I brani che anticipano made it!, debutto di Lucky Break su Fire Records previsto per l’8 maggio, delineano un immaginario che intreccia scrittura confessionale e costruzione simbolica.
L’artista di San Francisco, il cui vero nome è Emma Gerson, ha pubblicato una serie di videoclip sospesi tra diario confessionale ed elegia californiana. “City Lights”, l’ultimo uscito in ordine di tempo diretto da Addie Briggs, è probabilmente il risultato più coerente in questo processo di messa a fuoco identitaria.
Dichiaratamente legato a San Francisco e alla sua tradizione letteraria, il video colloca l’artista tra Ferlinghetti Street e la storica City Lights Booksellers & Publishers, fondata nel 1953 dal noto poeta statunitense, figura centrale della cultura beat americana. L’ambientazione inscrive la canzone in una geografia culturale precisa, dove la dimensione sentimentale si intreccia con un’eredità intellettuale che ha segnato la controcultura del secondo Novecento. Ma la regia di Briggs privilegia una costruzione per ritratti, dove Emma occupa stabilmente il centro dell’inquadratura, spesso isolata in spazi suburbani o in angoli urbani non monumentali, come se la città fosse un campo affettivo, deprivato da qualsiasi dimensione spettacolare.
La macchina da presa mantiene una prossimità costante al volto e al corpo, lasciando emergere la fragilità e la concentrazione della performance, grazie anche ad un’estetica che rilancia la bassa definizione degli home movies dei sessanta, con la grana evidente, la messa a fuoco incerta, le dominanti calde e quella leggera instabilità luminosa che produce una percezione tattile dell’immagine stessa, attraverso i flares che riflettono la luce del giorno. Una scelta cromatica e materica che orienta la visione verso la memoria e il racconto intimo, in perfetta sintonia con la natura confessionale del brano.
Se sul piano musicale le note stampa e le prime recensioni oltreoceano accostano la musica di Lucky Break ad artiste come Fiona Apple e Lucinda Williams, emerge uno strato più psych che avvicina la produzione dell’artista californiana alla narcolessia sognante di certo pop anni novanta.
Si assiste allora ad una temporalità sospesa, con il presente filtrato dalla superficie analogica dell’immagine, capace in questo senso di attenuare la distanza tra esperienza e rappresentazione.
Quest’ultima, attraverso il moniker che la Gerson ha adottato dopo una fase iniziale della propria carriera, si configura come sintesi tra un personaggio letterario e la propria dimensione emotiva, cercando uno spazio di convergenza nel paesaggio urbano, vero e proprio collante narrativo.
[Materiale stampa per l’articolo e video fornito da Fire Records ufficio stampa]






