venerdì, Dicembre 4, 2020

La forza dell’empatia nobilita l’uomo: Si può vivere senza, il nuovo album de Il Veneno

Sergio Napolitano ed Alessio Mosti sono Il Veneno, duo electro/rock/blues nato dopo l’esperienza dei due musicisti nella band I Viaggi di Jules. Il 21 aprile è uscito il loro primo album, Si Può vivere senza, prodotto da Nicola Baronti per Phonarchia Dischi, un concentrato di rock ruvido, sperimentazione elettronica, mood e suoni tribali.

Si può vivere senza è un disco che parla forte e chiaro, lancia un messaggio all’uomo contemporaneo in tutte le sue dimensioni sociali e comportamentali, per provocarlo e portarlo a riflettere sulla sua condizione. In questo lavoro sono le figure metaforiche della scimmia e dell’alieno che veicolano i concetti di alienazione, crudeltà e superficialità umana, spingendo l’uomo a chiedersi di cosa ha davvero bisogno nel profondo. C’è sia rabbia che speranza, sia critica che voglia di trovare una soluzione ad un mondo che appare malsano ed incoerente attraverso la riscoperta dell’empatia e della facoltà di ragionare liberamente, c’è voglia di rivoluzione, e voglia di sperimentare e contaminare a livello musicale. La ricerca si snoda attraverso Massive Attack, Pink Floyd, Dalla, Jack White, Moby, Jeff Buckley, David Bowie, Chemical Brothers, tutti reinterpretati, ricostruiti e fatti propri per essere funzionali al messaggio che il duo vuole lanciare, con il risultato di un sound personalizzato e riconoscibile che rende questo disco un lavoro maturo che non cala mai nella tensione e nel contenuto.
Abbiamo incontrato Il Veneno e insieme abbiamo approfondito il loro Si può vivere senza, spingendoci all’interno delle scelte comunicative, musicali e artistiche dove la libertà di pensiero e la voglia di cambiare sono alcuni dei pilastri che tengono su il concept del disco.

Il Veneno – si può vivere senza, il teaser dell’album

Si può vivere senza è il titolo del vostro nuovo disco. Si può vivere senza cosa? E cosa invece è indispensabile?

Abbiamo intitolato il disco così proprio per stimolare questo tipo di interrogativo nell’ascoltatore, viviamo in una società che crea bisogni per poi soddisfarli. Se nel quotidiano ci facessimo tutti la domanda “Si può vivere senza?”, probabilmente ci ritroveremmo una società meno malsana alle spalle, ma viviamo nel traffico frenetico e a volte fermarsi vuol dire essere tamponati. Venendo a noi, siamo pur sempre figli di questa società, e di rinunce in realtà ne facciamo meno di quanto ci piacerebbe ammettere. Sicuramente non rinunceremmo mai alla libertà di pensiero e alla possibilità di dire la nostra. Rinunceremmo invece volentieri alla spazzatura che i media istituzionali ci vomitano addosso ogni santo giorno.

La scimmia e l’alieno sono i due perni intorno a cui ruota il concept del vostro lavoro. Da quali riferimenti avete ricavato queste due figure?

La scimmia rappresenta la violenza dell’uomo nei confronti dell’animale ma, ancor più, l’empatia che gli animali dimostrano nonostante la crudeltà con cui ci poniamo nei loro confronti. La scelta di utilizzare la figura della scimmia è del tutto casuale, poteva trattarsi di qualunque altra specie animale. Mentre per l’alieno dobbiamo ringraziare Dario Canal degli Etruschi From Lakota (autore del testo). Ci è subito piaciuto il fatto di poter usare la figura dell’alieno con una duplice valenza: quella di alieno, inteso come immigrato (come nel brano di Caparezza “Vengo dalla Luna”) e quella di uomo alienato dalla sua stessa umanità, da cui scaturisce la mancanza di empatia e la tendenza alla discriminazione.

