Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Gli M+A hanno vissuto un'estate intensa, che li ha portati anche ad esibirsi al festival di Glastonbury con la loro elettronica dall'animo british. Ora pensano alle sfide che il futuro offre loro; la foto-intervista alla Festa della Musica di Chianciano Terme 

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Solitamente quando parliamo di ospiti di caratura internazionale a un festival italiano ci mettiamo ad elencare nomi di band ed artisti provenienti dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti o al massimo dal resto dell’Europa. Quest’anno alla Festa della Musica di Chianciano Terme la lista ha invece incluso anche un nome originario della nostra penisola, cioè gli M+A, ascrivibili alla categoria sopra riportata innanzitutto per il loro sound, legato all’elettronica britannica, e poi per le loro esperienze all’estero, che sono ormai diventate di spessore, con la punta di diamante della partecipazione al festival di Glastonbury. Prima del loro live chiancianese abbiamo parlato con Alessandro Degli Angioli, per riuscire a capire meglio il percorso che ha portato lui e Michele Ducci dall’Emilia-Romagna fino a uno dei palchi più importanti del mondo e anche per cercare di intuire quali saranno le loro prossime mosse. Ecco cosa ci ha raccontato.

[Le Foto dell’articolo sono di Federico Salvetti ]

La prima domanda è obbligatoria: com’è andata a Glastonbury?
È andata bene, fisicamente è stato un po’ sfiancante, ma dal punto di vista musicale è stato molto bello, sia dal punto di vista della reazione del pubblico sia della gente del settore, che sembrava molto interessata. Ora stiamo cercando di avere dei feedback dai primi agganci che abbiamo trovato lì.

Come siete arrivati a suonare lì?
In realtà molto involontariamente, nel senso che avevamo da poco iniziato a lavorare con una ragazza che ci gestiva i concerti a Londra e in Regno Unito e senza dirci niente ci aveva iscritto al contest per i talenti emergenti. Poi lei stessa si era dimenticata di questa cosa e abbiamo scoperto due settimane prima della finale, che si svolgeva in un pub di Glastonbury, che eravamo stati tra gli 8 selezionati a partire da 6000 band iscritte e dalle 121 uscite dalla prima selezione. Ci siamo quindi trovati a dover organizzare i voli e la trasferta in poco tempo, abbiamo anche pensato di non andarci perché, al di là della felicità per essere stati selezionati, sembrava che fossero più pesanti le difficoltà per organizzarsi. Poi però abbiamo deciso di andarci, perché perdere l’occasione sarebbe stato troppo da stupidi. Quindi siamo andati lì, abbiamo suonato e subito dopo aver saputo di avere vinto Michele e Marco, il batterista, sono ripartiti col primo volo, tutto di fretta dunque.

Com’è tornare a suonare in posti più piccoli dopo un’esperienza del genere?
Glastonbury è una di quelle cose che la stampa amplifica, abbiamo fatto notizia perché eravamo una band italiana che andava a suonare lì, non perché eravamo gli M+A. Sommando questa cosa al fatto che stavamo lavorando già da un po’ al mercato UK, perché la nostra etichetta è di Londra, siamo riusciti a dare un po’ di spinta nonostante l’album sia uscito ormai da un anno. Quindi anche qui in Italia abbiamo subito ricevuto un sacco di offerte. La cosa positiva è che pare che il pubblico sia più interessato ora. Inoltre per Glastonbury avevamo preparato uno spettacolo particolare, un po’ più pensato, che ora stiamo riproponendo in queste date e sembra che sia apprezzato e che si stia spargendo la voce abbastanza.

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La mia impressione è che abbiate sembre avuto un po’ di Inghilterra nel DNA, ascoltandovi mi sono venuti in mente gli Hot Chip o il suono balearic, che era a Ibiza ma era fatto essenzialmente da inglesi per gli inglesi. Vi sentite un po’ inglesi?
Il sentirsi inglesi sarebbe un po’ come dire non sentirsi italiani, che non vuole dire niente. Ci sentiamo quello che siamo noi, musicalmente parlando però dobbiamo dire che abbiamo sicuramente ascoltato più musica inglese che musica italiana, fin da piccoli e al di là di questo progetto. Quindi siamo stati influenzati da ascolti prevalentemente inglesi. Noi fin da subito, già da prima che questa cosa diventasse un po’ più seria, abbiamo cercato di evitare il mercato italiano e infatti la nostra etichetta è inglese. Questa potrebbe sembrare una sorta di ribellione, ma in realtà è perché in Italia per la musica che facciamo non c’è molta scelta. Ora molte etichette ci scrivono, ma all’inizio era quasi obbligatorio andare a proporci su quel mercato. In Italia paradossalmente la gente si è accorta di noi quando la stampa inglese già parlava di noi, le prime recensioni del primo album sono uscite prima là che qua. Comunque più che italiani o inglesi ci sentiamo semplicemente una band emergente dal punto di vista internazionale, non legata a dei confini.

