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I Fedora Saura con il loro La Via Della Salute sono una delle proposte più interessanti degli ultimi mesi, una musica che è veicolo di idee e fonte di interrogativi; così sono anche le risposte di Marko Miladinovic, leader del gruppo, alle domande che gli abbiamo posto sul disco e non solo 

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Uno dei dischi in lingua italiana più interessanti e liberi nel senso più alto del termine tra quelli usciti negli ultimi mesi non arriva dall’Italia, ma dalla Svizzera. Stiamo parlando di La via della salute dei Fedora Saura, un concentrato di idee musicali e di proposte da seguire, un manifesto per la rinascita dell’Europa in un momento storico in cui nessuno sembra più avere fiducia in essa. Un disco così saturo di qualità non poteva non titillare la nostra curiosità e abbiamo infatti cercato di saperne di più, contattando Marko Miladinovic, che guida la band nelle sue scorribande tra generi e storie. Come potevamo aspettarci, le sue risposte sono state molto particolari, spesso spiazzanti e da interpretare, in perfetta linea con quanto proposto dalla band. Leggete dunque e ponetevi degli interrogativi, a questo serve l’arte, o almeno dovrebbe.

La prima domanda che mi viene da fare è legata alla vostra identità, non nel senso delle generalità ma politico e sociologico. Siete svizzeri, cantate in italiano e parlate essenzialmente di Europa. Vi definireste quindi europei? Esiste l’Europa per voi? E cos’è?
Abitiamo nel sud del suo cuore! Dunque capisci, non solo esiste, pure c’è, e anche per questo ha non pochi problemi, d’altronde sai… al cuore basta un soffio…
Sono slavo in Svizzera e parlo italiano. Ci ho messo dieci anni per liberarmi di un dio d’attributi insegnato alle elementari… già allora Suor Franca mi diede del diavolo e mi scagliò per la coda fuor dall’aula. Compresi, in quanto laico, d’essere nato analmente proprio da una suora europea… e fuor da quell’aula desiderai tornare all’ovile… allora le alzai la gonna e mi ci ficcai sotto. Lei provò a divincolarsi ma successe che con lo sfregamento delle sue cosce i miei lunghi capelli si raccolsero in ciocche elettrostatiche, e smise di agitarsi appena premuto il suo tempio contro la mia testa… ma ho detto troppo! Suvvia, il necessario… col clero non si sa mai… potrebbero aggiungere l’obbligo nel prossimo concilio. Avrebbero un bel dire che il cunnilingus renda i denti gialli! Ma dicevo… altri dieci anni ci vollero per liberarmi da un’”identità culturale”. Queste nazioni, che stupide! Io chiedo se l’io non sia un imbroglio e l’identità un grande guaio. Intanto, noi restiamo ricchi, stracolmi eredi di un millenario spirito europeo!

Con la vostra musica cercate di tratteggiare un manifesto ideologico per la rinascita dell’Europa, che considerate in crisi innanzitutto dal punto di vista etico. A cosa è dovuta questa crisi secondo voi? E la musica può davvero essere un modo per uscirne o quantomeno per avere consapevolezza della situazione?
Noi cerchiamo moltissime cose purché non si trovino. Indubbiamente nessuna idea e nessun manifesto ideologico. Noi della “razza di chi rimane a terra”, non siamo così volgari. Le idee le lasciamo agli idioti e agli idealisti. I primi si offendono, gli altri scappano dalla vergogna e m’è venuta un’idea per i non citati…
Non resta che una piccola o grande utopia alla quale brindare: “Felice! La morte sarà solo mia! Intanto sono in buona compagnia!”
Ma la musica non fa le rivoluzioni, né la letteratura. Ma insieme ad altre cose, l’arte migliora se stessi e rende più belli, e fa sì che s’incarni nell’uomo l’unica necessaria formula: “Non si gode se prima non si dà da godere”. E che bel mondo! A furia di dire che è brutto e cattivo… è diventato pure spregevole… Invece e la crisi la crisi… La crisi è dovuta all’amore, al denaro e al cielo.

Dal punto di vista musicale la vostra proposta è molto interessante, poco classificabile se non sotto l’ampio cappello dell’aggettivo “contemporanea”. Nella mia recensione ho parlato di Rock In Opposition, riletto però sotto la lente della musica “altra” del decennio successivo, la no wave e il post-punk, senza dimenticare le avanguardie di inizio Novecento. Che ne pensate?
Essì, siamo un po’ degenerati. Ci piace la tua descrizione, dopodiché siamo corsi fuori dai ruoli e dall’ischemia. Semplicemente ci rifacciamo la salute. Per descrivere un nostro concerto servirebbero centoventi minuti a un radiocronista fantacalcistico. I rigori un’altra volta, così ci togliamo la voglia di fargli dire tutto subito. Oppure una conferenza di Mourinho interpretata con il linguaggio dei sordomuti, che ci vedono sei volte di più e diventano strabici per sessantasei a furia di dover leggere tra le righe.

