Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Il bilancio della quindicesima edizione della kermesse catalana raccontato da Indie-Eye: numeri trionfali, qualche delusione, in taluni casi prevedibile, ma anche tanta qualità 

Di

Come vi abbiamo già raccontato in precedenza, il Primavera Sound Festival costituisce ormai da qualche anno qualcosa di più di un appuntamento imperdibile per appassionati ed operatori del settore musica. Da vero e proprio fenomeno di massa qual è diventato, il festival ha raggiunto dimensioni da vera e propria tappa obbligata per qualsiasi band che aspiri a fama internazionale di una certa rilevanza e centro di aggregazione e condivisione riuscito come pochi eventi al mondo. Connotata dalla solita organizzazione impeccabile, abilissima nel ridurre praticamente allo zero i disagi che un evento dalla portata di 175 mila spettatori potenzialmente comportava, l’edizione del quindicesimo compleanno ha sì mostrato alcune “lacune” sotto il profilo della fantasia nella programmazione ma ha anche proposto, come suo solito, tante belle conferme e luminose novità. In breve, comunque, un’esperienza realmente ipnotica e coinvolgente in senso assoluto, che chiunque ami la musica prima o poi ha il dovere di provare.

Quello che segue è un breve e (necessariamente) parziale report, data l’enormità della proposta, che non propone di fatto le cose migliori in assoluto presenti al festival ma semplicemente quello che programmazione iniziale, gusti personali, ispirazioni dettate dal momento e risorse fisiche, non per forza in quest’ordine, hanno consentito di vedere.

 

Giovedì 28 maggio

Yasmine Hamdan – Palco: ATP

jasmine

Alla ribalta negli ultimi tempi per il doppio ruolo come cantante e attrice per Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch, la cantante libanese è la prima a salire su uno dei palchi principali del festival, ora trasferito nella prima grande area in prossimità dell’entrata del Fòrum. Unisce una sensualità animalesca inevitabilmente di marca PJ Harvey ad una voce estremamente magnetica nel proporre un blues scuro e sintetico, che si connota per un marcato tribalismo. Pericolosamente sensuale e affascinante, tiene il palco con grande autorità, pur essendo un nome ancora relativamente “giovane”, e riesce a svincolarsi da parecchi luoghi comuni in cui il progetto, in nuce non originalissimo, rischiava di cadere.

 

The Thurston Moore Band – Palco: ATP

Un veterano, amato da ormai tre generazioni. Senza un’ombra di vecchiaia e memore di più di trent’anni di carriera, il leader dei Sonic Youth, sul palco assieme all’amico di sempre Steve Shelley alla batteria, oltre che al chitarrista James Sedwards e alla bassista Debbie Googe dei My Bloody Valentine, propone i brani dell’ultimo, bellissimo The Best Day in versione sensibilmente più aggressiva. Chitarre taglienti e scarne, a dimostrazione che non occorrono cento distorsioni per risultare potenti, costruite su continue rincorse e stratificazioni per brani da dieci minuti e oltre, un groove incessante e implacabile, poche ma riuscitissime melodie: tutto ciò che il rock ‘n’ roll moderno dovrebbe essere, da cui molti hanno ancora da imparare. Il tutto con un meraviglioso tramonto.

 

Antony and the Johnsons – Palco: Heineken

anthony

La pura curiosità, nata sul momento, porta a percorrere il quarto d’ora di cammino che separa il palco Heineken dal resto del festival e l’attesa, mai come in questo caso, non è ripagata. Lo show messo su da una delle voci più belle degli ultimi vent’anni è uno strano incrocio tra glam (nell’approccio) e musica classica (nelle intenzioni), concepito per piano, piccola orchestra e voce, del quale francamente sfugge il senso. Le costruzioni dei brani sono prevedibili, inchiodati saldamente all’armonia tonale, le parti strumentali banali quando non stucchevoli e, così, un cantante pur bravo, al quale si deve riconoscere un certo magnetismo interpretativo, si trova annacquato in un insieme enfatico che fa la fine della montagna che partorisce il topolino. Mezz’ora di concerto è ampiamente sufficiente per cambiare aria.

