Esce oggi 19 dicembre “Cerco le mie stelle“, nuovo singolo degli ECHODOS, progetto musicale nato dall’incontro tra la voce intensa ed emotiva di Paola Pierri e la ricerca elettronica di Francesco De Luca.
Dopo Give You My Heart (Remix) e All I Want, il duo prosegue un percorso che intreccia scrittura intima, sensibilità neo-soul e una produzione elettronica attenta alle zone di confine tra canzone e paesaggio sonoro. Mentre la distribuzione del singolo attraverso tutte le piattaforme digitali viene curata dalle label Trinacria e Visory Record, realtà operative a Milano, indie-eye propone in anteprima lancio il videoclip ufficiale per la regia di Alessandro Carrieri
ECHODOS – CERCO LE MIE STELLE, IL VIDEO DI ALESSANDRO CARRIERI
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Il video si colloca in una dimensione sospesa e perturbante, per il modo in cui il notturno urbano e gli interni fortemente connotati da pattern, oggetti e cromie ricorrenti, riescono a costruire un mondo distopico e alienante in cui le identità si sdoppiano, si moltiplicano e vengono trascinate in una dimensione parallela priva di coordinate emotive stabili.
È un “non-luogo” che richiama esplicitamente l’idea di Loggia Nera, spazio eminentemente psichico prima ancora che narrativo, liberamente ispirato all’universo simbolico di Twin Peaks e all’immaginario di David Lynch, ma rielaborato attraverso una sensibilità personale e contemporanea.
La sinossi del videoclip suggerisce una progressiva discesa in questa zona d’ombra, dove un’enigmatica figura femminile attraversa la notte urbana con una messa in abisso dello sguardo soggettivo, tanto da confondere i piani stessi di chi guarda e di chi è guardato, chi insegue e chi è pedinato.
Lo spettatore viene condotto in uno spazio che potrebbe essere un salotto borghese, un club privé, una dimensione squisitamente mentale.

Carte da parati optical che evocano Shining, maschere di un carnevale inquietante, drappeggi rossi, luci soffuse e presenze silenziose compongono un ambiente in cui il racconto procede per ricorrenze, loop, variazioni minime. Il videoclip rinuncia deliberatamente ad una linearità narrativa classica per affidarsi alla logica della ripetizione e dello slittamento, in cui corpi, gesti e oggetti diventano segnali di un’identità fragile e continuamente in crisi.
Questa prigionia simbolica diventa la chiave interpretativa del titolo stesso: “Cerco le mie stelle” come mappatura interiore in mezzo ad un cielo oscurato, metafora della condizione di smarrimento che attraversa una generazione sovraesposta, frammentata e spesso sopraffatta dal flusso continuo di immagini, desideri e aspettative prodotte dal mondo digitale.
Il videoclip, girato nel centro di Milano all’interno di spazi come Voglia Milano, Eppol Pie Milano e Mono Bar Milano, utilizza la città notturna come vero e proprio organismo simbolico, luogo di possibilità e al tempo stesso di dispersione, in cui è facile perdersi mentre si è convinti di aver trovato qualcuno o qualcosa.

A guidare questo universo visivo è Alessandro Carrieri, autore cinematografico da sempre attento a tematiche sociali e alla definizione di un’estetica capace di fondere narrazione, visione e dimensione onirica. Formatosi tra Lecce e Roma, Carrieri ha costruito nel tempo un percorso coerente in cui l’impegno civile, dalla violenza di genere alla tutela dei minori, dall’impatto della tecnologia alle dinamiche dell’esclusione, convive con una forte attenzione per la composizione dell’immagine e per il valore simbolico di spazi, costumi e corpi. Nei suoi lavori, la realtà viene spesso filtrata attraverso l’assurdo e il perturbante, in una tensione costante tra racconto sociale e immaginario visuale.
“Cerco le mie stelle” si inserisce pienamente in questa poetica, declinandola in una forma più astratta e sensuale, ma non per questo meno inquieta.

