Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Asiatisch è un travelogue immaginario che occupa una posizione di confine tra falsificazione e realtà consensuale, uno "Shanzhai" sonoro, vero e proprio falso metafisico 

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L’album di debutto di Fatima Al Qadiri, artista Kuwaitiana nata in Senegal e stanziata a New York, è una disturbante collisione di segni; attraverso l’abuso di un’etnografia sonora immersa nel pregiudizio ne rovescia i presupposti rendendo il viaggio nell’oriente di Asiatisch come un’esperienza oscura e illeggibile.

Dopo aver pubblicato due EP, formato prediletto da Fatima come ha avuto modo di dichiarare in alcune interviste, tenta la strada del full lenght pubblicando per Hyperdub a due anni di distanza da Desert Strike, l’ep uscito per Fade to Mind, primo viaggio simulato nelle macerie di una cultura osservata da una soggettiva virtuale. In quel caso l’invasione del Kuwait era rivissuta dagli occhi di una bambina con l’assunzione del punto di vista attraverso l’interfaccia e i suoni di un videogame; un mashup culturale che si interrogava sulla pratica dell’innesto globale da una prospettiva traumatica, nello stesso modo in cui i video ufficiali (How can i resist you, Warn U, Vatican Vibes) appaiono come mostruose mutazioni tra analogico e digitale, dove il corpo è un’immagine residuale, un’interferenza, un segnale corrotto la cui provenienza non è mai certa.

È la stessa strategia che sul piano sonoro introduce il contributo vocale di Helen Feng nell’opening track Shanzhai (For Shanzhai Biennal), inafferrabile sovrapposizione di livelli e interpolazioni culturali, prima di tutto per la partecipazione della Feng, rockstar cinese, volto noto di MTV China, artista il cui rapporto con la tradizione è solo la fase terminale di un dialogo complesso di appartenenze e riconfigurazioni tra oriente e mercato globale.

La Feng interpreta “Shanzhai” utilizzando un Mandarino inesistente e di fatto intraducibile, per replicare a sua volta una versione infedele di “Nothing Compares To You” il brano scritto da Prince e poi reso noto da Sinéad O’Connor , brandelli di una lingua senza più alcun significato che  potrebbero assumere il valore di una gemmazione al suo ultimo stadio, un fake all’ennesima potenza come gli “Shanzhai“, ovvero la proliferazione dei prodotti contraffatti  nati in seno alla città di Shenzhen e che hanno assunto un valore creativo, attraverso una riappropriazione dei segni del mercato a cui si riferiscono; residui di una prassi produttiva impazzita il cui slittamento di senso contribuisce anche alla creazione di nuovi manufatti artistici che dialogano con la storia culturale degli oggetti in modo obliquo.

Un esempio di questa vertigine culturale è un film come Plastic City di Yu Lik Wai, come avevamo avuto modo di scrivere, opera fantascientifica nella sua “reinvenzione dello spazio percettivo” urbano a partire da una skyline fatta di innesti urbanistici incongrui, gli stessi che costituiscono il distretto finanziario di Pudong, “copia Shanzhai di una città globale” come l’ha definita Tsung-yi Michelle Huang nel suo Walking Between Slums And Syscrapers.

Il gioco di Fatima Al Qadiri allora non è cosi semplice e binario come potrebbe apparire ad un primo esame, perchè più che riferirsi solamente alla percezione occidentale dell’oriente attraverso la digestione di un certo immaginario sonoro, sembra che il rovesciamento sia continuo e consapevolmente palindromo.

Non è solo il titolo, Asiatisch, che si serve del tedesco per coniare in forma parodica un punto di vista occidentale sull’Asia esattamente come la parola “Orientalism” per Edward Said indicava la mistificazione e l’invenzione di un’entità geografica come strumento per costruire e rafforzare l’identità Occidentale, ma è anche “Shanzhai”, anti-manifesto che come dicevamo, si pone da subito in posizione ambigua e dialettica nel contrasto tra copia e originale, una questione connaturata alla stessa cultura Cinese, spirito che attraversa tutti i brani e le strategie sonore dell’album.

In questo gioco di rispecchiamenti, la critica anti-global c’entra ben poco, più interessante invece la consapevolezza di esser parte di un processo di mutazione linguistica che crea nuove identità digitali, nuovi ibridi che dalla condizione di “replica” riscattano e rilanciano altre possibilità identitarie. Nelle sovrapposizioni di questa interessante vertigine ci è cascato anche Edoardo Bridda, che nella recensione di “Asiatisch” pubblicata su “Sentireascoltare” oltre a sottovalutare il brano d’apertura come una bizzarria “fuori luogo”, dimostra di non averne proprio colto il senso scrivendo che “Shanzhai” è stata composta per “la biennale dell’omonima città con il feat. di Helen Fung“. Forse ha visto il trailer della “Shanzhai biennal” evento specifico installato al MoMa di New York dove si parla appunto di “Shanzhai” come fosse un luogo reale, quando in verità lo è solamente da una prospettiva creativa, perchè geograficamente esiste solo in una dimensione “artefatta” o se si vuole “contraffatta” attraverso la proliferazione adesso transnazionale di un mercato parallelo che sta sostituendo i codici di quello ufficiale con una riappropriazione di segni non così scontata.

