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Cave ci cerca, ci tocca. Ci accoglie e si fa accogliere. Non è una postura messianica ma il desiderio di spezzare i modi e i limiti della fruizione, privilegiando la qualità dell'esperienza. Sono le stazioni di una liturgia che spezza improvvisamente la gerarchia responsoriale, avvicinando il celebrante all'assemblea. L'intensità violenta del punk è tutta li, ma pronta a trasformarsi in un profondo gesto d'amore. Il report del concerto di Nick Cave & The Bad Seeds al Lucca Summer Festival 

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Si esce purificati dall’incontro con Nick Cave. Non è un concerto come gli altri, perché appartiene ad una dimensione rituale sicuramente già battuta dall’artista australiano, ma che negli show più recenti abbandona progressivamente i confini performativi, per privilegiare la comunione spirituale con gli spettatori. In un’intervista pubblicata dal Guardian alla fine dell’anno scorso, oltre al desiderio di fare dei suoi live un vero e proprio momento di trasformazione, Cave si soffermava sul “mistero” delle canzoni, il cui significato spesso emerge dopo molti anni, cambiato rispetto a quello manifesto.

La stessa furia che da sempre accompagna i suoi concerti ha improvvisamente imboccato una nuova direzione. Il dolore certamente, ma anche la diretta prosecuzione di quell’esorcismo che Andrew Dominik comincia ad officiare con One More Time With feeling dove Cave si confronta con la stessa rappresentazione, mentre guida le scelte del regista alla ricerca di un gesto che esprima verità, “in una continua lotta tra l’aderenza ad un momento irriducibile – scriveva Rachele Pollastrini – e la sua trasfigurazione”.

Quei segni persistono nei visuals essenziali e allo stesso tempo potentissimi che accompagnano i momenti apicali del concerto. Soglie che è impossibile attraversare e comprendere del tutto, se non abbandonando ogni certezza e portando con se il proprio rapporto con la perdita, piccola o grande che sia. Una tenda rossa che ricorda la loggia Lynchiana predomina sui colori dell’illuminotecnica, il corpo esile di una donna, probabilmente Susie Cave, si allontana in riva al mare entro lo spazio di un frame bianconero, la furia di una tempesta. Sono solo alcune delle immagini che dialogano con i versi delle sue canzoni.

Eppure, la frontalità delle proiezioni è un’eco di quei testi, ma anche la traduzione di un fenomeno sensoriale che Cave orchestra insieme ai suoi Bad Seeds tra improvvisazione e controllo.

La scaletta subisce contraccolpi, cambia in base al dialogo che si stabilisce con gli spettatori delle prime file, Deanna per esempio esplode quasi su richiesta e il corpo di Cave sembra confinare l’immutata e furibonda energia punk entro i limiti del palco, con i microfoni lanciati in aria e i due calci ben assestati ad un leggio che vola per terra insieme alle pagine.

Quella violenza si riverbera sulla performance di Warren Ellis e il suo violino martoriato, strappato, eradicato dalle consuete funzioni, come se fosse Glenn Branca e la sua chitarra in uno dei primi show newyorchesi con i Theoretical Girls, oppure un Thurston Moore più selvatico, sincero e meno preoccupato di ballare con l’ego.
Cave lo asseconda, lo imbecca, lo provoca, gli consente di esplodere il suo wall of sound tra folk e noise per trainare tutta la band in una tempesta che quasi sempre infuria dopo alcuni momenti confidenziali.
Sono le stazioni di una liturgia che spezza improvvisamente la gerarchia responsoriale, avvicinando il celebrante all’assemblea.

Proprio in quel momento e sin dai primi momenti in cui Cave cerca le mani del suo pubblico, si comprende quanto la polarità del punk, l’invettiva, la bestemmia sabbatica di Nick The Stripper, sia invariata in termini di intensità, ma trasfigurata in una diversa ricerca d’amore.
Da quel momento in poi la verità di aver vissuto lo show come un momento altissimo di scambio è nell’abbraccio, nel toccarsi e nel rovesciamento continuo di prospettiva.
Più di una postura messianica si avverte in questo Nick Cave il desiderio di spezzare i modi e i limiti della fruizione, privilegiando la qualità dell’esperienza. 
Quando la tempesta infuria sullo schermo ed esonda sui Bad Seeds mentre infiamma Tupelo, Cave fa salire un ragazzino tremebondo e attonito simile al giovane Daniel Radcliffe. Lo stupore del giovane cerca un appiglio nello sguardo degli astanti, mentre Cave gli tocca il torace all’altezza del cuore per accordare i loro battiti. Quando la sintonia viene raggiunta i due si guardano, gridano i versi più intensi, trasferiscono energie che trasmutano la violenza in amore. 

Ed è solo l’inizio che condurrà Cave verso il suo pubblico, facendolo salire sul palco durante un’indimenticabile versione di Push The Sky Away. Prima di quel momento semplicemente comunitario, Nick scende tra la sua gente e abbandona il culto trito e ritrito dello stage diving, perché in tal caso avrebbe mimato una dimensione cultuale che è distante anni luce dalla sua costante riflessione sulla vita e sulla morte.
Tra le nostre braccia Nick allarga le sue e si lascia alle spalle tutti i protocolli teatrali legati alle misure di sicurezza. Una conseguenza diretta dei versi di Jubilee Street: “I am transforming / I am vibrating / I am glowing / I am flying”, ma anche una preparazione all’accoglienza, così da lasciar bruciare quella candela di cui parla in Into my arms, fuoco che non si spegne e che illumina il nostro cammino quando torniamo verso casa.

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.