L’uso della voce è molto importante: ho citato i nomi di Gaber, Carmelo Bene e anche di Giovanni Lindo Ferretti per far capire lo spettro espressivo. Sono punti di riferimento o modelli che hai seguito? O ce ne sono altri a cui ti senti più vicino?
Da Gaber ho preso giusto un po’ di quella necessaria violenza ch’egli possedeva. A Carmelo Bene invece non gli si può prendere poco senza trovarsi addosso troppo. Egli non è un sole come Nietzsche, fa molte ombre e si fatica a trovare un solo rilievo in cui rifarsi un’unghia. Epperò le ombre sono necessarie, mica ci stanno per niente! Ma qui vi parlo come uno scolaro scappato da scuola per scegliersi un migliore maestro… e continuo… le ombre fanno molte improvvisazioni!
Lindo Ferretti mi ha tanto aiutato, ne feci un sostegno nell’adolescenza. Poi ho seguito il consiglio degli amici: per la prima volta ho fatto un po’ di jogging e di sostegni non ne ho avuti più bisogno, del jogging neppure. Lo conobbi, appena imparato a trascinarmi sulle punte dei piedi.
Ce ne sono tanti, pochi e sempre altri. Quando si pensa che uno eguagli l’altro, semplicemente lo si è letto, visto e sentito per ultimo. Ma come un caffé, un gradino o una donna, egli non resta che il penultimo.
“Preferibilmente qualcosa di volgare più di un’abiezione maggiore a una distopia di un ipotetico ideale non plus ultra volgare da cui dedurre ciò”

Un altro elemento che mi ha molto colpito è il basso, che a tratti mi ha ricordato i passaggi reggaeggianti di Jah Wobble nei PIL. È stato davvero un’influenza? Mi piacerebbe anche sapere che ne pensate di Johnny Rotten, restando nella band…
Ho ascoltato moltissimo i PIL. Furono un gruppo straordinario, penso abbiano inventato qualche cosa, fatto delle scoperte… sui generis. Ma in questo caso, appunto, è solo un caso tra i molti.
Ascoltai Johnny Rotten dopo John Lydon. Naturalmente si diventa ciò che si è anche nelle scarpe che si porta. E lui le ha cambiate spesso. Così anche noi ci rifacciamo a ciò che saremo: ne ho appena addocchiate un bel paio di pelle marrone col tacco in legno inchiodato… A no and a yes

Anche l’uso dei fiati è molto particolare, direi che è la vostra parte free-jazz. Siete d’accordo?
Perché non esserlo… siamo d’accordo a esser fatti (ops…) per qualcosa di preciso! I fiati, e altri tipi di strumenti, più di quelli a cui ora non pensiamo, arriveranno nei prossimi dischi, che saranno sempre più forti, belli, lucidi e sani! Non solo per il free-jazz. In questo, La via della salute, Tenete buoni quei cani è l’unica a cui siamo riusciti a pensare, potessimo ripensarci, quanto migliore sarebbe! Infatti ci ripensiamo per ogni concerto… Qui le trovate dei fiati son del buon Jubbonsky alias Guido Rolando. Se intanto qualcuno ha una orchestra che avanza, ce lo venga a dire, sapremmo che farne!

Il momento centrale dell’album è Ex Europa Samba, brano diviso in tre movimenti e lungo ben 17 minuti. Come avete lavorato a quel brano? Siete partiti già con l’idea di creare una composizione così complessa o è cresciuta col tempo?
La bagattella fu la prima ad arrivare. La canticchiai per molti anni prima di scriverla, lavoravo come venditore e, prima di quella, canticchiavo a labbra strette Il bombarolo di De Andrè. Le altre due, Hehr/Thrh (due colpi di tosse) e l’omonima Ex Europa Samba stavano lì ad aspettarla, come una coppia d’innamorati aspetta d’innamorarsi un’altra volta altrove.
Così è il racconto di uno che nell’ex Europa d’accendere non trova e, dopo che uno l’ha rifiutato, egli sicuro nell’avvenire, va col passo di una colomba verso un deserto di fuoco pur di accendere una sigaretta, e il mondo intero lo chiama “La leggera”.
Poi certamente! Ogni cosa cresce nel tempo e anche fuori da ogni tempo!

Riuscite molto bene anche a condensare molte idee in brani più brevi rispetto a Ex Europa Samba, per esempio in Continentale (artista visiva). Mi viene quindi da chiedere anche come vi approcciate a questi brani più brevi…
Grazie per le belle parole. Ci approcciamo suonandoli, oppure come fa non la zanzara, piuttosto la farfallina notturna: sembra si diverta a ogni colpo d’ala e ovunque va. Oppure ci approcciamo come un cerbiatto che fa la capriola: non all’animale s’intenda, lo scrivo in parola. Oppure comunque, pare giusto o non pare affatto.

Con tutti questi elementi che abbiamo descritto, com’è dunque un vostro live?
È una potenza mai vista, una festa, una gioia, un’aliberazione, un invito a fare i palombari nell’oblio, cosicché ognuna possa ripetere l’ugualmente irripetibile e di nuovo sbagliare!

Se non erro dopo l’uscita del disco non avete ancora suonato in Italia. Come mai, secondo voi?
Perché non avevamo tempo per andare di fretta. Ma ci arriveremo e sarà una gioia incontrarvi!

Progetti per il futuro?
Riannettere culturalmente il Ticino, invero la Svizzera italiana, all’Italia e dopodiché fare l’Europa. E se diranno che è impossibile allora sarà tanto meglio fallire!

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.