di pensarla in maniera diversa.
Obblighi, regole. Il male di tutta questa ossessionatissima società.

Un’anticipazione su qualche progetto futuro: c’è qualche idea che ti anima particolarmente nell’ultimo periodo? Una sorta di desiderio ricorrente, la voglia di sperimentare, una produzione, un reef, un viaggio. Cosa ci aspetta da Dub Fx nei prossimi sei mesi?

Dub Fx – Fake Paradise, il video ufficiale

Con mia moglie, che è una cantante e poetessa straordinaria, oltre che la miglior compagna di vita che potessi meritare, ci siamo messi sotto a lavorare ad un album che ci rende orgogliosi e pieni di entusiasmo: abbiamo registrato 8 pezzi, io le ho fatto le basi e dei ft. Lei ci ha messo le sue melodie, le parole, l’energia vitale del femminile. E’ uno dei progetti che mi sta più a cuore negli ultimi tempi assieme al tour in giro per l’Europa.

Una curiosità ma anche uno stimolo per capirti meglio: in “Thinking clear” esprimi un concetto importante “But you can find us on the street or on the Internet because the pop industry is going down the drain”. Pensi davvero che sia in atto una sorta di rivoluzione musicale che sconvolgerà le logiche classiche e troverà nel web o chissà ancora dove i suoi nuovi canali di espressione?

Internet poteva o potrebbe ancora…dai non voglio fare il disfattista, essere la soluzione perfetta per eliminare il sistema macchinoso e poco meritocratico che vigeva nell’industria musicale fino a qualche anno fa. I social, per esempio, sulle prime avevano preso una linea perfetta: le persone che visitavano la mia pagina, che esprimevano una preferenza, erano davvero interessate a me, mi avevano ascoltato da qualche parte, ne avevano sentito parlare ed io potevo raggiungerli tutti con un clic.
Poi si è messo di mezzo il mercato e allora è di nuovo finita: adesso devi comprarti i tuoi fan prima ancora di raggiungerli. E’ svilente, è tornato come un tempo, solo con altri nomi, altre sembianze e dinamiche più veloci.
Dobbiamo salvarci, correre ai ripari: come artisti e come esseri umani. Dobbiamo studiare nuove forme di produzione e di pubblicità, riportare la musica alla sua natura più semplice, fruibile. Non siamo stanchi di avere le orecchie otturate di cose che nemmeno ci piacciono?

Dub Fx, so are you – video ufficiale

Insomma Ben…o Dub Fx: beatboxer, mc, produttore, classe 1983, una vita dentro e oltre il ritmo. Ma se chiudi gli occhi e ti rivedi in Australia ai tempi della scuola, mentre suoni con i tuoi amici qualcosa che sapeva di Offspring, di Blink182, magari con qualche accenno metal in più….cosa diresti a quel ragazzo con la tempra e l’esperienza del lungo viaggio che ti ha portato qui?

Di sbrigarsi ad incontrare sua moglie, ecco cosa gli direi. E poi gli darei un cazzotto, forse: per spingerlo in avanti (ride…n.d.a).
A parte gli scherzi…quando mi chiedono se della mia vita cambierei qualcosa, io ho sempre risposto No, mai. E non perché non abbia fatto errori ma perché immagino la noia di rivivere lo stesso percorso due volte.
A me adolescente non darei consigli, non farei paternali. Guarderei in silenzio quel ragazzo e lo lascerei andare per la sua strada, con gli accadimenti che seguono.
Però sulla moglie si, su quello lo avvertirei: la bellezza di svegliarsi ogni mattina con questa donna meravigliosa, che mi ha arricchito, allargato le prospettive, incuriosito. La fortuna di essersi trovati in mezzo a questa vita…anche se sono convinto che siamo intrecciati da tanto tempo prima.
Questa però è un’altra storia…

Dub Fx tour diary 2016: ottava settimana, Vilnius – Riga – Tallin – Russia

 

Giacomo Alberto Vieri

Giacomo Alberto Vieri

Giacomo Alberto Vieri, Italia, 1986. La prima persona che gli chiese “tu che musica ascolti?” era una ragazzina con gli anfibi di pelle e i lacci fluo ad una cena di classe di prima media. Da allora sta cercando risposte. Su i generi delle cose, le cene di classe e perché no, i lacci fluo.