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Intervista agli Oh Lazarus in occasione del loro concerto al XI Pintumpleanno di Verderio, in provincia di Lecco, il prossimo 23 settembre; un'immersione nel loro mondo sonoro e nel loro disco d'esordio Good Times, tra cover e pezzi originali che guardano al country e al blues di quasi un secolo fa 

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Prima del sabato hip hop che vedrà sul palco Ted Bee (leggi l’intervista da questa parte), il venerdì del XI Pintumpleanno sarà dedicato al blues e alla old time music. L’attrazione principale quel giorno sarà la coppia formata da Veronica Sbergia e Max De Bernardi, reduci da una serie di concerti in giro per il mondo, mentre il compito di aprire la serata sarà degli Oh Lazarus. Il trio, proveniente dal pavese e formato dai fratelli Simone e Cecilia Merli assieme a Daniele La Barbera, porterà sul palco del festival i brani contenuti nel disco d’esordio Good Times, uscito lo scorso anno per l’etichetta tedesca Off Label Records, un mix di cover e pezzi originali che tentano con buon successo di attualizzare i suoni del blues e del country di quasi un secolo fa. Incuriositi dal loro percorso musicale, abbiamo cercato di comprenderlo meglio ponendo qualche domanda ai diretti interessati, nell’attesa di avere la riprova dal vivo della bontà della loro proposta. Di seguito dunque le risposte di Simone, Cecilia e Daniele ai nostri quesiti.

Ciao a tutti. La prima cosa che vorrei chiedervi riguarda la nascita del gruppo: come vi siete incontrati? Avevate già in mente il genere musicale che sareste andati ad affrontare?

Simone: Io e Daniele suonavamo insieme nei Maciste mentre il progetto Oh Lazarus nasce come mio piccolo esperimento di home recording, in collaborazione con mia sorella Cecilia. Finita l’esperienza Maciste abbiamo iniziato a lavorare tutti insieme per portare Oh Lazarus dal vivo. Per quanto riguarda il genere non abbiamo mai avuto dubbi, prendiamo tutto quello che può essere definito  “American roots music” e senza essere troppo filologici buttiamo nel frullatore cercando di proporre qualcosa di nuovo. Come attitudine credo che i Violent Femmes ci abbiano condizionato inconsciamente.

In generale, come nasce in voi l’amore per il blues e l’old time music? Ci sono forse similitudini tra la pianura pavese e quella del Mississippi?

Simone: fin da piccolo ho sempre ascoltato quasi esclusivamente musica inglese e americana. A 15 anni ho comprato la mia prima chitarra perchè dovevo suonare nota per nota Jimi Hendrix e i Led Zeppelin. Credo sia un percorso comune a molti quello di partire dai grandi della musica anni 60/70 per poi tornare alle origini. In molti dicono che ci siano forti similitudini tra la colline pavesi e le hills; a noi non interessa fare il confronto, viviamo in Italia e facciamo musica che è fortemente influenzata dalla musica americana ma è geograficamente radicata dove viviamo; la stessa copertina di Good Times, che all’inizio doveva essere ambientata in un deserto, è stata disegnata basandosi su alcune foto che ho fatto vicino a dove andiamo a provare.

Oh Lazarus – Good Times – il video ufficiale

Il vostro disco di esordio, Good Times, è uscito lo scorso anno. Un titolo del genere è abbastanza difficile da trovare in un disco di area blues, ma devo dire che rende bene l’atmosfera del disco, che è abbastanza solare. Perché avete scelto quel titolo?

Cecilia: Quando abbiamo cominciato a riflettere sulla possibilità di creare un disco con i pezzi che avevamo in cantiere, abbiamo subito notato che poteva esserci una linea tematica che li accomunava; una sorta di gusto agrodolce che ogni canzone lascia e che è il risultato dell’unione di melodia e testo. Proprio la canzone Good Times, che dà il nome al nostro album, racconta il disagio profondo di una persona in un momento della sua vita, l’ansia che tutto il mondo crolli da un momento all’altro. La speranza di una risoluzione c’è, ma si lascia anche spazio all’idea che sia il cammino che ti aiuta a proseguire come persona, vivere la vita e affrontarla nonostante tutti gli ostacoli e i dolori.

Nell’album ci sono sia cover che pezzi originali. Per prima cosa vi chiederei come avete scelto le cover da inserire, che sono tutte traditional o comunque pezzi storici della musica americana, e come avete lavorato sui loro arrangiamenti

Simone: le cover di solito si accumulano concerto dopo concerto. Ho la tendenza ad ascoltare molti dischi a settimana e capita spesso che un pezzo mi entusiasmi. Se capita vado subito a cercare la sua storia e tutte le versioni a disposizione; in pochi giorni ne ricavo una mia versione. Alcuni di questi pezzi vengono poi proposti al gruppo, capita quasi sempre che il pezzo prenda un’altra piega. Anche gli arrangiamenti sui fiati sono abbastanza liberi e non necessariamente seguono il pezzo. Il filo conduttore nella scelta delle cover che è poi anche quello dell’album è il racconto della vita e della morte, dei desideri, delle ansie e delle paure dell’uomo nella vita quotidiana e domestica.