Ne Il libro delle facce, In fila indiana e in La fattoria degli animali dipingete un’umanità spersonalizzata, ansiogena, diventata solo un numero, controllata dal web, privata della forza di reazione, imboccata da credenze fallaci, pregiudizi, dominata da “potenti” arroganti in uno scenario Orwelliano, cinico e sarcastico. In La fattoria degli animali c’è però un senso di rivalsa “lui è solo uno e noi di più… Noi siamo umani”. In una società contemporanea così dipinta cosa vuol dire davvero essere umani?

Riappropriarsi del senso di empatia sarebbe un ottimo inizio, da lì probabilmente si innescherebbe una reazione a catena che porterebbe a sostanziali miglioramenti nei rapporti tra uomo e uomo, uomo e animale, uomo e alieno.

Le canzoni di questo disco sono nate da una scrittura a quattro mani? E come mai la scelta di inserire la cover di Be My Husband di Nina Simone rivisitata in versione maschile?

La fortuna di essere un duo è che costringe al lavoro di gruppo, quindi si, il disco nasce da uno scambio continuo di idee. Per Be My Husband abbiamo scelto di seguire la cover già proposta da Jeff Buckley in versione maschile.

Per Dio chiama in causa Dio e la religione nelle sue varie forme e credenze, è un pezzo molto forte. Qui la divinità può essere chiamata in qualsiasi modo ma tanto lei non risponderà mai e non ci dirà che non esiste, mentre c’è ancora chi si massacra con in mano il crocifisso. Voi che rapporto avete con la religiosità tradizionale?
Alessio: credo che si debba partire dal coltivare una spiritualità personale che miri a creare una connessione con quello che ci circonda.
Sergio: non ho mai creduto in una forma di religiosità prefabbricata e predigerita, dove l’uomo devo solo accettare senza domandare. Non sento alcun legame con la religiosità tradizionale.

Il Veneno, Joe Bretella – il video ufficiale diretto da Saiara Pedrazzi

Camilla si chiude con la citazione di un brano dei Pink Floyd, Us and them. Perché questa scelta? 

La citazione dei Pink Floyd è stato un mezzo per ribadire il concetto di divisione e allontanamento: “noi e loro”, squadre che si scontrano, fazioni in contrasto.

Voi siete vegani e animalisti. La scelta di mangiare vegano e tutte le controversie che ultimamente questa posizione sta portando sembra emergere da Alieno con la frase: “siam vegani la mattina e carnivori la sera”. Criticate chi sceglie quello stile alimentare come pura moda del momento e non come una vera scelta profonda e ponderata?

Il concetto di moda è molto instabile e imprevedibile, nasce da un’imitazione e non da una scelta consapevole, quindi ci sentiremmo di criticarlo ma, nel caso della tendenza all’alimentazione vegana, crea effetti positivi sul mercato. Che lo si faccia per etica o per moda, seguire un’alimentazione a base vegetale salva vite animali ed è più sostenibile per il pianeta, e a noi questo piace molto.

Sembra che uno degli sbocchi a questa cupa situazione sociale e di riflesso personale sia un nuovo punto di vista, trovato nei rapporti vicini e nelle piccole cose come dite in Equilibrista. È così?

Esatto, per questo attacchiamo ciò che crea alienazione e ci auguriamo un ritorno all’empatia, per evitare una guerra di tutti contro tutti e per ricordarci che siamo tutti ospiti di questo pianeta, uomini, animali e un giorno, forse, alieni.

Prossime date?

Il nostro calendario è in fase di aggiornamento, non possiamo svelare ancora nulla perché le line up non sono ancora state annunciate, ma ci troverete in alcuni festival estivi.

Virginia Villo Monteverdi
Laureata in Storia dell’Arte medievale e seriamente dipendente dalla musica Virginia è una pisana mezzosangue nata nel 1990. Iniziata dal padre ai classici rock ha dedicato la sua adolescenza a conoscere la storia della musica. Suona e canta in un gruppo, ama fare video, foto e ricerche artistiche e ogni tanto cura delle mostre d’arte contemporanea.

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