venerdì, Agosto 14, 2020
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Io sono gli Oga Magoga, il docufilm di Pietro Lorenzini in esclusiva su indie-eye: Un furgone, una band, la provincia e un’orchestra.

Pietro Lorenzini, classe 1999, è un giovanissimo videomaker con una notevole spinta passionale. Ama il cinema sperimentale, ma anche quello di Tarantino, Lynch, Aronofsky. Il suo occhio è stato arruolato dai senesi Oga Magoga per filmare la loro avventura musicale: realizzare un album con l’ausilio di un’orchestra, cercando i musicisti a zonzo per la provincia toscana e spostandosi a bordo di un furgone. Un vero e proprio “Magic Bus”, nella tradizione delle controculture tra i sessanta e i settanta, dove l’obiettivo in questo caso non è traghettare un manipolo di freak verso l’esperienza trascendente in terra indiana, ma la produzione di “Apollineo/Dionisiaco“, album pubblicato da Millesei Dischi più o meno un anno fa, nel Marzo 2019 e registrato in parte proprio dentro al furgone, attrezzato come uno studio mobile. 
Del “beat-pastiche” degli Oga Magoga e della loro retro-nostalgia applicata alla provincia toscana conosciamo più o meno tutto. Al posto dell’orchestra di 40 elementi ingaggiata da George Martin nel febbraio del 67 per registrare Sgt. Pepper nello Studio Uno di Abbey Road, ci sono le filarmoniche di paese rintracciate sul posto durante il viaggio, una ricerca delle proprie radici che ha combinato gli ascolti “storici” della band con un approccio popolaresco che rappresenta l’ossatura musicale delle nostre province. 

Quello che non conosciamo sono i dettagli del viaggio, le scorribande per l’Appennino Tosco-Romagnolo, la ricerca di musicisti occasionali, l’istantaneità tra “arruolamento” e  registrazione sul posto.

Io sono Oga Magoga” racconta questo e altro, grazie alla passione e all’impegno di Pietro Lorenzini che dotato di reflex,  ha seguito la band per tutta la durata della loro avventura su 4 ruote

In quei 10 giorni la reflex è stata semplicemente un’estensione del mio braccio – ci ha raccontato Pietro –  di giorno giravo clip e di notte le montavo. Mi sono trovato a dover spezzettare la realtà del viaggio in tanti piccoli capitoli, ogni luogo e ogni nuova avventura era come un capitolo da aggiungere alla storia che poi avrei dovuto montare poche ore dopo. L’impresa più difficile è stata quella di riuscire ad avere uno storytelling quanto più possibile chiaro e lineare, senza troppe clip sconnesse tra loro, anche perché nessuno di noi aveva idea di cosa sarebbe successo nell’arco delle giornate

Il risultato è costituito da un documento verace e flagrante della durata di 40 minuti, che segue l’energia delle intenzioni “en directe”, ma riesce ad aggiungere all’aura lo-fi dell’intera operazione, alcuni frammenti di montaggio creativo sotto il segno della contaminazione e della ricerca feconda dell’errore. Da una parte Lorenzini gioca con i promo video degli anni sessanta e con il cinema di Richard Lester, mutuando jump cuts e sintassi da quelle sinestesie tra immagine e ritmo, dall’altra sporca l’immagine con il rumore statico delle VHS, il lettering elettronico degli anni ottanta e altri “disturbi” che arricchiscono il ritmo del racconto. Il tutto combinato in modo selvaggio e spontaneo, senza troppa consapevolezza da rivendicare, se non quella di una rielaborazione sensoriale del materiale, tra istantaneità delle riprese e la necessità di restituire quella stessa freschezza in fase di post produzione. 

In fondo si tratta di un piccolo, casalingo diario di viaggio ed è del tutto attinente la scelta di saltare al di qua e al di la dell’amatorialità; ciò che conta è la spinta narrativa utile a descrivere una provincia ancora viva e ricca di connessioni umane: “quando le cose non ci sono – dicono gli Oga Magoga all’inizio del documentario – non puoi far altro che sognarle“, ed è forse la cifra di lettura più importante di tutto il lavoro di documentazione fatto da Lorenzini, un sogno ad occhi aperti. 

Mi sono servito di un montaggio assolutamente bizzarro – ci ha detto Pietro – dinamico e ricco di tagli, con titoli che spesso irrompono violentemente nella scena. Mi sono ispirato a tutto quello che mi ha formato nel documentario musicale e nei videoclip, riferendomi di volta in volta alla frenesia dei documentari realizzati intorno a Brian Jonestown Massacre,  Gorillaz, all’immaginario pop ma anche all’assurda follia di SpongeBob

Indie-eye propone in esclusiva i 40 minuti di “Io sono Oga Magoga” di Pietro Lorenzini

Buona visione

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

ECONTENT AWARD 2015

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