Alla Monotreme quindi vi siete proposti voi o sono loro che vi hanno trovato?
Ci siamo proposti noi. Il primo disco non era ancora finito, ma per sfizio ho provato a mandare alcuni dei pezzi già realizzati a una serie di etichette che seguivamo. La Monotreme ci rispose subito, inizialmente proponendoci di andare in tour come band di supporto, poi dopo una settimana proponendoci invece di produrre l’album. Siamo stati molto fortunati, perché a quei tempi per noi era già un passo molto in avanti, anche in relazione al prodotto che avevamo e anche alla nostra età, io avevo 22 anni e Michele invece solo 17.

Tornando a quello che dicevamo prima invece, ascolti italiani quindi non ne avete avuti? La italo-disco o Moroder, per esempio?
Abbiamo iniziato ad ascoltare un po’ di italo-disco, ma più per curiosità, quando già lavoravamo al disco da qualche mese. Michele è molto affezionato alla musica anni cinquanta-sessanta, anche a quella napoletana. In quegli anni le atmosfere della musica italiana erano abbastanza legate a quelle della bossa nova brasiliana, che invece abbiamo ascoltato molto anche durante le registrazioni del disco. Siamo stati influenzati dalla musica esotica e in parte l’Italia ci entra perché è un paese dove queste influenze ci sono state.

Mi piacciono molto anche i remix contenuti in Remixes.yes. È una strada che intendete percorrere anche in futuro quella dei remix? E come vi approcciate a quel tipo di lavoro?
L’approccio è di distruggere il pezzo e farne un pezzo nostro. Volevamo fare pezzi nuovi e nel mentre un paio di artisti ci avevano chiesto di fargli dei remix, quindi abbiamo sfruttato il loro materiale per fare in pratica dei pezzi nostri. Se ti vai ad ascoltare i pezzi originali poi ritrovi poco nel remix, forse la linea melodica della voce e nient’altro. Quindi per noi è fare un pezzo nostro, che non è esattamente l’idea di remix che si ha di solito. Quindi non puntiamo a diventare dj che fanno remix, perché siamo un po’ troppo egoisti, pensiamo più a noi stessi che a cercare di rendere migliore un pezzo di altri. Ultimamente è arrivata qualche altra proposta, però non abbiamo avuto fisicamente il tempo di metterci lì e pensarci, perché stiamo già scrivendo nuovi pezzi, ci teniamo in allenamento con la scrittura continuando a fare nuovi pezzi, che poi magari cancelliamo e buttiamo via.

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Sempre a proposito dell’EP, perché avete scelto di fare una cover di Paper Planes di M.I.A., che già prendeva a piene mani da un altro brano, Straight To Hell dei Clash?
In quel periodo andavo matto per M.I.A., però non c’è stato un vero ragionamento sulla scelta del brano e anche sulla resa che gli abbiamo dato, così soft. Poi molti ci hanno detto che era bella l’idea di accompagnare un testo abbastanza cattivo, da bullo, con un sottofondo da ninna nanna, però è stato un incastro dovuto al caso. Eravamo in saletta a divertirci ed è venuto così. Tra l’altro poi l’abbiamo fatta live per molto tempo senza molto successo. Non so neanche perché l’avevamo registrata in realtà, l’avevamo fatta molto prima rispetto ai remix finiti nell’EP. Poi l’abbiamo inserita perché era comunque nel mood del disco.

Il secondo disco è uscito da un anno, come dicevi prima,quindi avete avuto tempo per rimasticarlo e ripensarlo. C’è qualcosa che cambiereste? E qualcosa che invece è intoccabile?
Cambierei tutto, di intoccabile non c’è niente. Forse è intoccabile per noi perché ci ha aperto un nuovo modo di scrivere le canzoni: prima partivamo dall’elettronica come se fosse il fine, invece adesso è il mezzo. Quindi cerchiamo di concentrarci su cosa significhi scrivere un pezzo. Molta gente pensa che non faccia parte dell’essere musicista questa cosa, di solito si pensa che il musicista si interessi dei suoni e della produzione, ed è anche quello. Però noi abbiamo fatto un passo indietro, perché noi venendo dall’elettronica c’eravamo anche un po’ stancati di questa estetica solo del suono. Penso che il disco alla gente piaccia perché abbiamo cercato di investire sulla struttura dei pezzi e sulle linee melodiche. È questo che ci continua ad affascinare, perché per me è un insieme molto più ampio di quello del semplice DJ che cerca dei suoni: le combinazioni sono molto più ampie e il divertimento e le difficoltà nel fare nuove associazioni sono più ampie. Quindi terrei l’idea di These Days, il resto lo butterei.

