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I Guano Padano sono tornati con il loro terzo album, Americana, che certifica definitivamente il loro amore per la cultura statunitense e, cosa ancor più importante, la loro enorme ispirazione, unendo musica e letteratura in un caleidoscopio di generi e suggestioni. La foto-intervista 

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I Guano Padano sono tornati con il loro terzo disco, Americana, definitivo atto d’amore verso la cultura statunitense, esplorata non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello letterario. Tutti i brani dell’album traggono infatti ispirazione dagli autori inseriti da Elio Vittorini in Americana, l’antologia da lui curata e dedicata ai più grandi autori a stelle e strisce dell’inizio del Novecento. La musica che ne scaturisce è, come al solito per i Guano Padano, un caleidoscopio di generi miscelati alla perfezione, capaci di far viaggiare l’ascoltatore qui e là per il mondo, con una particolare predilezione, come prevedibile, per il Nuovo Continente. È dunque un disco da esplorare Americana: per farci aiutare abbiamo incontrato Danilo Gallo e Asso Stefana, rispettivamente bassista e chitarrista della band, che ci hanno guidato attraverso la sua lavorazione, comprese le varie collaborazioni che lo impreziosiscono, e i suoi brani, uno più bello dell’altro. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Americana è il titolo del vostro nuovo album e certifica definitivamente il vostro amore per la cultura e la musica statunitense. Prima di parlare del disco, mi viene da chiedervi da dove arriva questo amore…
D: il nostro background musicale viene da lì, dagli Stati Uniti. Il nostro essere onnivori dal punto di vista degli ascolti fa sì che buona parte di questi ascolti riguardino proprio la musica americana, intesa in senso lato, nel senso di musica moderna che si contrappone a quella colta europea. Quindi è inevitabile l’amore per questo territorio e per ciò che questo territorio ha prodotto nella musica. Questo vale anche per la letteratura e infatti questo disco vuole essere una sorta di trait d’union tra l’amore per la musica americana e quello per la letteratura, in un patchwork unico. Il disco è quindi un concept album che ruota attorno a quella cultura. Il titolo non vuole però essere identificativo di un genere musicale, ma si riferisce alla raccolta di traduzioni di autori americani di fine Ottocento-inizio Novecento che fece Elio Vittorini: nomi come Poe, Hemingway, Steinbeck, Faulkner, Fante, che furono tradotti da lui e dai suoi amici e colleghi Pavese, Montale, Moravia. Quindi già loro stessi con le loro traduzioni avevano voluto omaggiare la cultura americana, perché non si trattava di traduzioni letterali, ma erano una sorta di rivisitazione di quella cultura. È un po’ quello che abbiamo voluto cercare di fare noi, omaggiando questa cultura e facendoci ispirare da quella tradizione letteraria e non solo musicale, attraverso quello che sappiamo fare, cioè la musica e non la letteratura.

L’ispirazione iniziale per questa unione tra musica e letteratura qual è stata?
A: abbiamo letto tante di queste cose già ben prima di fare il disco. L’idea del concept è nata dalla moglie di Zeno, che è una filologa e appassionata di letteratura che ci ha fornito lo spunto per trarre un disco da questa cosa. Lei ha fatto anche un grandissimo lavoro di ricerca di testi che ci ha suggerito, mentre in alcuni casi erano testi che già ognuno di noi conosceva e quindi cose anche più vissute. Lei ha scritto anche la presentazione del disco e avremmo voluto che ci fosse anche tutto il suo lavoro di ricerca, però per diritti d’autore molte cose non si possono riprodurre e sarebbe stato un po’ complicato riportare tutto. L’idea quindi è partita da lì, poi c’è stato un work in progress dove ognuno ha fatto la sua parte.

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La scelta degli scrittori quindi come è stata fatta?
A: ci sono nomi che non solo ho letto, ma anche riletto negli anni, quei libri che reputi importanti, per esempio Pian Della Tortilla o Uomini e Topi. Alcuni sono anche novità, autori che non conoscevamo, quindi c’è stata anche della curiosità.

Le atmosfere da associare agli autori come sono nate invece?
A: sono nate in vari modi, ma comunque hanno sempre un filo che li lega alle parole. Ci sono alcuni brani che per me sono veramente rappresentativi. I brani sono stati composti da noi tre singolarmente e poi ci abbiamo lavorato insieme in fase di arrangiamento. Il fatto che a comporre siano tre musicisti, ognuno con la sua visione della musica, fa sì che il disco sia variegato e ricco di sfumature compositive.
D: l’ispirazione a volte non è riferita all’intero libro ma solo a un estratto, a delle immagini
A: a delle scene, che poi diventano come delle scene di film per te che leggi
D: queste ispirazioni sono anche suscettibili di controindicazioni perché sono assolutamente personali, però ognuno di noi, come diceva Asso, ha cercato secondo la sua sensibilità musicale di tradurre sul pentagramma quello che sentiva. A volte sono semplicemente degli scenari, delle immagini, delle suggestioni. Ci piace molto giocare con l’immaginifico. Per cui si possono trovare dei riferimenti, io da compositore so che quel brano in quel momento vuol dire una determinata cosa, ma non è necessario saperla, magari tra un po’ me la dimenticherò anch’io. È semplicemente la suggestione che è importante.