Spiritualized – Palco: ATP

Tornati dalla parte opposta del Fòrum, lo scenario non si innalza molto di livello. Uno dei gruppi più attesi, sebbene già avessero timbrato il cartellino al Primavera, si rivela una versione molto soft e poco lisergica dei Velvet Underground: nel tentare un approccio che calca unicamente il pedale dell’emozione, con tanto di cori gospel a rimarcare la componente “ultraterrena”, Jason Pierce e soci ottengono un risultato, di fatto, contrario all’intenzione. Freddo e poco ispirato (e certo l’emissione vocale incerta e il tremore alle mani – del quale ignoriamo la ragione – non aiutano), il frontman britannico canna proprio i momenti più delicati. Due accordi per un quarto d’ora, decisamente pochino.

Simian Mobile Disco – Palco: Pitchfork

Circa cinquanta metri più sotto, praticamente sul mare, il cosiddetto “palco alternativo” regala la prima delle tante perle elettroniche del festival. Il duo inglese (a ciascuno un Mac e robette varie, fianco a fianco) è un progetto senza pretese, che prende le cose migliori dei Kraftwerk e le aggiorna al gusto danzereccio di oggi e che ha il grande merito di non prendersi sul serio. Pochi elementi ma ben assestati, esclusivamente strumentali, senza altro obiettivo che l’entertainment, peraltro, pienamente centrato.

Sunn O))) – Palco: ATP

sunno

L’una di notte è il momento migliore per l’orrore e quello della band di Seattle, a questo giro in quattro sul palco, è orrore puro, nella migliore delle accezioni. Al confronto il Ku Klux Klan si riduce alla parte di una benemerita confraternita. Droni metal di chitarre lasciati andare liberi per minuti interi, una voce che alterna urli dall’oltretomba ad emissioni gutturali spaventose, alternati a bassi di Moog da stirare i peli sul petto. Decisamente la cosa più estrema vista al festival e non solo, uno spettacolo di una violenza (concettuale) inaudita che scardina molte certezze dell’ascoltatore medio, ma anche un coraggioso tentativo di mettere in musica la parte più oscura dell’essere umano; nonché la dimostrazione che si può essere straordinariamente espressivi con un unico suono, anche per un quarto d’ora di fila. Devastanti.

James Blake – Palco: Heineken

Un talento purissimo che va dritto, anche quest’anno, sul podio della rassegna: un producer che è anche cantautore, pianista, musicista, arrangiatore e, più di tutto ciò, cantante superbo, accompagnato da due musicisti straordinari, batterista su tutti. Passare dalla ballad rapsodica per piano solo (il capolavoro di Joni Mitchell, A Case of You) alla techno in due mosse vuol dire: 1) avere un coraggio mostruoso, davanti a ventimila persone e 2) poterselo permettere. Essere una delle figure musicalmente più complete del panorama mondiale a neanche 27 anni fa abbastanza spavento, nonostante non tutta la sua produzione musicale sia memorabile, ma Blake dal vivo è un fenomeno: il suo show ammutolisce ed entusiasma, in ragione di una costruzione dinamica concepita con una precisione meccanica e un’intensità emotiva che raggiunge picchi altissimi. Particolare non indifferente: non canta con il vocoder come spesso fa su disco ed è molto meglio così. Retrograde e Limit To Your Love fanno venir giù il palco. Dopo ciò, il primo giorno può decisamente andare in archivio.

 

Venerdì 29 maggio

The New Pornographers – Palco: ATP

Il pomeriggio seguente, senza il coraggio dei chilometri di fila per Tony Allen all’Auditori Rockdelux, è la volta di questo supergruppo ormai abbastanza noto nel panorama indie che si rifà smaccatamente al power pop anni ’90, suonato come avrebbero fatto i Green Day dei tempi d’oro (anzi, meglio) e cantato come contemporanei Beach Boys. L’impatto è estremamente brillate, qualsiasi accordo minore è bandito e il pubblico reagisce con (inaspettata) empatia: contagiosi, ma lontanissimi dalla superficialità, nonché, esecutivamente parlando, praticamente perfetti.