Se il fenomeno “Shanzhai” è diventato quindi così estensivo da collassare su se stesso anche dal punto di vista di quello stesso mercato, non c’è solo lo scenario della replica-parodica (Dolce & Banana, Anmani, Calvin Klain, Parada e Adadas) perchè emerge una reinvenzione artistica del contesto con l’assunzione di questi oggetti come fossero tracce,  macchine celibi, readymades da esibire o da integrare in un processo creativo più complesso.

Tra questi citiamo un paio di esempi, uno dei quali assolutamente pertinente con il lavoro di Fatima Al Qadiri. Il primo ci aiuta a comprendere la lunga storia del dialogo tra occidente e oriente attraverso gli oggetti di consumo, ed è la mostra tenutasi a Berlino nel 2013 alla Tanya Leighton gallery di Oliver Laric e intitolata “Be water my friend“. La mostra, mettendo insieme oggetti di diversa provenienza e tradizione, tutti scovati in Asia, esibiva degli “Shanzhai” in una forma metastorica giocando in modo ambiguo sul concetto di copia e originale;  tra questi un telefono “Shanzhai” di ultima generazione e una sedia di epoca Vittoriana, come prova materiale dell’emulazione orientale operata dall’occidente.

Il secondo esempio, quello più vicino a Fatima Al Qadiri, è relativo al lavoro di Cyril Duval e Babak Radboy; il primo collezionista compulsivo di Shanzhai e artista con il moniker (non a caso) di “item idem”, il secondo direttore artistico del Bidoun Magazine. Insieme si sono inventati la Shanzhai Biennal progetto dall’identità sfuggente che si muove tra arte, esibizione di “Shanzhai” tout court, un brand basato sull’imitazione, oppure un processo creativo che si muove dal concetto di “replica”.

La biennale ha una collocazione apolide, è stata ospitata alla settimana del Design di Pechino e al MoMa integrando gli eventi con una collezione di moda che decontestualizza noti brand, come per esempio i Cardigan decorati con il logo della Apple, ed è proprio nel setting del MoMa che i due artisti hanno presentato una prima versione della cover di Prince con il lip sync della modella Wu Ting Ting. Tra i lavori più recenti della Shanzhai Biennal c’è anche l’artwork di Asiatisch, testimonianza di una collaborazione artistica che colloca il lavoro di Fatima Al Qadiri in una posizione non semplicemente “critica” nei confronti di un complesso fenomeno culturale, perchè l’artista di adozione Newyorchese preferisce  abitare il contesto in una posizione interstiziale, tra adesione e rovesciamento dei parametri percettivi di una cultura post-identitaria.

Come la Shanzhai Biennal che diventa brand attraverso la reinvenzione di oggetti contraffatti, cancellando la prassi del mercato  NON rendendo i suoi oggetti disponibili per la vendita, complicandone così il loro statuto di realtà e di copia con lo “spossessamento” di entrambi gli stati in una dimensione espositiva che ha il potere di inventarsi la città fantasma di “Shanzhai”; così anche Fatima Al Qadiri procede verso lo stesso tipo di disorientamento percettivo dei modi della musica orientale in un contesto sradicato creando una versione “metafisica” e senza geografia dell’oriente attraverso l’esasperazione del “falso”, giocando con tutte le declinazioni dell’elettronica di consumo (da Jean Michel Jarre a Vangelis, primi a intraprendere un’estetica apolide per travelogue immaginifici e mistificanti) e rielaborando la prassi del campionamento in una dimensione perversa e virtuale, tra elementi di gamelan indonesiano (Shanghai Freeway), simulacri cyber (la voce sintetica che ripete speak chinese if you please in Dragon Tatoo), falsificazioni transnazionali (Szechuan, strano mostro tra gotico per le masse e cineserie).

Asiatisch occupa quindi una posizione di confine tra falsificazione e realtà consensuale che non può essere ridotta alla critica contro l’innesto di una prassi globale nel contesto delle identità nazionali, o almeno non solo a quella, perchè sembra che Fatima Al Qadiri sia in grado di mettere insieme un suono che partecipa di entrambe le condizioni, senza che ci indichi in modo univoco un processo di identificazione “ontologica”.  La sua stessa storia personale ha una dimensione complessa e multi-identitaria, e in questo cammino c’è spazio anche per l’ipostasi del falso che diventa più vero del reale.

 

Fatima Al Qadiri
Asiatisch

Hyperdub, 2014 | elettronica
CREDITS:

Shanzhai (For Shanzhai Biennal) Feat. Helen Fung | Szechuan | Wudang | Loading Beijing | Hainan Island | Shenzhen | Dragon Tatoo | Forbidden City | Shanghai Freeway | Jade Stairs

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.