Un ruolo importante nella costruzione dell’atmosfera del videoclip è affidato anche al lavoro di Giorgio Lovecchio, digital colorist con una lunga esperienza nella post-produzione cinematografica e audiovisiva. Il color grading contribuisce in modo decisivo a definire la percezione di questo spazio mentale, dove le cromie, i contrasti e le temperature di colore orientano la lettura emotiva, accentuando il carattere sospeso e straniante degli ambienti. La stratificazione visiva del video nasce proprio dall’incontro tra messa in scena, fotografia e trattamento cromatico, elementi che dialogano costantemente con le sonorità trip-hop del brano, evocando una fisicità sensuale e insieme instabile.
Il risultato è un lavoro che non cerca espandere il testo, trasformando i temi della perdita, del desiderio e della ricerca di sé in un’esperienza visiva circolare e ipnotica.
Un video che trova nel linguaggio cinematografico un alleato naturale per amplificare la tensione emotiva della musica degli ECHODOS e che invita lo spettatore a entrare, senza mappe né certezze, in una zona d’ombra dove l’identità si frantuma e si ricompone.
Desideri ed energie, una conversazione con Alessandro Carrieri sul making di “Cerco le mie stelle”
A partire da queste premesse, l’intervista che segue approfondisce in modo diretto e articolato le scelte estetiche, narrative e simboliche che hanno guidato Alessandro Carrieri nella realizzazione del videoclip, offrendo uno sguardo dall’interno su un processo creativo che mette al centro la fragilità dell’essere umano e il suo bisogno, spesso doloroso, di ritrovare le proprie stelle.

Il videoclip attraversa luoghi molto diversi tra loro, dagli esterni in notturna fino agli interni con carte da parati e pattern fortemente riconoscibili, a partire dal primo motivo optical che ricorda il tappeto dell’Overlook hotel di Shining. Come hai costruito questo mosaico di ambienti e come lo hai ideato in relazione alle suggestioni del brano?
Le location in un videoclip credo che facciano almeno il 40% del lavoro, il videoclip è comunque estetica visiva, l’immagine deve essere composta in tutti i suoi elementi per creare un quadro in movimento che accompagni la musica .
Siamo stati molto fortunati perché le location scelte (Voglia Milano, Eppol Pie Milano e Mono Bar Milano) erano già molto scenografiche. Il mio lavoro è stato più che altro cercare di dare una coerenza narrativa e visiva, rispettando le liriche del brano, che parlano di notti buie e di smarrimento.
La città di Milano in notturna è il simbolo di un’entità urbana che si addormenta con il buio ma anche di un contesto dove è facile smarrirsi, allo stesso tempo c’è una ricerca e una dimensione sfuggente dei due personaggi, che piombano loro malgrado in questo non luogo, che rappresenta la loro psiche, e in cui restano imprigionati, alla ricerca delle proprie ‘’stelle’’, ovvero la ricerca di se stessi.
Nel video lavori sulle forme astratte del sogno. Come hai progettato lo spazio visivo per far sì che apparisse reale e allo stesso tempo onirico?
In realtà ho cercato di essere abbastanza semplice, sfruttando le scenografie e pochi effetti visivi, ho preferito naturalezza e normalità rispetto a quello che accadeva nel videoclip, alterando attraverso suoni o effetti visivi questa apparente normalità e lasciando intravedere un mondo inesistente e onirico che però diventa reale attraverso le immagini.
La “loggia nera” del videoclip richiama esplicitamente l’immaginario lynchiano, ma filtrato attraverso un linguaggio personale, tanto da trasformarne i presupposti in una dimensione maggiormente erotica. In che modo secondo te il video, al di là dei riferimenti, affronta una strada personale rispetto all’immaginario dell’artista di Missoula?
In realtà il videoclip prende molto alla lontana spunto da Twin Peaks, capolavoro del maestro David Lynch, per le tematiche e le atmosfere, ma poi fondamentalmente segue una sua storia.
