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Piani Paralleli è il film concerto dedicato ai trent'anni di carriera di Giovanni Mazzarino. Uno dei più importanti compositori jazz del panorama internazionale racconta, con gesti, musica, pratiche e voce narrante, i segreti della sua musica. Grazie alla sapiente regia cinematografica di Gianni di Capua, il film si avvicina agli importanti collaboratori del musicista messinese durante la preparazione di un concerto. In occasione del tour di "Piani Paralleli" nelle principali sale cinematografiche italiane, abbiamo intervistato Giovanni Mazzarino per una lungo e stimolante confronto sulla sua musica 

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Giovanni Mazzarino è uno dei compositori jazz più importanti a livello internazionale. In questa lunga conversazione si chiarisce poco a poco quanto la sua musica sia priva dei confini imposti da un genere,  in virtù della relazione molto profonda che l’artista messinese intrattiene con la tradizione.
Radici che non è possibile individuare con una definizione univoca, perché dalla Sicilia si arriva alla tradizione classica, al rapporto con Bach e Ravel e anche alla musica per il cinema. Da questo crocevia si solleva un vento di novità, libera e senza preconcetti, perché se nella fase compositiva il musicista dovesse pensare insistentemente e artificialmente alla rappresentazione del nuovo, tutto suonerebbe irrimediabilmente già vecchio. È un concetto a cui Mazzarino tiene molto, eredità filosofica e creativa importante, legata al confronto diretto con un grande come Dizzy Gillespie.

Gianni di Capua dirige Piani Paralleli e celebra i trent’anni di carriera del jazzista siciliano, avvicinandosi con un intenso film concerto al metodo di lavoro di Mazzarino, proprio nel momento in cui la scrittura si trasforma in un ricco universo sonoro. A costituire l’ossatura del film è la documentazione di una serie di dialoghi con gli straordinari musicisti coinvolti nel progetto. Il rapporto di Mazzarino con Steve Swallow, Adam Nussbaum e Fabrizio Bosso viene assistito dagli arrangiamenti e dall’architettura orchestrale di Paolo Silvestri,  la cui direzione dell’Accademia d’Archi Arrigoni avvolge e lega i fili di un progetto che dalla testa e dal cuore del compositore, raggiunge la dimensione dell’ascolto condiviso. Il concerto a porte chiuse conclude la fase dialogica e preparatoria del film, guidato dalla voce narrante dello stesso Mazzarino. A porte chiuse, nello spazio della Fazioli Concert Hall, la magia diventa una conversazione intima con chi ascolta.

Piani Paralleli sarà in “tour” nei principali cinema della penisola a cominciare da oggi, 7 aprile a Roma presso Cinema Farnese Persol, per proseguire il 9 al Cinema Beltrade di Milano, il 10 al cinema Europa KinoDromo di Bologna, l’11 in contemporanea al CinemaZero di Pordenone e all’Istituto Stensen di Firenze, dove Giovanni Mazzarino sarà ospite speciale della serata.

Il tour proseguirà il 12 di aprile all’Apollo Cinepark di Ferrara e al Cinema Lux di Padova, il 21 al Cinema Teatro Rossini di Venezia per poi approdare in un luogo simbolico e importante per Giovanni Mazzarino, Piazza Armerina, presso il Cinema Teatro Garibaldi

 

Piani Paralleli, il trailer

Ascoltare se stessi. È l’idea che si affaccia all’inizio del film concerto di Gianni Di Capua. La documentazione di un istante autentico. Può spiegarci meglio questa modalità creativa?

Ascoltare se stessi è un’esigenza ma soprattutto un confronto autentico d’introspezione tra chi propone (il musicista compositore) e chi ascolta (il musicista ascoltatore). Entrambi (la stessa persona) fortemente motivati da aspettative diverse. “Accontentarsi” pertanto rimane l’unico punto di forza; elemento d’incontro per due diversi status ma al tempo stesso sintesi di un pensiero che diventa unico e non di certo rinunciatario. Nel momento massimo della fruizione della propria musica, e non solo, convivono diverse anime con direzioni precise ma diverse; l’anima migliore è quella che si accontenta, è quella che considera l’insieme, quella che supporta la creatività come momento intellettuale irripetibile, quella che garantisce l’omogeneità del pensiero.

La lotta con se stessi è in contrasto con l’ascolto. La prima ci porta verso l’errore delle classifiche. Che consiglio darebbe ai giovani musicisti, anche quelli che cercano di muoversi nel calderone della musica popolare, lottando per conservarne la qualità di un tempo?

