lunedì, Gennaio 25, 2021

Florence + The Machine – How Big, How Blue, How Beautiful: la recensione

Dopo aver dispensato singoli a lento rilascio da mesi a questa parte finalmente How Big, How Blue, How Beautiful si fa apprezzare in tutta la sua interezza. Ci ha tenuto col fiato sospeso Florence, una creatura tutta laringe e fiato imprigionata nei contorni di un’età anagrafica (classe ’86) che non sembra fatta per lei, una donna così austera dalla sguardo tribolato anche quando sorride. Ci sono voluti quattro anni perché Florence andasse oltre il giro di boa di Cerimonials e ricominciasse a scrivere e comporre. Appoggiandosi alla produzione di Markus Dravs (Mumford & Sons, Coldplay, Arcade Fire), Florence confeziona 11 tracce vibranti, ricche e, come sempre nel suo stile, drammatiche.

Chi la conosce sa che il dramma per Florence è qualcosa che non ha mai nulla a che vedere con il patetico o con la commiserazione.  No di certo. Drammatica è l’interpretazione che riversa in ogni canzone, la violenza infinita che si ripete traccia dopo traccia. Come una Etta James dei giorni nostri, Florence indossa con classe e naturalezza i panni dell’eroina che parla lasciando il compito al suo lato più cupo.

Ed è sicuramente a questo lato che dobbiamo la mitologica apertura di Ship to Wreck e l’incalzante monologo interiore dall’intuibile destino (Did I drink too much?/Am I losing touch?/Did I build this ship to wreck?). La direzione è segnata, How Big, How Blue, How Beautiful si rivela meno orchestrale rispetto ai precedenti lavori, permangono i giochi di voci, le sovrapposizioni e riverberi corali, ma i suoni si fanno più secchi, i tamburi pestano  la maggior parte del tempo e le chitarre sono più taglienti.

Su questa scorta si fa avanti la richiesta per un riscatto che almeno sia compassionevole in What Kind of Man, il blues di How Big, How Blue, How Beautiful o il soul livoroso di Delilah e Third Eye. Ma il cuore non può essere sempre in tempesta, nonostante la personale galleria di trascorsi di Florence si ostini a dimostrare il contrario, e anche How Big, How Blue, How Beautiful ha bisogno di rinfrescare le membra e deporre, per poco, gli orpelli di battaglia.

Forse la sospirosa St. Jude si ritroverà investita di una responsabilità troppo grossa e non è un caso che si riveli la traccia meno convincente dell’intero album che non riesce ad arginare l’esplosione fragorosa di Mother, ballata contorta che accompagna la chiusura dell’album.

How Big, How Blue, How Beautiful è un album selvaggio e ferino che rivela una grandissima crescita di Florence come mai prima d’ora.

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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