C’è chi ci ha visto anche riferimenti ad Eyes wide shut di Stanley Kubrick. Tu stesso hai menzionato Shining sempre di Kubrick. Ed è impossibile non richiamare questi maestri, anche involontariamente, soprattutto se si trattano determinate tematiche; nessuno prima di loro ha saputo raccontarle con tanta precisione.
I personaggi del videoclip si discostano molto dal mondo fantastico di Lynch, il videoclip vuole indagare soprattutto quei mondi presenti dentro l’essere umano, le stanze segrete che albergano in ognuno di noi. Tutti abbiamo le nostre manie, oppure i nostri lati oscuri, ma l’equilibrio risiede nel saperci convivere. Solo nel momento in cui diventano ossessioni, e si perde ogni forma valoriale, degenerano e possono portare verso situazioni pericolose per se stessi e per gli altri.
Oltre al pattern che richiama Shining, sullo sfondo di questo compare un celebre scatto di Bowie realizzato da Brian Duffy per i provini di Scary Monsters. Come hai integrato questi elementi iconici senza farli diventare semplici omaggi?
Più che omaggi sono delle chicche, degli elementi nascosti che può notare un occhio attento e un appassionato, ma che restano sullo sfondo. Arricchiscono la scena con richiami iconografici, ma non omaggiano, per esempio, la grandezza di Bowie, semplicemente lo rendono partecipe, elemento che aggiunge valore quantomeno simbolico al videoclip.
Nel video convivono maschere, identità sospese e figure enigmatiche. Come hai lavorato sulla scelta dei costumi e sull’idea di soggettività plurali per raccontare la parte più oscura del desiderio?
La parte più oscura non è il desiderio, ma sempre la psiche dei protagonisti. Il desiderio è qualcosa di sano e umano, è solo la degenerazione psichica e lo smarrimento che possono creare una versione malata. Le maschere stanno ad indicare proprio quel tentativo di camuffarsi e di nascondersi, ma può essere simbolicamente interpretato anche come uno scudo, un muro. Anche gli stessi dispositivi elettronici come cellulari o computer spesso sono dei filtri e delle maschere, e quando si naviga sul web protetti da questi filtri, possiamo sfogare qualità del proprio carattere e desideri che nella vita reale si sono tenuti ben nascosti oppure repressi.
I costumi sono stati scelti insieme ai ragazzi parlando di quello che volevamo far esprimere ai personaggi e confrontandoci. Per quanto mi riguarda sono una parte fondamentale, non a caso sono direttore artistico e ideatore di un festival, l’International Scledum Film Festival di Schio (Vi), che mette proprio in risalto l’importanza del costume all’interno del film. Un costume è elemento narrativo, racconta status sociale, psiche e costruisce il personaggio insieme al lavoro dell’attore e del regista.
Si percepisce una tensione erotica molto forte lungo tutto il video, questa però non diventa mai esplicita. Come sei riuscito a mantenere questo equilibrio, soprattutto in rapporto al testo della canzone che parla di sentimenti liberi e del “perdersi nelle notti più buie”?
Credo che in un mondo dove la violenza e la volgarità ormai sono realtà quotidiane trasmesse dai social e dai media in continuazione, sia necessario evitare sempre la volgarità e le forme estreme. Oggi il cinema e l’arte non hanno più bisogno di estremizzare e di esplicitare aspetti sessuali o violenti.
Un tempo era necessario per poter infrangere dei tabù, oggi credo che sia solo ostentazione, oppure un tentativo di stupire o scandalizzare, molto “fuori moda”. A mio parere, in questo momento credo sia molto meglio lasciare intendere, restare nell’area del visivamente bello anche se disturbante, lasciando spazio alla libera interpretazione di chi guarda. Questo consente esercizio attivo e stimolo della creatività, oltre che della capacità critica. Credo che sia positivo, se consideriamo che siamo sempre più abituati alla comodità, ad avere tutto chiaro ed esposto in modo didascalico.