 

The Church – Palco: Ray-Ban

Una leggenda new wave per una rispolverata in puro stile Primavera (tre anni fa furono i Cure i protagonisti di un’operazione simile) per un palco tra i più affascinanti (è l’unica vera e propria arena del Fòrum), stipato ma ancora accessibile. La classe degli australiani, almeno sotto il profilo della resa emotiva, è indiscussa e immutata, tanto che più di una persona piange alla hit Under The Milky Way: ma l’esecuzione è un tantino sciatta, con un Kilbey stranamente enfatico nella voce, sebbene ancora ottimo bassista. La sensazione è che si sia voluto prendere il sostanzioso gettone vivendo un po’ troppo di fasti passati.

 

Ride – Palco: Primavera

Valga anche qui quanto detto sopra, con l’aggravante che, già di per sé, i brani di partenza sono molto meno interessanti. Lo shogaze, è chiaro, sta altrove e, sebbene il tiro non manchi, i diciotto anni di assenza dalle scene si sentono, eccome. Gardener è un cantante corretto ma niente di più, e alla fine gli unici spunti interessanti sono gli assoli di Andy Bell che, sino a quando non si scioglie, è un chitarrista piuttosto ingessato. Tre quarti d’ora sono più che sufficienti.

 

Alt-J – Palco: Heineken

altj

Provando a vincere i pregiudizi, si assiste a buona parte dell’esibizione della band di Leeds eletta per acclamazione nuovo fenomeno indie (hipster?) degli ultimi cinque anni. È il primo mistero irrisolto del festival, in quanto i pezzi del mediocre An Awesome Wave e del (un po’ meno) mediocre This Is All Yours richiamano le masse, pur non essendo né facilmente cantabili né ballabili né, alla fin fine, comunicativi. Un’esibizione gelida che, per vaga affinità di materia, sta all’emisfero opposto di quella, sopracitata, di James Blake. La commistione di elementi folk, di elettronica vagamente dubstep (ma, in ultima analisi, ingombrante e pretestuosa) e di incastri vocali dagli echi quasi medievali risulta, quando non mero esercizio di stili, semplicemente gratuita, tanto che il risultato è di interesse piuttosto scarso.

 

Jon Hopkins – Palco: ATP

Quasi di passaggio, uno sguardo all’esibizione di uno dei producer più attesi e dal maggior hype del momento, che non è tanto meglio di tanta techno-house di un qualsiasi club di medio taglio italico, con l’aggiunta di (inutili) ballerine contornate di hula hoop fluorescenti.

 

Ratatat – Palco: Ray-Ban

Se proprio bisogna ballare, allora tanto meglio il duo che si esibisce al Ray-Ban un’ora più tardi. Brooklyn nel look e nell’animo, questi nerd cresciuti a pane e Daft Punk, convincenti sin dall’omonimo debutto, suonano ancora più plasticosi dei loro modelli con l’aggiunta di soli di chitarra degni di Guitar Hero. Sanno di essere tamarri nel midollo e ci giocano su con incredibili visual che ridefiniscono il concetto di kitsch. Ma va benissimo così, fare gli stupidi senza sembrare tali non è da tutti e loro ci riescono più che bene.

 

The Soft Moon – Palco: Adidas original

All’approssimarsi dell’alba, è la volta del trio di Oakland, reduce dall’uscita del nuovo album Deeper. Anch’essi già additati come band di rilevanza mondiale (un po’ troppo presto), scontano la non proprio smaccata freschezza di idee, soprattutto nell’ultima produzione. Il desiderio di emulare i Joy Division, in troppe soluzioni basso-batteria, è sin troppo evidente (ma ormai sono in migliaia a vedere solo dalle parti Manchester 1979 e dintorni) e anche la performance di Luis Vasquez alla voce non è esattamente impeccabile. Peccato, perché in altre occasioni l’impatto ipnotico della loro musica si era rivelato ben maggiore.

