Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

L'intervista con Mark Arm e Steve Turner dei Mudhoney prima del loro concerto al Bloom di Mezzago: un'occasione, tra una battuta e l'altra, per capire che è l'amore per la musica e per ciò che si fa a far andare avanti una band per quasi tre decenni 

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Dopo ventisette anni di carriera i Mudhoney sono ancora una vera e propria furia sul palco, capaci di creare un muro di suono in grado di far impallidire tutte o quasi le next big thing scovate ogni due per tre dalla stampa specializzata. Lo hanno dimostrato ancora una volta lo scorso 17 maggio al Bloom di Mezzago, locale perfetto per far esprimere al quartetto di Seattle tutta la sua potenza. Prima del concerto abbiamo avuto l’onore di chiacchierare con Mark Arm e Steve Turner, che hanno dimostrato un’umiltà e una disponibilità enormi oltre a un senso dell’umorismo trascinante; a questo proposito quante volte capita infatti di fare un’intervista in orario? E sopratutto quante volte, artisti italiani di statura decisamente inferiore se non inesistente, dimostrano supponenza fuori luogo, mancanza dell’umorismo e tutto il campionario di nefandezze che ha fatto piccola la provincia musicale dell’impero? Troppe, troppe volte.

Tra una battuta e l’altra Mark e Steve ci hanno guidati nel mondo Mudhoney e ci hanno aiutato a capire come si entra nella leggenda del rock senza mai svendersi, semplicemente amando la musica e ciò che si fa. Sembra facile, ma se ci riescono così in pochi forse non è così scontato. Ecco a voi quello che ci hanno raccontato:

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È la seconda volta in pochi anni che passate dal Bloom, la volta precedente per il venticinquesimo compleanno del locale, ora per il ventottesimo. Vi capita spesso di trovare locali così longevi durante i vostri tour?

S: mi sembra che in giro ci sia un buon numero di locali attivi, almeno  da un po’ di anni.

M: per esempio il Melkweg di Amsterdam, ci suoniamo da sempre praticamente, oppure l’Arena di Vienna dove abbiamo appena suonato, così come due anni fa e probabilmente anche all’inizio degli anni Novanta se non addirittura alla fine degli Ottanta, mi pare di ricordare. Ci sono molti posti così, che hanno uno charme un po’ antico ormai.

Preferite suonare in posti come questo, quindi abbastanza piccoli, o in luoghi più grandi, come i festival?

S: preferisco posti come questo, sicuramente

M: ci è anche capitato di suonare in un’arena gigante ma con lo stesso pubblico che è possibile contenere qui al Bloom

S: le uniche occasioni in cui abbiamo suonato davanti ad un pubblico di grandi dimensioni sono stati i concerti con i Pearl Jam, oltre ai vari festival dove abbiamo partecipato. È divertente anche in quelle occasioni, ma è diverso: ai festival la gente di solito non è lì per vedere te e si sente. Meglio posti come questo, dove suoniamo davanti a 500 persone, che è già una folla abbastanza grande per noi. Sono tutti fans e vengono solo per noi.

La vostra band ha più o meno la stessa età di questo locale, siete infatti nati nel 1988. Cosa vi ha fatto cominciare e cosa vi fa andare avanti dopo tutti questi anni?

S: ciò che ci ha fatto iniziare è la stessa cosa che ha fatto iniziare tutte le altre band, cioè l’amore per la musica. Di certo non avevamo pianificato di durare così a lungo…

M: in realtà io volevo, mi ricordo che gli dissi “ho 23 anni e voglio stare con te nella stessa band anche tra 27 anni!”

S: in realtà abbiamo solo lasciato che le cose accadessero, per molto tempo questo non è nemmeno stato il nostro lavoro. Siamo stati fortunati, il pubblico ci ha seguito e ha fatto in modo che lasciassimo i nostri lavori per fare questo e potessimo continuare a mantenere le nostre famiglie facendo un lavoro che ci piace, che ci fa divertire e che sopratutto ci rende felici. Del resto siamo ancora in giro perché ci troviamo bene insieme e ci piace la nostra stessa musica.

Avete iniziato con la Sub Pop, poi dopo il passaggio con Reprise siete tornati alla base. Cosa c’è di speciale nella Sub Pop? Cosa c’è di diverso rispetto alle altre etichette?