Quando si è giovani è inevitabile incorrere in conflitti del genere. Nella fase dell’apprendimento andar lenti o correre sono errori di pari gravità. Bisogna da subito capire che la Musica, per essere compresa e fruita fino in fondo, necessita dell’”attesa costruttiva”. Durante quest’apparente pausa bisogna studiare, il proprio strumento e soprattutto approfondire il concetto dell’ “invenzione non inventata”. Questa espressione fa intendere l’atto di creare qualcosa mentre la si esegue, in maniera spontanea. Ma ciò che naturalmente suona e risuona, è regolato da norme precise, ed è proprio per questo motivo che la Musica ha bisogno della conoscenza. La Conoscenza dell’Armonia e del dialogo degli intervalli, si trasforma nel tempo in un proprio vissuto cognitivo che permette di trasmettere informazioni di qualunque genere, dall’estetico – filologico a quello del naturale sentire; ecco che la Musica si trasforma in linguaggio. Quest’ultimo insieme alla conoscenza consentono l’ascolto consapevole, quello che serve per non essere in contrasto con se stessi

Piani Paralleli

Può raccontarci l’origine di questo film particolarissimo che arriva progressivamente all’epifania del concerto pur tenendola accuratamente fuori, con una preparazione che ne documenta tutte le fasi preparatorie e costitutive? Come è nata l’idea e come è stata discussa con Gianni Di Capua?

L’idea di raccontare tramite immagini la mia musica, il percorso creativo di una seduta di registrazione, le modalità musicali d’intento da interpretare da parte dei musicisti coinvolti, le direttive dell’arrangiatore, i silenzi, gli sguardi e la concentrazione del compositore e tanto altro ancora, nasce in maniera spontanea! Io e il regista Gianni Di Capua desideravamo raccontarci ognuno con il proprio strumento. La Jazzy Records, etichetta discografica che ha ideato e co – prodotto questo progetto multimediale, accompagnandolo fino alla sua completa realizzazione, ha intercettato immediatamente la proposta consentendo la concretizzazione di un’opera che canta la bellezza, attraverso l’entusiasmo, motore da sempre, di un atto creativo.

Lei si è ovviamente ritagliato il ruolo del narratore. È stata una scelta determinata sin dall’inizio, con l’esigenza di guidare il racconto sulla sua musica, oppure è nata in un secondo momento?

E’ nata in un secondo momento.

Gambrinus

Come narratore, trovo sia commuovente il modo in cui lei racconta la sua musica attraverso il lavoro di altri musicisti. Quelli dell’ensemble che lavorano con lei ovviamente (Steve Swallow, Adam Nussbaum, Fabrizio Bosso) e la direzione dell’Accademia d’Archi Arrigoni curata da Paolo Silvestri. Si può essere registi della propria scrittura e della propria creatività lasciandosi andare e affidandosi anche a quella degli altri?

La regia di un’opera in termini musicali non può prescindere dal rapporto di fiducia che si deve instaurare proprio tra il compositore e i musicisti da esso coinvolti. La vita culturale dell’individuo, il vivere creativo, dipendono dal sentimento di fiducia che il soggetto ha strutturato. Questo spiega i livelli diversi di creatività. Io ho scelto musicisti di cui mi fido e con i quali creiamo in maniera autonoma, ma tutti verso la stessa direzione.

Nel film lei dice: “La musica intesa come racconto di idee non è per tutti” perché quello che è difficile è la traduzione del pensiero in musica. La sua è infatti una musica dalle straordinarie qualità narrative che a mio avviso, oltre ad un certo tipo di Jazz a cui lei si riferisce con grande conoscenza e cultura, guarda anche ad alcuni grandi compositori del cinema italiano che erano a loro volta Jazzisti (Piccioni, Umiliani, Usuelli). Quanto la musica per il cinema, quella degli anni 50, 60, 70 è stata importante per il suo lavoro?

Ho ascoltato sin da giovanissimo musica che raccontava immagini. Con mio padre ascoltavamo la musica insieme, uno di fronte all’altro; lui mi parlava delle sue sensazioni all’ascolto e io provavo a tradurle in musica. Un giorno gli feci ascoltare una mia composizione e alla fine di essa esclamò: questa musica mi fa viaggiare ma soprattutto è come se leggesse il mio pensiero. In quell’occasione ho compreso che le parole, le immagini costituivano la mia vera fonte d’ispirazione. Il cinema degli anni 50,60,70 raccontava la vita dell’uomo, le sue bellezze e anche i suoi difetti. Ma raggiungeva l’apoteosi quando doveva tradurre in musica la gestione del limite umano. In realtà il concetto d’intelligenza tradotto in musica. Quella storia e i suoi modi mi hanno fortemente influenzato.

