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Jane Weaver ci racconta il senso e lo spirito della sua personale cosmologia moderna. Tra folk ed elettronica analogica, emerge la forte personalità di una "songstress" affascinata dai misteri della natura e dell'universo 

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Jane Weaver è una straordinaria musicista inglese, attiva da almeno venti anni. Con i Kill Laura e i successivi Misty Dixon ha attraversato sonorità psichedeliche, shoegaze e pop, rileggendo la lezione degli Stereolab, sopratutto nell’esperienza condivisa con David Tyack.

Nella sua avventura solista ha continuato su questa strada, evocando più volte lo spirito delle songstress folk britanniche attive a metà anni sessanta, senza rinunciare alla passione per l’elettronica analogica di derivazione tedesca, che a partire dai Misty Dixon ha caratterizzato il lato più sperimentale nella sua musica.

Lo space rock di Gong e Hawkwind viene canalizzato e riletto attraverso l’esperienza synth pop degli anni ottanta e piegato ad un songtelling molto vicino alla forma fiabesca del racconto popolare.
Magia, esoterismo, rivelazione, contatto con le energie naturali e un’arcana realtà fatta di simboli e codici sono al centro del suo universo.
Dopo ben sei album solisti, pubblicati per lo più per la sua etichetta personale, la Bird Records, Jane Weaver nel 2014 esce con Fire Records  realizzando “The Silver Globe“, un disco enigmatico ispirato al quasi omonimo film di Andrzej Żuławski, opera capace di sintetizzare anni di esperienza e di precorrere i risultati di “Modern Kosmology” il suo lavoro più recente, pubblicato sempre da Fire.

In questa lunga conversazione abbiamo chiesto a Jane Weaver di raccontarci la lavorazione di questo splendido lavoro, scritto sullo sfondo dell’isola di Angelsey e in parte ispirato all’arte astratta e misterica di Hilma af Klint

[ Le foto dell’articolo sono di Rebecca Lupton ]

Il tuo album del 2014, The Silver Globe, traeva ispirazione da un film del grande regista polacco Andrzej Żuławski. L’anno scorso Żuławski è morto e ci ha lasciato il suo ultimo capolavoro, “Cosmos”. “Modern Kosmology ha qualcosa in comune con quel tipo di visione esoterica?

Non sapevo del film fino a poco tempo fa, è una pura coincidenza quindi, ma adesso vorrei riuscire a vederlo. Żuławski aveva una grande visione, “On The Silver Globe” è uno dei film più strani e suggestivi che io abbia mai visto e in alcuni momenti è piuttosto disturbante!

Che cosa significa per te “Modern Kosmology”?

La cosmologia è lo studio della storia dell’universo. Una cosmologia moderna è quindi legata alla storia del tuo personale universo e al modo in cui puoi guardare le cose che circondano la tua vita, la tua esperienza sulla terra e le azioni positive nei confronti degli altri.

“Modern Kosmology” ha qualcosa in comune con “The Silver Globe” ma mi sembra che vada oltre. È familiare, ma nuovo. Sei d’accordo?

Si sono ancora attratta dal Cosmo ma sento che il nuovo album sia meno ampio e “spacey” dal punto di vista della produzione sonora. Volevo che la voce e le parole fossero più presenti e alcune parti più chiare; non volevo replicare quello che usualmente faccio e mettere un’eco “spacey” su qualsiasi cosa!

Per quale motivo è così importante per te mettere insieme il folk e la musica elettronica, i suoni digitali e quelli organici?

Ho cominciato ad utilizzare molta più elettronica quando militavo nei “Misty Dixon”, molto tempo fa. Usavamo alcuni patterns elettronici, organi e chitarre acustiche. In questo modo puoi sentire chiaramente la strumentazione. Mi piacciono i suoni organici e fedeli alla sorgente, mi piace anche usare l’eco a nastro in modo concreto invece di ricorrere a dei plug-in. Non sono contraria ai plug-in e al loro utilizzo, ma quando si tratta di elettronica e di digitale, preferisco macchine facili da utilizzare che hanno pulsanti e faders; in studio uso spesso strumentazione analogica che è relativamente semplice da usare, da questo punto di vista mi servo di vecchi e nuovi metodi. Non mi limito e mi piace molto sperimentare nuove cose. 

Sembra quindi che questa combinazione tra radici e tecnologia, pop e forma libera, crei uno strano luogo, accessibile e pieno di mistero allo stesso tempo, come un percorso esoterico, dove all’interno del visibile risiede l’invisibile. Sia dal punto di vista dei testi ma anche della musica e dei suoni….