 

Sabato 30 maggio

Fucked Up – Palco: ATP

L’emocore, però con gioia. In due parole si potrebbe così riassumere il senso della superband canadese, che conta nove musicisti, di cui quattro chitarristi, che accendono il tardo pomeriggio del festival. Dai ritmi serrati e dal gran lavoro di batteria, il risultato che ne esce è piuttosto brillante ma, come si usa dire, il risultato finale è inferiore alla somma dei fattori e lascia il sentore che sfoltire leggermente l’accumulo strumentale avrebbe giovato. Ma la furia del cantante Father Damian, dai declamati screamo e dallo stage-diving compulsivo, è decisamente contagiosa e l’accurato evitare atmosfere masochistiche tengono in piedi bene gli squilibri.

 

Tori Amos – Palco: Ray-Ban

In maniera del tutto involontaria, siamo attratti dalle decine di migliaia di persone per la cantautrice di Newton. Ma l’esibizione (con due pianoforti suonati alternativamente – ma perché?!?) lascia oltremodo perplessi: vocalmente ineccepibile, seppur sempre alla ricerca estetizzante e manieristica dell’orpello, la Amos sconta un pianismo che si basa su ripetuti cliché, ispirati a Michael Nyman e, malignamente parlando, anche un po’ a Giovanni Allevi. Ecco, no.

 

Sleaford Mods – Palco: Adidas original

Su indicazione altrui, ecco la sorpresa del festival. Il duo inglese si presenta con quella che quasi non può nemmeno definirsi esibizione dal vivo: un pc azionato con il solo play da Andrew Robert Lindsay Fearn e il rap violento e rauco di Jason Williamson sopra le basi, quasi sempre costituite da bassi e batterie, come suonate dai P.I.L. sotto eccesso di cocaina. Marci oltre ogni dire, la loro proposta (musica, almeno per ciò che si vede dal vivo, è una parola grossa) è punk contemporaneo, sporchissimo, malato ma decisamente efficace e non può lasciare indifferenti.

 

Einstürzende Neubauten – Palco: ATP

Meravigliosi, come da aspettative. Uno dei più longevi nomi del festival, il cui appeal è durissimo a morire, si presenta con uno spettacolo magniloquente, implacabile, in una parola, definitivo. Lungi dall’essersi ammorbiditi o imborghesiti, propongono un concerto di dolente austerità, in cui l’uso degli elementi industrial è di raffinatissima intelligenza, in senso armonico oltre che ritmico e rumoristico: in altri termini, bisogna “saper” suonare anche lastre, frese e tubi innocenti. Blixa è in forma smagliante, tutt’altro che gigione e di presenza scenica insuperabile, nei recitando come negli ultrasuoni, e catalizza anche nei silenzi l’attenzione di tutto l’ATP. Tra i migliori anche qui come altrove.

 

Barcellona – Palco: Athletic Bilbao – diretta dal Camp Nou, area ristorazione

Uno spettacolo a parte, ma pur sempre uno spettacolo: ventimila tifosi del festival (e centomila sugli spalti), catalani e baschi, insieme contro il potere centrale madridista e in campo un impareggiabile Lionel Messi, che strappa l’applauso a tutto il popolo del Fòrum. Il suo primo gol è anch’esso una manifestazione del genio.

 

The Strokes – Palco: Primavera

Dopo un quarto d’ora di (convincenti) Interpol, giunge l’unico vero fenomeno di massa degli ultimi quindici anni, che però a quindici anni fa si è fermato. Dal vivo ci si rende definitivamente conto dell’esiguità dei brani ma non del perché tale piccolezza di mezzi compositivi sia così bene accetta da fette di pubblico così trasversale anche dal punto di vista esecutivo. Anche qui, le poche cose interessanti provengono dai chitarristi ma la sciatteria con cui i cinque newyorchesi si propongono è sinceramente deprimente. Casablancas, giubbino catarifrangente e strisciata rossa sui capelli, è un cantante di rara piattezza e, dopo venti minuti, è il caso di andare altrove.