Molti passaggi sono costruiti su corpi, oggetti, gesti, tacchi, movimenti, posture. Quanto hai lavorato con gli interpreti sulla fisicità e sulla gestualità? Hai dato indicazioni precise o hai lasciato margine d’improvvisazione?
In realtà è stato abbastanza semplice, abbiamo lavorato per tirare fuori una certa sensualità, ma come dicevo prima, rimanendo allusivi senza essere mai volgari. Abbiamo cercato di tirare fuori dai protagonisti questa cosa, a mio avviso riuscendoci. Si è trattato di un lavoro di squadra, con le mie indicazioni, ma anche lasciando molta libertà di espressione.
La scelta di aprire il video con un’interferenza elettrostatica senza musica crea una forte discontinuità narrativa per i primi due minuti del video. Al netto dei riferimenti lynchiani all’elettromagnetismo, come dialoga questo frammento con la fisicità tangibile che le influenze trip-hop del brano suggeriscono?
L’elemento dell’elettromagnetismo e dei suoni elettrici è un elemento sonoro che uso spesso nei miei lavori, non tanto per richiamare Lynch, ma soprattutto per una mia concezione personale che si basa sull’idea che la vita stessa sia generata e mossa da energie, noi stessi siamo energia.
Ma è qualcosa di astratto e invisibile, l’elettromagnetismo è invece un elemento tangibile, reale e udibile dell’energia che generiamo e che muove le nostre vite.
Nel videoclip questa energia diventa sempre più forte e travolgente, e nell’intro fatto di inseguimenti e di ricerca dei personaggi è quell’elemento disturbante che fa capire allo spettatore che qualcosa sta per accadere, che si sta oltrepassando la percezione del reale per entrare nell’onirico. Il dialogo tra le sonorità degli Echodos e questa energia si lega molto bene, anche la musica in fondo è generata da energia ed elettricità.
Il video sembra giocare con il concetto di loop, di ricorrenza, quasi come una discesa in una spirale psichica. Era una scelta legata alla canzone, ai suoi temi, o più a un tuo modo di concepire la narrazione visiva?
E’ stata una scelta legata sicuramente alla canzone, e ai temi che tratta ma anche alla fusione con una mia visione personale. Ho cercato di trasformare il testo in immagini, arricchendo con elementi che potessero trasmettere sensazioni, turbamenti e inquietudini che Paola canta, con suoni e melodie composte da Francesco.
L’obbiettivo finale è stato realizzare un prodotto che potesse unire queste caratteristiche in modo da rendere concettuale ma anche fruibile il pezzo degli Echodos, attraverso le immagini del videoclip.
Quanto ti interessa raccontare il desiderio umano nella sua componente più fragile e segreta? Nel lavorare a questo videoclip, qual è stata per te la scintilla emotiva più importante da portare in scena?
Tutta la nostra esistenza e governata da emozioni e psiche, il desiderio umano è forse l’aspetto più importante perché è quell’elemento che spesso si fa fatica a gestire e governare, proprio perché influenzato dalle nostre insicurezze, dalle nostre fragilità, quindi personalmente è un aspetto che mi interessa molto. Tutto nasce dai nostri sogni, dai nostri rapporti, da ciò che ci accade. La nostra esistenza ne è sempre fortemente influenzata, e in tutte le storie c’è sempre una forte componente di desiderio, di fragilità e anche di segreti. La mia convinzione è che nessuno sia mai cosi come appare, ed è anche importante esserne consapevoli, altrimenti si finisce per vivere in base all’immagine che gli altri hanno di noi. Dovrebbe sempre essere ben chiaro che il nostro essere profondo è conoscibile solo individualmente.
E’ proprio questa la scintilla emotiva più importante, noi passiamo tutta la vita a cercare di farci accettare dagli altri, a volerci sentire parte di un gruppo, di una comunità, alla continua ricerca di noi stessi e in questa spasmodica ricerca, non ci rendiamo conto che stiamo solo inseguendo l’immagine che ci viene attribuita dalla realtà circostante. Questo, soprattutto nella società moderna, crea disordine e smarrimento.
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