Mi piace visualizzare una canzone come se fosse un’immagine. Per ogni canzone c’è un luogo dove andare, come richiamare la scena di un film, è una combinazione di luoghi reali ed immaginari. Come se fossero i bozzetti di un sogno ad occhi aperti, ma con una colonna sonora. La musica pop moderna è davvero molto eccitante, la figurazione del suono è così estesa e ogni aspetto viene potenziato, alcuni rumori tra quelli che puoi creare adesso, sono davvero inconsueti, è come se gli artisti proiettassero se stessi nel futuro, sempre più velocemente. 

La tua collaborazione con Malcolm Mooney dei CAN è per te un ponte tra passato, presente e futuro?

Malcolm è un amico e una persona che ammiro moltissimo, è un artista ed ha una voce meravigliosa. Tutto quello che ha fatto con i CAN è ovviamente grande e ospitare la sua voce nell’album è stato per me un vero onore. Avevo avuto l’idea di una Jam folle e di una sezione parlata, in modo da poter sentire una voce autorevole, come quella degli dei che predicono il futuro!

Cosa ti piace dell’elettronica analogica?

Quando ho avuto modo di ascoltare il synth pop per la pima volta ero una bambina e c’erano band come gli Human League, gli Ultravox, Gary Numan e Jean Maichel Jarre, grandi canzoni pop fatte con l’uso delle tastiere. Avevo un organo Bontempi e lo utilizzavo per ricreare canzoni pop di fronte alla televisione. Era facile giocarci, tutto quello che passava alla televisione aveva spesso a che fare con la fantascienza e c’era molto rock sinfonico che mescolava un’orchestrazione full range con elementi di musica elettronica. Penso che questi suoni mi abbiano sempre attratto per la loro qualità onirica ed espansa. Suonavano già futuristici e legati ad un mondo alieno. Ammiravo moltissimo artisti innovativi come Suzanne Ciani, capace di creare onde sonore e rumori dal suo Buchla, materiale per gli spot televisivi e per i Flipper; alcune delle sue produzioni che coinvolgono le onde sonore, sono davvero bellissime. 

Il tuo lato folk sembra molto vicino a quello femminile nato durante la metà dei sessanta, quel folk che metteva l’identità femminile al centro. È una fonte importante per te, musicalmente, spiritualmente e politicamente?

Si, sono sempre stata attratta dalle voci femminili di quell’era. Le emozioni e alcune connessioni; ero solita ascoltare Joni Mitchell quando ero più giovane e le sue melodie erano così espanse da spingermi sempre di più verso il folk tradizionale inglese, penso ad artiste come Anne Briggs e i Pentangle, oltre ad artisti più inconsueti oltreoceano. Mi piacciono le cose semplici come quelle di Sibylle Baier, solo chitarra e voce.

Hai scritto parte del tuo album sull’isola di Angelsey. Puoi raccontarci la scelta di questa location e se c’è una ragione particolare, storica o mistica?

È un luogo che ero solita frequentare da bimba, ed è un posto davvero magico, pieno di storia Druidica e di cerchi di pietra; volevo risiedere su un’isola circondata dall’energia del mare, questo è il luogo che avrei potuto visualizzare attraverso alcune delle mie canzoni. Abbiamo recentemente suonato all’isola di Eigg che è un’isola sulla costa nord occidentale della Scozia; non ci vivono molte persone e per questo motivo è un’esperienza davvero unica dove ti senti tutt’uno con la natura e in comunione con gli elementi. Camminavo da sola e tutt’intorno era molto tranquillo ad eccezione del mare che si infrangeva sugli scogli. Una sensazione davvero drammatica. 

C’era quindi la necessità di stabilire un contatto con la tradizione più pura dell’isola, quella che si riferisce al massacro di Menai?

Ho sempre sentito una connessione spirituale con Anglesey, sapevo che era stata abitata dai Druidi ma non avevo ancora realizzato l’estensione e la brutalità dell’invasione Romana, adesso guardiamo tutto da una diversa prospettiva, ovvero pensando a quanto sia inutile spazzare vie culti e gruppi di persone solo perché sono diversi, e ancora eravamo nel 57AD. Le atrocità nel mondo e il massacro dei popoli in virtù delle loro idee, accade tutt’oggi, ogni singolo giorno e non posso credere che non ci si sia evoluti in più di 2.000 anni, è davvero devastante e sbagliato. 