Piani Paralleli è un racconto musicale per immagini, sembra quasi la documentazione di una colonna sonora nelle sue fasi creative. Ha mai pensato di scrivere musica per il cinema?

Ho scritto per alcune produzioni teatrali. Scrivere per il Cinema sarebbe meraviglioso.

Piazza Armerina. Un luogo dove ci si incontra e si parla. Anche in questo caso, come racconta nel film, la dimensione è quella dell’ascolto. Anche se non lo dice esplicitamente, sembra che dall’aria, dalle voci della gente e dall’atmosfera nasca il senso stesso del comporre, la partitura come idea, prima di diventare pagina scritta. È così?

Lo sfondo è quello di una Sicilia visionaria e alchemica come racconta Franco Battiato, dove «tutto è vago, come i miraggi del caldo, traballante come i fercoli delle Madonie, pronto a esplodere come l’ Etna». E quindi ecco il frutto di visioni, suggestioni, granite, passeggiate, veglie, scritture, creazioni.

Le Prove

La Sicilia e il suo spirito. Spesso è stata al centro della sua musica e le ha consentito di trovare un connubio speciale e magico tra radici, il suo sguardo sul Jazz ma anche quello su un tipo di musica che non ha strettamente a che fare con il Jazz. Quanto è importante per lei la contaminazione e soprattutto, è necessario renderla invisibile e impalpabile?

Ritengo che la musica abbia a che fare con l’espressione del radicamento in un luogo, con la rivendicazione di appartenenza a una comunità. La Contaminazione in termini di scambio culturale è auspicabile; laddove c’è integrazione c’è cultura. Ma quando la contaminazione trasforma tutto ciò che divora per il suo spasmodico senso di ricerca inarrestabile di nuovi sapori, ecco che allora diventa la perfetta espressione di un consumismo culturale di scarso interesse.

Mi sembra molto interessante quella che in Piani Paralleli lei descrive come innovazione. Accade sull’immagine di un piano durante l’accordatura quando tutti i musicisti sono in pausa. È un’immagine dall’alto e la sua voce ci dice quanto la vera innovazione sia tutta nell’attesa. Pensare al “nuovo” è una battaglia già persa in partenza. Può spiegarci meglio questo concetto e come mai nel film assume una posizione centrale, con l’immagine di quel piano, prima ancora di ascoltare il suo “Notturno” siciliano, scritto in forza triadica?

Il naturale svolgersi degli eventi storico – culturali che necessariamente influenzano la riflessione di chi è attento a ciò che accade intorno a se, hanno messo sempre in evidenza che l’ineluttabile esigenza di rappresentare il nuovo, l’assoluta volontà di contaminarsi, la ricerca senza consapevolezza e in genere tutto ciò che consentirebbe alla mediocrità di uscire dal loro piccolo mondo, ha come risultato l’inconsistenza culturale . Se nel momento in cui compongo dovessi ritenere che la mia nuova creatura rappresenti “il nuovo”, automaticamente risulta già vecchia! Questo è quello che mi raccontò Dizzy Gillespie in una calda notte siciliana.

Mi sembra che con Piani Paralleli si chiarisca quanto la sua musica sia un’emanazione diretta del pianoforte e delle sue infinite possibilità, nel rapporto con altri strumenti e l’orchestra. Qualcosa che è già dentro lo strumento, ma che esplode con una narrazione stratificata. È d’accordo?

Considero il pianoforte la fonte d’ispirazione principale per quanto concerne la possibilità di comunicare colori, sapori, suoni, impasti, idee. Il pianoforte consente di esprimermi al meglio.

Nel rapporto con Steve Swallow lei parla di sintesi. Sintesi come conoscenza ed esperienza. Può spiegarci meglio questo concetto, in virtù della vostra collaborazione?

Steve Swallow è l’esempio di quel musicista che non pensa minimamente al nuovo, ma la sua vita è stato un continuo rinnovamento artistico e culturale. Non è stato mai uno spettatore involontario, ma ha sempre interagito con ciò che lo ha circondato. La sua sintesi consiste nel rinnovare i valori e le esperienze già acquisite rigettando la sterile e affannata ricerca del”nuovo”. Il nuovo è sempre dentro il vecchio, bisogna vivere, rinnovare l’esperienza per trovarlo.

