Half Japanese – Overjoyed: la recensione

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Jad e David Fair tornano dopo tredici anni d’assenza con un suono forse meno “spastico” e più compatto che odora forse un po’ troppo di esperienza, una caratteristica non così pertinente con l’approccio primitivo dei nostri ma che probabilmente era l’unica cosa da fare per riproporsi nel 2014 senza fare troppo il verso a se stessi; contribuisce al risultato la produzione attenta di John Dieterich dei Deerhoof, forse una delle band che più di altre ha assimilato la lezione degli Half Japanese, almeno in quella commistione di punk, musica tribale e gioco incendiario di bambini introdotto in tempi non sospetti, ovvero allo scadere della prima metà dei settanta.

L’apertura quasi Frippiana di In its pull suona sin troppo colta, ma diamine, meraviglia pura, perchè fare la pulci a questa rinascita sarebbe come considerare la maggiore accessibilità dell’insieme necessariamente come un male, considerato che la bizzarria, le sbordature, gli sconfinamenti e le imprecisioni ci sono tutte come ottimi segni di vita.

Rispetto a dove li avevamo lasciati, ovvero dalle parti del sodalizio con la Alternative Tentacles, a partire da Bonehead del ’97, si perde l’influenza del lo-fi fine ’90 e di una certa “grungerie” che qui fa di nuovo spazio ad una forma punk più genuina, “classica” e divertita, con intermezzi calypso e afrobeat (Brave Enough), spirito post-velvetiano alienatissimo (Do it nation), proto punk à la Stooges (Shining Star) e una maggiore propensione alla ballad sghemba e resa instabile dal free talking di Jad (The Time is now, We are sure, Tiger Eyes).

Viene in mente un altro ritorno improvviso, quello di Moe Tucker all’inizio dei novanta con un paio di album dove militavano mezzi Sonic Youth e una parte dei Violent Femmes; si respira la stessa aria fresca trans-generazionale, come a dire che certe declinazioni del punk non hanno troppo bisogno di aggiornamenti e comunicano benissimo a distanza, e se alle poliritmie degli esordi Jad e David preferiscono il lirismo un po’ french touch di Each other’s arms, il risultato è un po’ come quando il buon vecchio Iggy pop si mette a fare il crooner, divertente e maleducato.

Piero Certini
Piero Certini
Piero Certini si è laureato in letteratura anglo-americana con una tesi su Raymond Carver. Ama tutta la musica pop e crede che tra questa e un romanzo non ci siano grandi differenze.

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