Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Un viaggio alla scoperta di Delone, il nuovo disco dei Sacri Cuori ma anche dell'intero mondo musicale della band. Una storia fatta di incontri, frontiere reali ed immaginarie, sogni, apparizioni, tradizione e contemporaneità, tra la Romagna e l'America più meticcia. L'intervista con Antonio Gramentieri e compagni 

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Incontrare i Sacri Cuori e in particolare Antonio Gramentieri, ideatore del progetto che divide il suo cuore tra la Romagna e l’America più meticcia, è un’immersione in un mondo in cui la musica ha ancora un valore ed una forza quasi salvifica, dove è ancora la passione per il motore primo che spinge a suonare e a fare esperienze artistiche ed incontri di ogni tipo. Abbiamo avuto il piacere di incontrare la band pochi giorni dopo l’uscita di Delone, l’album che li conferma come una delle band più brillanti ed interessanti della scena italiana, non a caso riconosciuta e premiata anche dalla stampa e dal pubblico esteri, nonché da una lunghissima serie di colleghi che collabora con loro in maniera più o meno strutturata. Ecco dunque a voi la lunga conversazione avvenuta in un pub milanese con Antonio e gli altri membri del gruppo, partita dall’ultimo album per arrivare a descrivere l’intero mondo Sacri Cuori.

La prima domanda sorge spontanea: chi è Delone? E come si svolge la storia che raccontate nel disco?

Delone è un personaggio che io e Andrea, che non fa parte dei Sacri Cuori nella line up dal vivo ma è un Sacro Cuore in latenza perché è sempre stato con noi nelle nostre avventure, abbiamo creato quando eravamo all’università assieme. Studiavamo Scienze Politiche ad indirizzo internazionale e, quando facevamo avanti e indietro da lezione ogni giorno, creammo questo personaggio ipotetico, che era un “uomo internazionale”, un uomo che continuava a saltare le frontiere, che allora esistevano ancora. Lui imparava un sacco di cose e incamerava tantissime energie, ma al tempo stesso c’era una sorta di soglia di overload per cui quando assimilava nuove informazioni ne perdeva altre, perché il cittadino del mondo per definizione è una persona con una grande esperienza ma finisce per essere solo. L’idea di chiamare il disco Delone è nata quando era già abbastanza avanti come composizione. Eravamo in due day off a cavallo tra un tour australiano e un tour europeo, eravamo alla periferia di Anversa a cercare di dormire con un jet-lag squassante e ci siamo trovati in un bar a bere delle gran birre belghe, lì abbiamo pensato che la nostra storia, l’essere un giorno qui e un giorno lì, l’essere dappertutto e l’essere tutto ma al tempo stesso il non essere più niente, fosse come quella di Delone, che noi fossimo Delone. La mattina dopo ci mettemmo a lavorare su due accordi che sono poi diventati proprio il pezzo Delone. Poi tutto si è messo in fila da solo.

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È un disco che porta ancora una volta l’ascoltatore in luoghi immaginari da qualche parte tra l’America e la Romagna e l’Italia in generale. Cosa accomuna Romagna e America secondo voi, dal punto di vista sonoro e non solo?

Quando parliamo di America è opportuno definire di quale America stiamo parlando, perché esistono un sacco di Americhe diverse. Quella a cui noi siamo più vicini tematicamente da sempre è quella degli Stati del Sud, là dove tutto il patrimonio musicale dell’America, il jazz, il blues, il country e quant’altro, che è già meticcio di per sé, si meticcia ulteriormente standosene vicino al confine, godendosi il sole messicano. Stamattina ascoltavo gli ZZ Top che in tempi non sospetti cantavano I Heard It On The X, che era la stazione radio del sud del Texas che veniva ascoltata sia dai latini che dagli americani, e questo comportava un mix di stimoli e di mondi, perché nel mondo occidentale quello è ancora uno dei confini reali, un confine dove ci sono dei muri. L’America che a noi piace è quell’America meticcia dove un certo tipo di sangue latino va ad affrontare una mentalità sonora tipicamente americana e inevitabilmente la contamina con la sua solarità e la sua passionalità nel portare le melodie. Quella è l’America a cui ci rifacciamo. La Romagna non è così dissimile da questa America. La Romagna infatti è una regione del sud erroneamente ammessa al nord, perché ha tutte le cose che a noi piacciono del sud: la giovialità, l’ospitalità, una certa gioia di vivere, una certa sensualità, vissuta con gioia e non in maniera morbosa. Credo che tutti questi elementi li abbiamo ritrovati come comuni, una sorta di minimo comun denominatore che poi è andato a formare il nostro suono negli anni.

E come lavorate per trovare l’intersezione tra questi mondi?

Non è studiato a tavolino l’incastro. Io credo che quando tu incameri delle cose e cominci ad avere una certa età non devi pensare a “farlo strano”, perché se lo vuoi far strano non esce un abbraccio, ma una giustapposizione che anche dal punto di vista geometrico è una figura diversa. Puoi dire “adesso faccio una strofa tex-mex e un ritornello liscio”, però è un esercizio intellettuale, concettuale. Noi invece aspettiamo che l’abbraccio avvenga dentro di noi e ai nostri ascolti e poi lo distilliamo già così com’è, perché è già accaduto dentro di noi prima di diventare un epifenomeno.

