Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Sotto il cielo stellato di una notte rovente Iron & Wine e Calexico hanno catturato i cuori degli spettatori accomodati nell'anfiteatro da 2000 posti della Cavea del Teatro del Maggio Fiorentino. Tra musica di frontiera e racconto introspettivo, il paesaggio di una musica emozionale e cinematica. Il report dello show organizzato da Le Nozze di Figaro per la rassegna "A Cielo Aperto" 

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La voglia di lavorare ancora insieme. Così Iron & Wine, al secolo Sam Beam, ha spiegato più volte la nuova sinergia con i Calexico di Burns e Convertino a quindici anni di distanza dalla prima collaborazione. Più di una reunion per corroborare la macchina “alimentare” dei live, c’è un nuovo album che giustifica e offre prospettive inedite ai set che hanno raggiunto anche l’europa tra giugno e luglio.
Years to burn” ha poco più di un mese di vita e influenza in qualche modo tutto il sound dei concerti, articolati tra i due album condivisi, il repertorio personale della band di Tucson e ovviamente i lavori più significativi del cantautore adottato dalla Florida.

Sono quasi tutti occupati i 2000 posti sotto le stelle della Cavea del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino progettato da Paolo Desideri, e i Calexico insieme a Beam, ospiti della rassegna “A Cielo Aperto” organizzata da Le Nozze di Figaro, assumono sul palco una posizione quasi ieratica tra i volumi di pietra della struttura.

Joey Burns non si separerà mai dal suo cappello, mentre Sam Beam giocherà a fare il crooner svogliato per tutta la durata del concerto; fa parte del gioco, incluso l’assaggio di vino bianco a metà scaletta e nello scambio di repertorio che il combo praticherà lungo una setlist di 19 brani, sarà la musica a creare l’amalgama più forte, confondendo spesso le carte, tra le scarnificazioni essenziali della scrittura di Beam e le incursioni tex-mex della band che si articola intorno a Burns/Convertino.

Un gruppo di musicisti allargato, che comprende il poderoso Sebastian Steinberg al contrabbasso, la cui esperienza passa dalle collaborazioni con Fiona Apple, Marc Ribot e ovviamente i Soul Coughing, con cui ha suonato fino alla fine della loro avventura discografica.

Alla tromba c’è il formidabile Jacob Venezuela, mentre alle tastiere e alla fisarmonica il polistrumentista Rob Burger, insieme a Steinberg uno dei pezzi forti della band, già con Tin Hat Trio, ma soprattutto responsabile di molti arrangiamenti per gli album dello stesso Iron & Wine, Alela Diane (già ospite di indie-eye con un’intervista), le produzioni più recenti di Linda Thompson, Rosanne Cash e una pletora di collaborazioni tra folk e Jazz.

“Years to burn”, lo ricordiamo, è stato registrato in meno di una settimana a Nashville e i suoni della serata fiorentina sembrano ispirarsi più volte ai cambiamenti del Grand Ole Opry durante tutti gli anni settanta, per poi trasformarsi in quel suono di frontiera che ha caratterizzato il sound dei Calexico lungo un ventennio abbondante.

Sono le improvvise dilatazioni strumentali a rendere il suono di questa band espansa astratto e cinematico, nonostante gli espliciti riferimenti alla musica delle radici e il dialogo tra due diverse prospettive, forse più pendente dalla parte di Iron & Wine.

Una dimensione che fonde pop, folk, ambient e quelle derive southern che trovano nel desert-rock un controcanto più scarnificato e dolente, rispetto al viaggio immaginario della psichedelia, ma altrettanto visionario, basta pensare all’esecuzione dilatatissima di “Red Dust” e all’attacco festaiolo di “Flores y Tamales” che saldano, senza soluzione di continuità, il trascolorare di un territorio geografico e mentale nell’altro.

L’attenzione si polarizza quindi su due aspetti della scrittura, che pur integrandosi, non devono necessariamente trovare la fusione perfetta. Mentre Sam Beam lusinga la platea con il suo storytelling essenziale, fatto di piccoli gesti quotidiani e di volta in volta vicino ai racconti più onesti di Cat Stevens, John Denver, Nick Drake, la band che lo avvolge sembra commentare quel viaggio intimo e individualista, spingendolo verso un confine identitario dove la contaminazione tra culture sonore trasforma la relazione diretta tra il monologo interiore del cantautore e del suo pubblico, adesso in danza, più tardi in una cavalcata elettrica e meditativa.

Il paesaggio è in fondo il collante principale che tiene insieme tutti questi musicisti, a partire da “Father Mountain“, con cui a Firenze, invece di aprire il set come per buona parte delle altre date, lo hanno chiuso in questo bellissimo bozzetto impressionista posseduto dal vento, dalle pietre e dalla flora arborea.

The Bitter Suite” , brano suddiviso in tre sezioni (Pájaro / Evil Eye / Tennessee Train), non è solo uno degli episodi più riusciti dell’ultimo lavoro condiviso, ma riassume perfettamente la concezione e lo spirito sincretico del set, tra i suoni messicani spostati verso ovest, dilatazioni cinetiche e il narrato folk di Beam che mette insieme tutto il racconto. 

Prima dell’ultima serie di espisodi, che alterna estratti da “Years to burn” a brani dal repertorio più “antico” di Sam Beam come “Sixteen, Maybe Less” e “Boy With a Coin“, il combo esegue la trasfigurazione totale di “Bring on the Dancing Horses” degli Echo & The Bunnymen, uno degli ultimi colpi di coda creativi della band di McCulloch e Will Sergeant, pubblicata come singolo di una raccolta, poco prima dell’ultimo, pessimo album, che segnerà il primo scioglimento alla fine degli anni ottanta.

Nelle mani di Beam, Burns, Convertino e compagni di palco, il brano diventa una ballad western, aspra e malinconica come la Thunder Road di Robert Mitchum, perdendo completamente l’allure psych-wave dell’originale e quel drumming ossessivo, in linea con le origini della band britannica, quando Pete DeFreitas non aveva ancora sostituito la fedele drum machine chiamata “Echo”.

Rimane quel senso di spaesamento tra l’essere e l’apparire, il senso dell’esistenza e quello dell’arte,  a cui le liriche di McCulloch alludono attraverso l’impiego di immagini enigmatiche, perfette per riassumere quello spleen indicibile tra esterno e interno che ha attraversato tutto il concerto di Iron & Wine e Calexico sotto il cielo stellato di una notte rovente. 

 

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.