S: non so cosa ci sia di diverso rispetto alle altre etichette, perché non ne abbiamo provate altre a parte una major, che è una cosa completamente differente e non confrontabile. Abbiamo iniziato con la Sub Pop, c’è una forte connessione con loro, inoltre Mark lavora per l’etichetta, il che rende tutto un po’ più facile. Non possono licenziarci…

M: possono eccome, invece, vorrebbero farlo anche con me…

S: no dai, in ogni caso sono ottime persone, e penso che ancora oggi facciano uscire dischi per i quali si appassionano. Credo sia la cosa giusta da fare per un’etichetta indipendente, anche se abbastanza grande.

A voi piace tutta la musica che fanno uscire?

M: no, naturalmente, come non mi piaceva tutto quello che facevano uscire nei primi tempi. Con questo non voglio dire che dovrebbero puntare sullo stesso genere di allora…

S: ancora gruppi grunge? No, per favore! Nemmeno a me piace tutto, ma di sicuro fanno uscire cose molto interessanti, anche se non credo che le ascolterò mai, per esempio Father John Misty merita attenzione, anche se quel tipo di ballate non mi piace.

 

Com’è vivere e fare musica oggi a Seattle?

M: posso rispondere solo io, Steve ora vive a Portland. Per quanto mi riguarda vivere a Seattle è fantastico, ho una bella casa, una bella moglie, meno animali di quanti ne avessi solitamente. È un’ottima città. Per la musica invece ci sono ancora molti locali dove suonare e tante band, ci sono ancora tanti amici che suonano in gruppi e ancora più gente giovane che non conosciamo che suona in altri gruppi.

E Portland invece com’è?

S: è una gran bella città anche Portland. Quando mi sono trasferito lì dicevo alla gente che mi ricordava Seattle quand’ero piccolo, perché non aveva il successo che Seattle aveva avuto negli anni Novanta, con i grandi marchi come Amazon, Microsoft, Starbucks e anche la Sub Pop e il grunge, a modo loro. Ora sta crescendo velocemente, ed è un’ottima città anche per crescere i figli. Io e mio figlio adolescente siamo skaters e lì ci sono tantissimi skate park, quindi ci troviamo benissimo.

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Torniamo alla vostra musica ora, che è un mix di punk, psichedelia, blues e molte altre influenze, che si uniscono per dare un suono inconfondibile, il suono Mudhoney. Come è nato questo suono? Eravate le persone giuste nel momento giusto nel posto giusto? O ci avete lavorato in qualche modo?

S: non ci abbiamo lavorato, semplicemente ce ne uscivamo con dei riff e li suonavamo nel modo che a noi sembrava più interessante e adatto. Credo che più o meno tutte le band facciano così. Nei primi tempi Mark suonava la chitarra solo da pochi anni e anche per quello i riff erano molto semplici

M: da allora però mi sono laureato alla “Scuola del rock di Yngwie Malmsteen” e sono diventato un chitarrista molto migliore, anche di Steve…

 

Come scrivete le canzoni quindi? Partite da un riff anche ora?

M: sì, solitamente partiamo da un riff, a volte da due, anzi meglio in quel caso, poi ci lavoriamo e li distruggiamo per farne qualcos’altro. La cosa bella del lavoro con i Mudhoney è la democrazia: ognuno contribuisce al songwriting. Quindi anche se qualcuno porta un’idea che suppone come definitiva, la band compie un tipo di lavoro su quell’idea in modo da trovarsi tra le mani qualcosa di completamente diverso. Le poche volte in cui pensavo di avere fatto qualcosa di definito, poi ci siamo ritrovati con risultati molto migliori rispetto alle intuizioni con cui eravamo partiti.

E che ruolo hanno avuto i produttori sul vostro suono e le vostre canzoni?

M: lavoriamo soprattutto con ingegneri del suono e non con produttori e credo che a questo punto non potrà più accadere una collaborazione con un produttore. Ci piace che sul disco ci sia scritto “suonato da” e “registrato da” e stop. Certo, accettiamo consigli da chi ci registra, ma non è la stessa cosa che avere un produttore. In particolare non ci piacciono quei produttori che cercano di mettere il loro marchio sui dischi delle band o che cercano di fissare in un determinato modo quello che siamo.

S: sì, siamo noi a sapere chi siamo. Infatti lavoriamo con persone che conosciamo bene solitamente. L’unica volta che ci siamo trovati a lavorare con un produttore esterno è stata per l’ultimo disco con la Reprise, ci riferiamo a Jim Dickinson. Non l’avevamo mai fatto prima.

Fu un suggerimento dell’etichetta?