In particolare mi ha colpito St. James Infirmary Blues, che chiude l’album. Come vi siete confrontati con quel brano, che è stato suonato da tantissimi artisti di generi anche abbastanza diversi, da Louis Armstrong ai White Stripes?

Cecilia: St. James Infirmary Blues è un pezzo a cui sono molto affezionata per la sua intensità emotiva. Sentire molte versioni di questo pezzo aiuta a capire quanto sia potente e immortale. Chiudere Good Times con questa tristissima storia di morte ci è sembrata la degna conclusione.

Oh Lazarus – Sister Kate, video ufficiale

Per i vostri brani invece come avete lavorato? Come nasce oggi una canzone di un genere che guarda indietro nel tempo?

Cecilia: la nostra intenzione è quella di creare canzoni che hanno un legame con la tradizione ma cercando di fare un passo in più, provando a raccontare storie che possano essere attuali. A livello tecnico, per la stesura dei pezzi, la tendenza è sempre quella di lavorare in gruppo: solitamente, c’è un’idea di base a cui ognuno di noi lavora e si prova ad arricchire la bozza di base, fino a giungere al pezzo finito. Inizialmente si lascia spazio alla creazione di un motivo di chitarra, un tappeto sonoro che definisce l’atmosfera della storia. In un secondo momento si arriva alla stesura del testo, sul quale ci si confronta moltissimo. Il nostro obiettivo, in fase creativa, è quello di rendere un’immagine, una fotografia, senza dichiarare in modo netto dove si vuole andare a parare, lasciando libero l’ascoltatore di dare una sua interpretazione.

Citate Steinbeck tra le vostre influenze, mentre a me per esempio è venuto in mente Lansdale ascoltandovi. Come si inserisce la letteratura nella vostra musica?

Cecilia: La letteratura ha un ruolo fondamentale nella nostra musica; gli autori da cui traiamo ispirazione per quanto riguarda temi e atmosfere sono Steinbeck ma anche Lansdale, Poe e Carver. Di grandissima ispirazione sono state anche alcune serie tv americane molto suggestive come True Detective (la prima stagione), Fargo e Hap and Leonard (tratta, per l’appunto, dall’omonima serie di romanzi di Lansdale) di cui ammiriamo il panorama gotico e intimista.

Tra i collaboratori del disco c’è anche Alessio Magliocchetti Lambi, che su Indie-Eye conosciamo bene con i suoi Dead Shrimp (leggi l’intervista da questa parte). Come è nata questa collaborazione?

Simone: tutto è partito dal programma del Mojo Station Blues Festival 2013 (importante festival blues di Roma) dove insieme a Luke Winslow King comparivano i Dead Shrimp. All’epoca non li avevo mai sentiti nominare; da onnivoro affamato di musica ho subito scritto ad Alessio per avere il loro cd; nel giro di poco tempo sono diventati il mio gruppo italiano preferito e siamo diventati molto amici. Alessio oltre ad essere una bellissima persona è anche un ottimo chitarrista quindi per me è stato automatico chiedergli di aiutarci.

Oh Lazarus – You Get What You Deserve – live

Come vedete la situazione italiana per quanto riguarda blues, country, old time music? Vi sentite “mosche bianche” o qualcosa si muove assieme a voi? Avete rapporti con la scena, intesa non solo come musicisti, ma anche pubblico e locali, nata negli anni 70 ed 80 o non c’è dialogo?

Simone: mi sembra che il blues in Italia sia in ottima salute; abbiamo diversi artisti che sono riconosciuti sulla scena internazionale (ad esempio Roberto Luti, Fabrizio Poggi e Veronica Sbergia / Max De Bernardi); abbiamo molti festival che fanno programmazioni interessanti come il Mojo Station Blues Festival a Roma o il Black and Blues festival di Varese e mi sembra ci siano diversi giovani che stanno uscendo e che porteranno nuova linfa. Per quanto riguarda noi non saprei dirti se siamo mosche bianche o meno; al momento stiamo suonando dovunque sia possibile suonare; passiamo dall’evento in strada al festival blues, dal locale metal alla festa di paese senza precluderci nulla e senza voler per forza far parte di un circuito.

Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro concerto al Pintumpleanno?

Daniele: Speriamo di portare tanta carica ed energia, passeremo una serata da ricordare negli annali del Pintupi.

Ultima classica domanda: progetti per il futuro? Arriverà un secondo disco?

Daniele: sicuramente suonare ancora tanto in giro; stiamo cercando di organizzare un tour in Europa per l’estate 2017; la nostra etichetta Off Label Records è tedesca e il disco è stato accolto bene in Germania e in Belgio. Per quanto riguarda il secondo disco è già in lavorazione e spero lo concluderemo entro i primi mesi del 2017. Sarà un disco più diretto con meno arrangiamenti e più vicino alla nostra dimensione live.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.