Swallow e Nussbaum

Il suo rapporto con la musica di Bach emerge come una traccia che porta dritto alla sua idea di Jazz. Può sintetizzare questa idea?

Le sue intuizioni nella perfezione impeccabile del suo genio di compositore, nel rigore matematico della sua musica, sempre unito a un soffio potentissimo di poesia e di abissale spiritualità, hanno aperto la strada alla musica moderna. Lui è stato il vero innovatore dell’ultimo millennio. La mia idea di Jazz? È quella di scrivere musica ogni giorno, attendendo il rinnovo della mia esperienza acquisita.

 Tra gli ascolti che preferisco in assoluto, un posto particolare è occupato dalle rielaborazioni bachiane di Lalo Schifrin. Ho trovato la stessa potenza in molta della sua musica, ma con un’assimilazione più sottile. Lo spirito di Bach senza rifarlo o rileggerlo. È d’accordo?

Lo spirito di Bach è presente nella poetica di tanti musicisti. Il suo spirito è forte, le sue indicazioni musicali spesso necessarie. Rifarlo senza consapevolezza o rileggerlo in maniera del tutto autonoma non avrebbe alcun senso. Cogliere e godere della sua storia e dell’eredità che ci ha lasciato lo trovo assolutamente imprescindibile

E “Due passi”? Quale è il legame tra la sua musica e quella di Ravel?

L’eleganza di Ravel, mi ha sempre stregato. Fare “due passi” con Ravel per cogliere l’essenza dell’eleganza, elemento fondamentale per fare musica.

I Piani Paralleli alla fine sono quelli tra musica classica e Jazz, struttura tradizionale e innovazione; qualcosa di cui abbiamo già parlato nel corso di questa intervista, ma che vorrei approfondire ulteriormente. Come si verifica per lei la magia di questo incontro “parallelo”?

La musica è una creatura della Natura e non può essere prigioniera di un genere o di uno stile; semmai le estetiche possono essere diverse, poiché esse stesse immagine speculare dei tempi e dei luoghi in cui l’attività artistica viene creata, pensata, prodotta. La musica è una sola, i suoi meccanismi, le logiche, le fraseologiche di base restano identiche.  Con questo titolo, Piani Paralleli, ho voluto sintetizzare il concetto del parallelismo in musica come esplorazione delle dimensioni musicali, in senso non euclideo (ossia piani che non si incontrano), ma di coesistenza di queste realtà su piani che occupano contemporaneamente lo “spazio musicale” in più dimensioni.
L’Artista, il Musicista, il Compositore vive all’interno di questo spazio musicale, elaborando una serie infinita di combinazioni musicali, ritmiche, melodiche. In musica non si inventa, si scopre! Si scoprono le diverse forme, i diversi piani, le diverse dimensioni che insieme costituiscono le fondamenta della Musica.

L’insegnamento. È un elemento che emerge proprio alla fine del film. Un nutrimento fondamentale?

Trasferire il sapere è al contempo un’esigenza e un passo verso l’approfondimento della conoscenza. La musica rappresenta la parte emotiva, sentimentale, passionale di ciascuno di noi. Sebbene la musica sia anche espressione matematica, ritengo che l’armonia e il ritmo musicale parlino più al cuore che al cervello, più all’intuizione che alla ragione. Quando si compone si attende l’idea creativa che attiene alla nostra sensibilità, alle nostre intuizioni. Una volta arrivata ci si trasforma in scienziati. Insegnando questa pratica posso cogliere e vivere le spiritualità, la spontaneità, la freschezza dei miei studenti, ed io continuo ad arricchirmi grazie a loro.

Una domanda conclusiva. Che cosa si aspetta da questo film, proprio in termini di incontro con il pubblico e la sua musica, in un luogo così particolare come la sala cinematografica. Spazio che resiste come quello di alcuni teatri dove ancora si può ascoltare buona musica

In questi giorni sono molto emozionato e pertanto fuggo da qualunque tipo di aspettativa! Desidero vivere questa importante esperienza momento dopo momento. Come un neonato che osservandolo con attenzione si coglie chiaramente che il Sentire precede il Pensare. L’apparato biologico, che risponde alla percezione delle sensazioni, matura prima di quello che supporta l’organizzazione del pensiero. La conoscenza del mondo che un neonato inizia a maturare, passa attraverso le sensazioni che precedono e probabilmente stimolano l’attivazione di quelle strutture con cui si producono e organizzano i pensieri del futuro.

Piani Paralleli, il tour nei cinema:

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.