S: sì, lo suggerirono loro.

M: sapevamo già che quello sarebbe stato l’ultimo disco su una major, quindi cercammo di sfruttare l’ultima occasione per lavorare in quel modo. Sapevamo anche che i soldi che non spendevamo sarebbero tornati all’etichetta, quindi cercammo di spendere più soldi possibile… infatti è stato il disco più costoso che abbiamo mai fatto

S: è stata un’esperienza interessante, anche perché abbiamo capito definitivamente che ci piace il modo in cui lavoriamo e che non avremmo più chiamato qualcuno da fuori a produrre.

Cosa ascoltate in questo periodo?

S: siamo in tour in questo periodo, quindi ho un ipod con me che ascolto durante la notte, durante gli spostamenti col tour bus. Solitamente quindi ascolto cose rilassanti con le quali cerco di addormentarmi, il genere è quello cantautorale anni Sessanta-Settanta. Artisti come Townes Van Zandt e anche Neil Young, per esempio Harvest riesce a farmi addormentare abbastanza velocemente. Amo quel disco, ma non arrivo alla terza canzone.

M: siamo in tour con i White Hills e con Burton Carroll, quindi sono loro gli artisti che ho ascoltato di più in questo periodo.

S: mia moglie è una grande fan di Burton Carroll, quindi lo sentivo sempre anche a casa, ogni giorno, e ora me lo ritrovo anche in tour, è una specie di maledizione ormai.

Avete sentito il nuovo disco dei Sonics? Mi chiedevo se avete avuto un ruolo nel loro ottimo ritorno, grazie allo split che avete fatto insieme…

S: non credo sia stato decisivo, è comunque stato eccitante lavorare con loro, perché sono una delle maggiori influenze per band del Northwest come noi. Dal vivo sono ancora incredibili, abbiamo fatto un paio di concerti con loro oltre allo split.

M: il disco è veramente ottimo! È quasi incredibile che suoni come i loro dischi degli anni Sessanta. L’hanno registrato con Jim Diamond e penso che lui abbia capito cosa piaceva dei Sonics alla gente; loro non capivano perché piacevano così tanto ed erano tentati da un suono più moderno. Lui ha capito cos’erano e cosa sono i Sonics per il pubblico che li ama e li ha fatti suonare in quel modo.

S: suonano ancora alla grande, guardare Larry alla chitarra è veramente incredibile.

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Quindi andrete avanti fino a settant’anni come loro?

S: perché no, posso immaginarlo.

M: posso immaginarlo anch’io. Credo faranno delle sedie a rotelle molto flessibili per allora. Oppure userò un segway per stare sul palco…

Nel 2006 avete curato un’edizione dell’All Tomorrow’s Party. Come avete lavorato per creare la line-up? E c’è un nome che avreste voluto e non siete riusciti ad avere sul palco?

S: sì, volevamo tutti John Cale, è stato il pesce grosso che ci è sfuggito, però voleva troppi soldi e non siamo riusciti ad averlo. È stato un peccato, perché eravamo tutti in una “fase John Cale”. Però abbiamo comunque ottenuto artisti molto eccitanti, ad esempio i Flesh Eaters che si riunirono apposta per quello show fecero un concerto incredibile. Erano una band abbastanza sconosciuta, ma per noi sono sempre stati una grande passione, così come anche The Scientists. Poi sono riuscito ad avere uno dei miei eroi, David Dondero, anche se poi ha quasi bruciato la sua casetta da ubriaco.

Vanishing Point ha ormai due anni…

S: no, secondo me ha sei mesi!

M: per me due mesi! Anzi, è appena uscito! Hai un senso del tempo molto strano!

Sì, è uno dei miei problemi. Vi chiedo comunque se state lavorando a qualcosa di nuovo, nonostante il disco sia appena uscito…

S: sì, abbiamo qualcosa su cui stiamo lavorando, ma faremo con calma. Lavoriamo lentamente e quando siamo in tour non facciamo nulla.

M: sì, ormai dopo un solo weekend di tour siamo distrutti, è già tanto se riusciamo a funzionare come esseri umani… forse per la mancanza di sonno, non so

S: sì, è bello viaggiare sul bus perché non si deve guidare durante il giorno, ma siamo chiusi in una piccola cabina che a volte diventa anche incredibilmente calda, quindi ci è molto difficile dormire.

Quindi non avete una data in mente?

S: no, posso solo dire che cercheremo di registrare l’anno prossimo

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.