Ci sono autori successivi che vorreste inserire in un ipotetico Americana Volume 2?
A: Per esempio Cormac McCarthy per me è un punto di riferimento molto importante, sono un suo grande estimatore. In questo caso però usciva dal progetto perché è venuto dopo, però la sua influenza aleggia sempre nell’aria. Naturalmente se dovessimo fare un’Americana 2 potrebbe essere pensato anche con degli autori contemporanei. Non so se mai lo faremo però.
D: i riferimenti letterari ci possono essere sempre, anche nei dischi precedenti, anzi probabilmente in filigrana ci sono stati. Siamo molto affezionati alla cultura americana.
A: le letture di questi libri, di McCarthy per esempio, mi avevano seguito anche nel disco precedente. Sono cose che leggo sempre durante gli anni e anche se non vuoi in qualche modo ti influenzano. In questo caso è stato un lavoro un po’ più ad hoc, però è come per i film, si prende un po’ spunto sempre.

Mi hanno colpito molto i due brani recitati, in particolare quello con Dan Fante. Come l’avete contattato e come è nata la canzone?
D: quel brano è stato composto da Zeno e ha un suono abbastanza mediterraneo o del Sud Italia, abruzzese, ci sono i mandolini e queste melodie che richiamano appunto il sud dell’Italia, perché John Fante, il padre di Dan, aveva proprio origini abruzzesi. Il nesso sta in questo quindi. In partenza quel brano prevedeva un racconto di John che il figlio avrebbe dovuto raccontare attraverso il suo spoken word, cosa che è stata poi impossibile da attuare per via di difficoltà dovute ai diritti d’autore. Quindi Dan Fante, che non abbiamo conosciuto personalmente ma che si è sempre dimostrato simpatizzante di questa idea, ha voluto di suo pugno scrivere un testo raccontando un aneddoto riferito al padre. Nel testo si parla di wop, che è un termine americano che si riferisce a gente senza quattrini, come era suo padre, che da ragazzino aveva il sogno di fare lo scrittore e ci ha provato in ogni modo. Nel testo infatti si racconta di quando per la prima volta ha battuto a macchina un suo racconto, di notte in una redazione di un giornale. Lui l’ha raccontata con l’enfasi del figlio, ed è molto bello.

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Anche in questo disco, come nei precedenti, c’è un solo pezzo cantato, stavolta da Francesca Amati. Come l’avete scelta o come vi siete incontrati? E lei sentiva in qualche modo il confronto con gli ospiti precedenti, Bobby Solo e Mike Patton?
A: lei in realtà non ci conosceva così tanto. Lei è un po’ bizzarra, vive in un mondo fatato, quindi qualcosa aveva sentito dei Guano Padano, ma non ci conosceva così a fondo da sapere esattamente cosa avevamo fatto precedentemente. Io avevo già in ballo dei progetti con lei che magari si realizzeranno in futuro e inoltre Zeno, che ha composto il brano, la reputava una voce adatta. Lei è stata ben felice di farlo. All’inizio ci faceva un po’ strano quel pezzo, non essendo molto abituati ad avere brani cantati originali. Eravamo un po’ titubanti quindi, ma solo perché era una novità.

Un’altra collaborazione molto interessante è quella con i Cabo San Roque. Questa invece che origini ha?
A: sono un gruppo spagnolo, di derivazione totalmente sperimentale. Tra tutti i musicisti che negli anni ho conosciuto loro sono quelli che mi hanno veramente aperto delle porte. Loro inventano gli strumenti che suonano, costruiscono delle macchine sonore di dimensioni anche enormi, meccanizzate e comandate da un computer su cui scrivono la partitura. È un gruppo veramente “industriale”, i suoni che riescono a fare sono incredibili. Siccome stavo lavorando con loro per un disco e stavo anche finendo questo album, ho pensato che c’erano un paio di brani in cui il loro intervento ci sarebbe stato bene. Loro sono dei nostri grandi estimatori, quindi tutto tornava.

Avete già iniziato a fare dei concerti e andrete avanti per tutto inverno. Come saranno? Più sull’ultimo disco o svarierete tra tutti e tre?
D: ci sarà un buon 70-80% del disco nuovo, tutta la prima parte del concerto, e poi nell’ultimo quarto ci saranno i nostri “cavalli di battaglia”. Suoneremo un po’ il best of in quella parte.

