sabato, Dicembre 3, 2022

Liars – Mess: la recensione

Per quanto l’affermazione possa risultare ossimòrica, i Liars hanno ormai abituato l’ascoltatore ad un certo grado di imprevedibilità. Considerato che da questo punto di vista la band ha sempre dimostrato coerenza, identificare il criterio che ha guidato il percorso evolutivo di Angus, Aaron e Julian si rivela (a posteriori) un passatempo piuttosto stimolante. Nell’interpretazione di chi scrive, la carriera dei tre può essere assimilata ad una serie di eventi sismici consecutivi, eventi che alternano ad ogni sommovimento principale una lieve scossa di assestamento. Secondo questa prospettiva, lo sperimentalismo selvaggio di They Were Wrong… So We Drowned costituirebbe un’incursione alla cieca in territori inesplorati, mentre Drum Is Not Dead testimonierebbe la gestione delle medesime intuizioni con approccio più calcolato. Allo stesso modo, lo scarto violento di Liars (paradossalmente, il ritorno alla forma canzone pura) si sarebbe tradotto su Sister in composizioni stilisticamente simili, ma caratterizzate da un minor grado di impulsività. E dunque – se è vero che WIXIW ha visto i nostri nuovamente alle prese con qualcosa di sconosciuto, l’elettronica – Mess potrebbe tranquillamente essere inquadrato come l’ennesimo disco di assestamento. A conferma di ciò, gli stessi autori riferiscono che la genesi dell’opera va ricondotta alle competenze produttive acquisite durante la lavorazione di WIXIW, e al desiderio di metterle in pratica con maggiore scioltezza. Ed è qui che viene il bello. Perché, se anche il predecessore aveva i suoi momenti killer (N° 1 Against the Rush, Brats), nel complesso il disco tradiva una natura decisamente riflessiva. Mess si orienta al contrario verso gli aspetti più fisici della composizione, puntando tutto (o quasi) su cassa fissa e aggressività, in un’ottica easy-going che senza dubbio raccoglierà maggiori consensi sul dancefloor. I primi quattro brani costituiscono un’unica, devastante ripresa electro, una rilettura à la Liars del tipico suono Mute anni ’80 (quello di Depeche Mode/Erasue/Yazoo) che non lascia neanche il tempo di tirare il fiato. Can’t Hear Well è un piccola gemma dream-pop che si riaggancia alla lezione di Brian Eno e della 4AD, mentre il cantilenante singolo Mess on a Mission è puro Liars-by-numbers. La seconda metà dell’album si avventura in corridoi oscuri, schierando techno sibilante e industriale (Darkslide, Perpetual Village), mantra paludosi (Boyzone) e un doveroso omaggio ai fab four di Düsseldorf con tanto di vocoder (Dress Walker). Come da tradizione, il brano in chiusura è quello che si discosta in misura maggiore dallo stile dell’album: l’eterea Left Speaker Blown rispolvera infatti gli strumenti tradizionali, contrapponendo un sinuoso giro di basso a feedback di chitarra ed arpeggi angelici che si alternano per ben sette minuti di durata. Per essere un semplice divertissement direi che ci troviamo ben oltre la soglia dell’incredibile. Dati i precedenti, al prossimo giro dovrete usare le pinze per estorcermi una parola di demerito su questi tre.        

 

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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