Il motivo geometrico di “Moden Kosmology” riprodotto nell’artwork del tuo album ricorda Wassily Kandinsky, Piet Mondrian e Kazimir Malevich, ma prima di loro l’arte di Hilma af Klint. È un riferimento importante per te?

L’artwork è stato disegnato da mio marito, Andy Votel. Dovresti chiedere a lui sul concept generale, ma per me come per gli artisti che amo, mi piace sia basato su motivi geometrici ma incorporati in un motivo grafico come si trattasse di un codice segreto al centro di un gioiello. Il tutto va in parallelo con il suono e i testi del disco. L’attrazione per Hilma e per la sua arte va di pari passo con la sua storia, il processo e il tempo esteso di cui necessitava per produrre le sue pitture, i codici all’interno delle sue opere, il fatto che si servisse delle sessioni per canalizzare energie ed infine, il fatto che fosse all’interno di una società segreta insieme ad altre artiste donne, per me è sempre stata una cosa affascinante.

Jane Weaver, il video di “Slow Motion” diretto da Rob Curry

Le immagini sono un’ispirazione importante per la tua musica? Pitture, forme astratte, nella natura o nel cinema?

Assolutamente, quando cerco ispirazione è ottimo guardare altre forme di creatività e i mondi immaginali di altre persone. Stavo lottando per cercare l’ispirazione quando ho cominciato a lavorare a questo disco e ho quindi visitato la Tate Gallery a Liverpool dove era esposta una mostra di avanguardia femminista. Sono stata fortunata e ho potuto ammirare le opere di Lynn Hershmann Leesons, le sue prime opere inclusa la serie “Roberta Breitmore” che è una delle mie preferite. Per questo ho cominciato a percorrere strade alternative per cercare ispirazione, conoscevo i lavori di Hilma af Klint che coinvolgevano la natura e la geometria, ma la sua storia era altrettanto di grande interesse per me. Anche il cinema lo è, sia i registi che gli artisti, sono fortunati a poter ascoltare e vedere le visioni altrui, come quando ho visto per la prima volta “Giulietta degli Spiriti” di Federico Fellini; l’impatto di quella ispirazione rimarrà con me per sempre. 

Anche se definire l’ispirazione è molto complesso, mi piacerebbe farti questa domanda: come combini il tuo mondo visionario con i processi della scrittura? Si tratta di uno stato di trance o meditativo che poi trasformi in una canzone oppure sfrutti una prassi più specifica?

Talvolta riesco a percepire le canzoni integralmente in modo molto chiaro e quindi a visualizzarle sotto forma di immagini, successivamente è necessario tradurre le tue idee in qualcosa di concreto, e può essere frustrante dal momento in cui il panorama sonoro nella tua testa potrebbe risultare più grande e con proporzioni di livello orchestrale. Non finisco di scrivere i testi fino a quando la musica non è stata registrata e non è pronta per il missaggio; è come un processo di lavorazione continuo, e mi piace passare molto tempo ascoltando quello che ho registrato, un aspetto per me importante perché tendo ad essere ridondante e devo rimuovere alcune parti. Per dare forma completa alle parole e offrir loro una forma mi ritiro da sola in un luogo tranquillo per pochi giorni, in modo da poter riflettere correttamente e senza alcuna distrazione. Non posso riposare fino a quando non sono convinta del risultato e ho terminato tutti i processi, tutto diventa come una bolla dentro la quale ti trovi a vivere. 

Come porterai i suoni di “Modern Kosmology” sul palco? Parlaci un po’ della tua band live…

Per me è importante realizzare un suono che si avvicini il più possibile a quello del disco. Sul disco suono tutti i synths, ma è impossibile farlo in una dimensione live, per questo abbiamo un tastierista che mi accompagnerà.  Mi piace concentrarmi sulle parti cantate e sulla performance. I musicisti che lavorano con me sono parte della band con cui ho collaborato negli ultimi anni, per questo sono presenti a vario titolo nell’album. È un gruppo affiatato, sono grandi musicisti ed è bello poter lavorare con loro. Sto lavorando anche a livello visivo con un amico che sta creando uno sfondo visual per noi; ha un impatto piuttosto cosmico, per questo vorremmo usarlo tutte le volte che ne avremo l’opportunità.

Jane Weaver, il video ufficiale di Did you see butteflies?

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.