E qual è il brano che preferite suonare dal vivo?
D: io personalmente non ho un pezzo che preferisco suonare, mi piacciono tutti, sia quelli composti da me che quelli di loro due. Mi piacciono veramente tutti i pezzi, mi piace suonare con questo gruppo.
A: è difficile scegliere, dipende anche dal momento. I pezzi prendono ispirazione da tante cose diverse, quindi adesso potrei dirtene uno, tra mezz’ora un altro… El Divino alla fine è uno dei pezzi che mi piace di più in qualsiasi situazione.

Più che alla letteratura prima di questo disco eravate quasi sempre associati al cinema, in particolare alle colonne sonore di Morricone. Lavorerete mai a una colonna sonora come Guano Padano?
D: l’aspetto cinematografico andrebbe inteso in senso lato. Fino ad ora abbiamo sempre scritto, composto, suonato della musica senza pensare di voler fare una colonna sonora. Poi qualcuno ci dice che i nostri dischi si presterebbero ad essere delle colonne sonore. Questo ci fa piacere, ovviamente, ma non c’è mai stato un mettersi a tavolino e dire “adesso facciamo una colonna sonora”. L’aspetto cinematografico ci interessa più che dal punto di vista della pellicola, dal punto di vista della comunicazione, della suggestione che si vuole dare al pubblico. Ognuno poi si fa il suo film. Ci piacerebbe in questo momento che qualcuno prendesse la nostra musica per adottarla e adattarla ai suoi film. Questo non esclude che in futuro si possa scrivere qualcosa ad hoc, cosa che sarebbe molto interessante e divertente.

 

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L’unico gruppo italiano che può essere accostato a voi credo siano i Sacri Cuori. Loro hanno anche una versione “social club”, con cui rifanno il liscio, la musica popolare italiana. Voi sentite una certa attrazione per la nostra tradizione?
A: sicuramente c’è un legame, anche a partire dal nome del gruppo, che richiama alle nostre origini. Secondo me c’è sempre un piccolo richiamo nei vari pezzi, mai così esplicito, ma come non è esplicito neanche nei confronti di altre cose. Secondo me la nostra musica è come una matrioska o una serie di fili ingarbugliati: non è mai catalogabile, anche i brani che potrebbero sembrarlo hanno un guizzo di contaminazione che rimescola le carte.
D: non ci vuole mai essere un riferimento né tantomeno un esercizio di stile o una chiara e delineata definizione del genere musicale che stiamo facendo. Sicuramente ognuno di noi, essendo onnivoro dal punto di vista degli ascolti, e anche di quello che si è suonato nella vita, io per esempio ho suonato tantissimo liscio, quand’ero ragazzino mi sono comprato il mio primo basso elettrico suonando il liscio, ha tantissimo materiale da cui prendere spunto. Tornando alla tua domanda e al liscio, l’orchestra italiana che io preferisco è quella di Secondo Casadei. Ovviamente non suono quella musica, questo gruppo non suona quella musica, anche se dovessi suonare quella musica non la suonerei con quello stile, però la cultura folk italiana è una cosa che sicuramente mi appartiene. Amo meno tante altre cose italiane, anzi le detesto, però un legame con quello c’è, anche se non è esplicitato.

In generale, come vi sentite in Italia, dato che avete anche contatti con l’estero?
D: non è proprio un bel periodo per l’Italia, devo dire. Noi ci sentiamo i Guano Padano che cercano di fare la loro musica. L’obiettivo nostro è sicuramente quello di andare a suonare fuori dall’Italia.
A: questo non per esterofilia. Siamo un gruppo che in Italia ha il suo pubblico, ma che sarà sempre e comunque circoscritto.
D: a noi piace quella dimensione, però abbiamo voglia di conoscere e di ricevere anche altro da altri paesi. Abbiamo l’idea di andare a suonare negli Stati Uniti: tutti e tre i dischi sono stati prodotti negli Stati Uniti e i primi due hanno venduto molte migliaia di copie, sia il primo con la Important che il secondo con la Ipecac, cosa che invece in Italia non è successa, nonostante in Italia avessimo pubblico e invece negli Stati Uniti non avessimo mai suonato. Non è esterofilia o disamore verso il nostro paese, anzi il nostro nome è un atto d’amore verso le nostre origini, così come l’aver preso Vittorini e non direttamente Hemingway per esempio.

Altri progetti futuri, oltre alla conquista degli States?
A: per il momento il live. Abbiamo fatto quello che secondo noi è un disco importante, il terzo, e quindi cerchiamo di raccogliere i frutti del disco.

Guano Padano
Americana - l'intervista

2014 |

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.