martedì, Dicembre 1, 2020

Of Montreal Lousy with Sylvianbriar: irriducibilmente freak

Chissà che fine avrà fatto la ragazzina di Montreal che si permise di mollare Kevin Barnes ai tempi dei tempi, quando tutto cominciò, dodici dischi fa (non contando collaborazioni pregresse e happening discografici vari). Chissà se si è resa conto del talento creativo che poteva sprigionare quel ragazzo dal capello buffo e dallo sguardo perso chissà dove. Nello stato della Georgia adesso può contendersi il titolo di genio locale, dopo la dipartita poco trionfale dei R.E.M., nonostante il ritorno dei Neutral Milk Hotel metta in discussione il ruolo di cantori psichedelici del 2013. 

Se questa ragazza misteriosa è rimasta in ascolto, dal 1997 ad oggi, da Cherry Peel, schivando la parata gay, la fauna ed il falso prete, si sarà sicuramente accorta del talento multiforme di Barnes. Se ancora non se ne fosse accorta, questo Lousy with Sylvianbriar mette alla prova ancora le aspettative su questi freak fuori tempo massimo, dalla prolificità inesauribile, dall’ingegno extrasensoriale. Si può tacciare LwS di avere una copertina “modesta” nell’aspetto, ma il contenuto non delude. Finite le remore verso la disco-music e qualsiasi sentimento elettronico presente, non rimane alla carovana Of Montreal di passare un soggiorno sulla West Coast, ritrovando le radici (mancate) dei freak veri, quelli che anche se non c’erano a Woodstock perlomeno un VW Kombi lo guidavano.

E’ così che parte Fugitive Air, con un sentore di libertà, su una steel guitar inarrestabile, dove Barnes stesso canta come un novello Dylan, su una base che Beck potrebbe riciclare per un eventuale ritorno alle origini. Obsidian Currents e la successiva Amphibian Days chiamano in causa Ayers, gli Isley Brothers (e per i nazionalpopolari il Battisti di Ho un anno di più), ovviamente con una melodia assurda, da vero pazzo. She Ain’t Speakin’ Now e Blade Glade Missionaries mettono in campo un riff vincente su di un blues (e non a caso quest’ultima cita il sudicio Henry Miller di Nexus), Sirens… invece cita Simon & Garfunkel e i Pink Floyd di If. Non è lecito chiedere se il contributo dei Black Keys abbia inciso in Triumph of Disintegration, ma è giusto pensare anche a un’influenza ultraterrena di Syd Barrett. Imbecile Rages cerca di essere la ballata conclusiva, sconclusionata come sempre, concedendo poco come sempre a chi prova a capirci qualcosa.

Niente di nuovo sul fronte occidentale? Quando viene invaso dai OM ovviamente c’è sempre un’attesa e un’aspettativa grande. Stavolta, nonostante non ci sia un approccio così catchy, fila tutto liscio. 

Elia Billero
Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.

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