sabato, Ottobre 1, 2022

Mike Watt, dai Minutemen ai Missingmen, il live alla Limonaia di Fucecchio: la recensione

La presenza alla Limonaia di Fucecchio (FI) di  Mike Watt, grande artista e musicista ma anche uomo dall’alta statura morale, dovrebbe far riflettere. Dopo il piacevole stupore di trovarselo praticamente a casa, si pensa a come il bassista di San Pedro, classe 1957, abbia attraversato i locali più scalcinati degli Stati Uniti, predicando anarchia (financo il comunismo) e punk-rock nell’era Reaganiana e Jacksoniana (Michael), scrivendo un pezzo importante di storia della musica rock (Minutemen), riletto poi attraverso parametri più contaminati e coraggiosi (fIREHOSE), e tradotto ancora in un contesto più sperimentale ma allo stesso tempo intimo e familistico (Dos) fino a pescare la carta giusta (o sbagliata per i detrattori) e ripartire dal via, da Iggy Pop e dal punk-rock. Comunque venga giudicato questo percorso, credo che il fantasma di D. Boon abbia dato sempre il beneplacito ad ogni scelta del buon Mike, anche quella di celebrare e celebrarsi con un’opera degna dei Minutemen, ovvero “hyphenated-man“, quarto capitolo solista pubblicato nel 2011 e terza sezione di un’opera inaugurata da “contemplating the engine room” (1997),  che il nostro sta riproponendo sui palchi di tutti i pub assieme a Tom Watson e a Raul Morales, rispettivamente chitarra e batteria dei Missingmen. Il processo creativo che ha portato alla creazione di questo disco ha dell’incredibile, e vi invito a leggerne la genesi direttamente dal blog di Watt

Fatto sta che D. Boon è presente nel disco sia per la chitarra utilizzata, a lui appartenuta, sia per l’ispirazione e la formula del disco: un unico “pezzone” suddiviso in trenta parti, ognuna denominata come i piccoli mostriciattoli che popolavano il mondo pittorico di Hieronymus Bosch.
Il trattamento è à la Minutemen: riff veloci, devastanti, spiel ovvero discorsi brevi come haiku ad abbozzare un’idea, una percezione, una rabbia che solo chi ha vissuto l’epoca di Rumore Bianco di DeLillo e le apocalissi di Cronenberg può immaginare.

Ebbene, a 57 anni Watt ha deciso di fare ancora una volta i conti con se stesso, con la sua storia, le sue origini musicali, materia trattata ampiamente dal documentario diretto da Tim Irwine e intitolato We Jam Econo: The Story of the Minutemen e che Watt ripropone nuovamente in tutta la sua forza con questo nuovo progetto, facendo quello che gli riesce meglio: comporre canzoni in linea con la produzione musicale di quando aveva vent’anni, cresciute sotto la stella di una rinnovata sensibilità.

Arrivo quindi alla Limonaia di Fucecchio, per il concerto di Watt di mercoledi scorso, con la felicità e l’orgoglio di incontrare un musicista e una persona degna di stima e di affetto; anche gli opening acts di Guess What e l’Oulliere, riescono facilmente ad ottenere il consenso del pubblico, i primi con musiche circensi-arabe, tutto Moog e percussioni, il secondo con una tecnica chitarristica un po’ fine a se stessa ma di sicuro effetto.
Ma appena arriva Watt sul palco, dopo i convenevoli di rito, l’avvio è spumeggiante e per quarantacinque minuti secchi la band non si ferma, snocciola tutto “hyphenated-man”, in una girandola hard-core entusiasmante.
La sinergia col gruppo è di altissimo livello ed empatia, la vaporiera Morales non lascia una battuta, e Thompson è settato proprio come D. Boon, con qualche influenza surf a fare capolino qua e la. Watt suona e canta, con un timbro di profondità sexy e un basso esplosivo, perchè anche solo per dirne una,  in “mouse-headed-man” si sente persino il legno del Gibson Diavoletto che impugna, tanto che ci piacerebbe molto che la versione live prendesse il posto di quella in studio.

Sebbene Watt sia, a prima vista, convalescente di qualche male di stagione (i maldicenti additano questo alla vecchiaia), la sua professionalità lo tiene sul palco fino in fondo. Fino al bis.
Ovvero il momento che in tanti aspettano, specialmente quelli con qualche capello bianco in testa, come una ideale chiamata alle armi dei Minutemen, di cui i Missingmen riscono nell’impresa di essere emuli oltre ogni limite. E infatti arrivano “Retreat” e “The Big Foist”, e per chiudere il tutto una “Funhouse” con tanto di sax claustrofobico. Il rock’n’roll è salvo, anche per questa volta il risultato lo porta a casa il terzino Watt, contro i caciaroni di turno e i maniaci delle riprese con lo smartphone. Una volta sceso dal palco, non senza difficoltà, Babbo Natale Mike si mette a firmare autografi e a stringere mani, dividendo come un nuovo Mosè con diritto di scelta gli avventori occasionali dai fan, gli appassionati dalle mezze calzette.

Elia Billero
Elia Billero
Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.

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