Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

"No Cities to love" segna il ritorno delle Sleater-Kinney, ad emergere è l'anima più pop della band, con dieci brani essenziali e l'osservazione della realtà esaminata da un punto di vista più semplice e pacificato. Il modo migliore per cambiare il mondo è il risultato di un sentire soggettivo 

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Le abbiamo aspettate, ci abbiamo sperato molto tempo, e alla fine il risultato è stato all’altezza delle aspettative. Le Sleater-Kinney sono tornate in grande forma, e come nello stile di una grande band, hanno tirato fuori dal cilindro un lavoro come No Cities to Love, che ha qualcosa da dire in più anche rispetto a tutta la loro discografia, raccolta anch’essa in questi giorni nel cofanetto Start Together. E il valore aggiunto di “No cities to love” risiede anche nella purezza e nell’onestà di Carrie Brownstein, Corin Tucker e Janet Weiss, dimenticandosi logiche di mercato e possibili rancori personali.

Quanto tempo è passato da The Woods? 10 anni. La voce di uno scioglimento ormai era stata assimilata in via definitiva, come una pietra tombale sulla vita del gruppo. I progetti paralleli delle tre, la Corin Tucker Band per la bionda chitarrista, le Wild Flag per le altre, e un super gruppo a nome Tucker-Buck-Novoselic (ancora in cantiere a quanto pare) hanno contribuito alla nascita di nuove idee per le Sleater-Kinney che sono state capitalizzate e rielaborate in questo nuovo lavoro.

Tra le 10 tracce di No Cities to Love basta considerare un episodio a caso come Fangless, dalla base funk-punk, per evidenziare la pulizia e la compattezza lucida del nuovo corso. Carrie Brownstein sembra, ripeto sembra, meno arrabbiata e più in pace con il mondo circostante. Corin Tucker cede il passo a livello vocale molto più spesso di quanto eravamo abituati.

La pienezza di The Woods, da opera rock, viene smorzata in No Cities to Love: difatti, quest’ultimo disco ha probabilmente una forma più catchy che influisce sulla memoria a breve termine e invita all’ascolto ripetuto. Sebbene Jumpers mi abbia fatto innamorare, il nuovo album è quanto di più diverso (ma non controverso) le Sleater-Kinney  abbiano costruito.

Il disco appare diverso da ogni precedente prova. All hands on the bad one, The hot rock, tutti lavori dalla produzione eccelsa, ma legati ad un momento storico diverso, irripetibile e concepito di volta in volta per tirar fuori il meglio dal collettivo.

Il risultato è speciale, oltre alla somma di alcune tastiere e l’intreccio delle parti vocali, c’è una misura più consapevole, senza accelerare a manetta e rendendo più sicuro il viaggio. Ma dov’è finita la rabbia grunge? Si è già spenta la fiamma riot, esattamente come i fiori appassiti sull’artwork del disco? Non proprio. Considerando la svolta più intimista del gruppo, dagli anni ’00 a questa parte, tutto torna. Il tema di Price Tag riguarda soprattutto la mercificazione di tutto, perché no, anche del corpo femminile. Sicuramente la vicenda delle Pussy Riot le avrà colpite, in un’accezione molto nichilista. Non c’è bisogno di colpire il potere. “It’s not a new wave, it’s just you and me”. “It’s not the city, it’s the weather we love, it’s not the weather, it’s the nothing we love”. “Only together to break the rules”. Qualsiasi citazione riporta ad un unico punto. Ogni certezza è da ridimensionare e la riduzione ad un sentire soggettivo sembra la chiave per affrontare la realtà con maggiore semplicità. Una riconsiderazione del mondo circostante può aiutare a vivere meglio anche nella quotidianità. Facendo il meglio che si può, come già i Radiohead di Optimistic affermavano, e nel caso delle nuove Sleater Kinney è l’anima più pop ed essenziale che emerge. Non è l’urlo disilluso dei Ramones, quanto il cercare di essere se stessi, nel miglior modo possibile.

E se non è la logica mercantile che ha guidato le scelte della band, per le Sleater-Kinney la post-modernità si potrebbe tradurre con un verso come “Living well is the best revenge”, quello cantato recentemente dai R.E.M. di Peter Buck. Lesson learned.

Se ancora non è possibile inserire “No Cities to Love” tra i migliori lavori del 2015, vogliamo azzardare  collocando “Bury Our Friends” tra i brani più convincenti dell’ultimo lustro.

Sleater-Kinney
No Cities to Love

Sub Pop, 2015 | rock, pop rock, punk, riot grrrl, grunge
TRACKLIST:

Price Tag | Fangless | Surface Envy | No Cities To Love | A New Wave | No Anthems | Gimme Love | Bury Our Friends | Hey Darling | Fade

 

Elia Billero

Elia Billero

Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.