Continuerete su questa strada quindi?
Sì, la strada è quella di scrivere pezzi pop, ma non pop dal punto di vista commerciale, ma nel senso che possano arrivare a più gente possibile. Anche questo non è un fine ultimo, lo facciamo ora perché ci va di farlo, domani chissà, magari ci verrà voglia di fare tutt’altro. Quindi la strada è continuare a fare quello che ci piace, che molte volte non combacia con quello che abbiamo fatto prima. I nuovi pezzi sono un po’ fuori dal mood esotico di These Days, per esempio.

Ho visto un paio di vostri live e mi sembra che abbiate un approccio più fisico rispetto al disco. Sei d’accordo?
Ce l’hanno già detto in tanti, ma non so se è così. L’unica cosa è che cerchiamo di divertirci, e ognuno di noi tre lo fa a modo suo. Io per esempio ho bisogno di muovermi mentre suono e soprattutto ho bisogno che la gente partecipi al mio divertimento. Quindi cerco di coinvolgere la gente anche dal punto di vista fisico, anche perché non siamo dell’idea che il concerto debba essere solo un momento di ascolto, ma anche di divertimento e di ballo, se possibile. Quindi mi muovo perché dobbiamo essere noi i primi a farlo. Con questo non voglio dire che ci sforziamo per darci la carica, viene tutto in maniera spontanea.
E le piante che avete sul palco che ruolo hanno?
Il nostro set è stato pensato per essere trasportato in aereo, in valigia. Quindi è molto minimal e poco solido. Ci serviva qualcosa per completare il tutto e abbiamo pensato a questo. La gente è andata giù di testa per le piante, non so perché, quindi ci abbiamo investito un po’ e adesso è una caratteristica che ci rappresenta. C’è anche un rimando alla musica che facciamo, è un modo per cercare di creare un’atmosfera un po’ esotica sul palco e ci aiuta a entrare nel mood. Quindi è un po’ sopravvivenza e un po’ scelta a tavolino.

Hai detto che state lavorando a pezzi nuovi: avete già una deadline per il disco e sarà ancora per Monotreme?
Ci piacerebbe avere una deadline, perché finché non abbiamo quella lavorare a ruota libera è abbastanza pericoloso. Non sappiamo se uscirà per Monotreme o no, stiamo cercando altre etichette, più per sfizio che altro. Ci piacerebbe fare un terzo album con una produzione “da album”, cioè vorremmo evitare tutti quei problemi tipici da produzione indipendente. Quindi stiamo cercando anche lo studio e il produttore adatto, perché secondo me la gente non ne può più di dischi registrati in cameretta, come è stato in parte These Days. Ormai ce ne sono migliaia di dischi così, di cui dici “bella l’idea, ma…”. Vorremmo evitare di metterci il “ma…”. Stiamo quindi cercando innanzitutto una base solida, perché di materiale musicale ne abbiamo

Qualche produttore con cui vi piacerebbe lavorare, per esempio?
Ne abbiamo mille, per ora abbiamo sulla lista solo quelli che ci hanno risposto, però forse stiamo facendo il passo più lungo della gamba, perché stiamo sentendo produttori che lavorano con Jamiroquai, Madonna, cose così. In realtà parlando con un po’ di manager di produttori abbiamo capito che bastano un po’ di soldi e il disco te lo fa chiunque, per esempio per Pharrell bastano 50000 euro, che è poco se ci pensi. Però preferiremmo non fare la figura del gruppo provinciale che si fa produrre da un nome grosso per far parlare di sé. Stiamo quindi cercando di capire quanto ci possa servire una cosa del genere, quando magari ci potrebbe bastare un bravo ingegnere del suono e non qualcuno che venga a dirci cosa fare. Le idee ce le abbiamo, ci serve una struttura tecnica che ci permetta di realizzarle al 100%. Quindi il discorso di cercare un’etichetta nuova è legato a questo, per fare certe cose hai bisogno di avere un budget considerevole, che Monotreme non può permettersi. Cerchiamo comunque di stare molto attenti, perché sono situazioni delicate e vorremmo evitare di cadere dentro dei buchi neri.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.