 

tUnE-yArdS – Palco: Pitchfork

tune-yards1

Alla sciattezza precedente si contrappone un mondo di colori in cui Giamaica, Africa, Indiani d’America convivono splendidamente, nell’universo smisuratamente fantasioso di Merrill Arbus. Rispetto al tour di Whokill, ha un ruolo maggiore (ma mai invasivo) l’elettronica, in un set in cui parole d’ordine sono ritmo, vocalità strepitosa e, soprattutto, armonie che si intrecciano meravigliosamente. I musicisti (le due coriste Abigail Nessen-Bengson e Moira Smiley, l’eccezionale percussionista Dani Markham e un bassista dallo strepitoso groove, Nate Brenner) sono al loro meglio e la Arbus rifugge da qualsiasi mania di protagonismo, seppur impegnata tra loop batteristici creati sul momento con un unico microfono, ukulele sbilenchi e acrobazie vocali che lasciano stupefatti. Un’autentica esplosione dagli intenti disinibitori (si vedano le danze in cui si lanciano lei e le due vocalist) e assolutamente irrefrenabile, che si conclude sin troppo presto.

 

Shellac – Palco: Adidas original

Immarcescibili e ormai veri resident del festival, Albini e soci spiattellano, con immutata carica, il post-hardcore che è il loro indelebile marchio di fabbrica, vagamente piacione ma al quale non si può non voler bene. Ritmiche sempre più compatte, basso tutto corda e distorsione, chitarre acidissime e frammentate, la ricetta perfetta per un headbanging liberatorio che abbraccia dai ventenni ai cinquantenni inoltrati.

 

Caribou – Palco: Ray-Ban

La chiusura dei live veri e propri (per il party di DJ Coco le energie sono davvero esaurite…) è affidata a Daniel Victor Snaith, che propone assieme alla sua fidata band brani del (deludente) Our Love To Admire assieme ad estratti del vecchio repertorio. E come esibizione finale non si può pretendere di meglio: lasciando da parte molti interventi vocali, Snaith privilegia la componente psichedelica mettendo in primo piano la cassa e le digressioni timbriche del suo straordinario batterista e il risultato vive momenti di autentica esaltazione. È elettronica fino a un certo punto, ma è un pregio, perché la compattezza della band è perfetta, ognuno nella libertà di improvvisare nel proprio ruolo, tanto da non far avvertire la differenza di qualità (pur notevole) fra il nuovo lavoro e la vecchia produzione. Il festival chiuderà a luce ormai fatta.

 

In sintesi: la rassegna catalana segna un altro punto a proprio favore, con qualche necessaria puntualizzazione. Non è trascurabile il fatto che nomi nuovi additati come fenomeni abbiano bisogno di ulteriori conferme per raggiungere lo status di band di culto abbinato a qualità e che, di fatto, a questo giro, poche cose potevano dirsi davvero imperdibili: dall’altro lato, fa riflettere che i nomi oggi capaci di spettatori a cinque cifre vivano di fasti di oltre un decennio fa e che, salvo rare eccezioni, non abbiano saputo mantenere, nelle ultime produzioni, la qualità dei loro lavori passati. Ciò detto, si osserva che tali sono state la varietà e l’ampiezza del festival che una qualche discontinuità era, giocoforza, fisiologica: e che raccontare e vedere tutto era, anche geograficamente, impossibile. Tra i rimpianti, sulla carta: Babes In Toyland, Underworld, Voivod, Tony Allen, Swans, Battles, Tyler The Creator, Run The Jewels, Ariel Pink, Sleater-Kinney, Thee Oh Sees, Unknown Mortal Orchestra, Hookworms, The Replacements, Ex Hex. A breve saranno già in vendita i biglietti per l’edizione 2016, stesso luogo, dal 1° al 4 giugno: a conti fatti, un acquisto (sottocosto), anche solo sulla fiducia, il Primavera ha confermato di meritarlo.

 

 

Francesco D'Elia

Francesco D'Elia

Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.