In questo disco avete collaborato con molti artisti, come sempre. Quella che si fa sentire di più, anche perché presta la voce a diversi brani, è Carla Lippis. Dove l’avete scovata? Anche perché ammetto di non averla mai sentita nominare prima…

Neanche noi, nessuno l’aveva mai sentita nominare. Ci siamo incontrati ad Adelaide, in Australia. Noi eravamo in tour là, lei invece è di Adelaide, vive lì. Noi suonavamo un set con Hugo Race, con cui suoniamo abbastanza abitualmente anche se è un anno e mezzo che siamo in stand-by, e lei apriva per noi con il suo gruppo. Facevano delle cose country-rock, un po’ alla Lucinda Williams, e le cantava molto bene; già si era capito che aveva un qualcosa. Noi il giorno dopo facevamo un set come Sacri Cuori e l’abbiamo invitata; è arrivata all’ultimo momento, cosa che poi abbiamo scoperto far parte del suo stile, con una pelliccia sintetica arancione, molto appariscente. Senza prove è salita con noi sul palco per fare Bang Bang nella versione di Nancy Sinatra ed è stato come se sul palco fosse apparsa Dalida o Milva o la Nada a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. È stata una cosa spiazzante, perché eravamo lontani da casa, lei non parlava una parola di italiano, è un’australiana a tutti gli effetti. Poi abbiamo capito tutta la sua storia, lei è figlia di emigrati che avevano portato dei dischi, quindi lei, che è una cantante molto dotata che si esibiva fin da piccola, aveva incorporato nel suo orecchio quei moduli. Lei stessa non si era mai accorta di averli, ma quando abbiamo messo la sua voce nel nostro contesto e abbiamo fatto in modo che quei moduli potessero venir fuori, è stato come mettere un calciatore con i piedi buoni in una squadra che gioca bene. Noi non avevamo mai pensato di poter avere una cantante, però dal giorno dopo è nata una riflessione interna al gruppo e ci siamo detti che per il disco nuovo ci serviva una sfida e che quella sfida poteva essere quella di avere dei pezzi cantati, perché un gruppo che smette di farsi delle sfide è meglio che vada a giocare a calcetto il giovedì con gli amici, è meglio che smette di suonare dal punto di vista della tensione artistica. Noi volevamo rimandare il calcetto ancora per un po’, quindi abbiamo deciso per i pezzi cantati e che la cantante sarebbe stata lei, perché per la storia che stavamo costruendo nei pezzi, che è la storia di un’identità italiana però vista da molta distanza, il suo approccio era perfetto. Sembrava che la storia del disco fosse anche la sua storia, delle radici che tornano fuori quando meno te lo aspetti e a una distanza siderale da casa ti raccontano di chi sei tu.

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Com’è cambiato l’approccio alla scrittura per i brani cantati dunque?

Scrivere una canzone è una sfida importante che un gruppo strumentale a un certo punto si dovrebbe porre sempre, credo. È completamente diverso, c’è da superare il complesso di superiorità di chi pensa che la musica strumentale sia una sorta di tempio inviolabile in cui l’accesso è riservato a degli eletti che han capito cos’è la vera musica. A me quell’approccio non interessa assolutamente. Abbiamo cercato di scrivere una canzone che fosse democratica, con delle finezze ma con un impianto tale che possa essere ascoltata da mia mamma e dalle sue amiche e che possano trarne un giovamento. Quindi non una canzone involuta, ma una canzone con ritornello e strofa, con un’apertura e con un livello di cantabilità che magari poi uno la fischia dal barbiere la mattina. Per me quella è una sfida importante, perché negli anni nella musica italiana abbiamo avuto dei compositori incredibili che si sono misurati con grande dignità con la forma canzone senza snobbarla ma anzi nobilitandola.

Un altro nome che attira e che forse come primo impatto non si assocerebbe al vostro suono è Steve Shelley. Com’è stato invece lavorare con lui?

Steve Shelley è una delle persone più umili che io abbia mai conosciuto. Avevo suonato a un festival bellissimo in Montenegro, SeaRock, in duo con Dan Stuart dei Green On Red; quella stessa sera c’era Howe Gelb, che è un amico, con la sua band in cui suona appunto Steve Shelley. Ci siamo conosciuti lì, è stato gentilissimo, gli avevo riconosciuto una matrice soul che non si intravedeva nei Sonic Youth. Gli parlai del progetto e si prese benissimo. Doveva venire in Italia per registrare un pezzo da inserire in extremis nel disco dei Giant Sand, quindi siamo andati in studio e nello stesso giorno abbiamo registrato Hurtin’ Habit, che appunto è finita nel disco dei Giant Sand, e mezz’ora dopo Serge, che è andata nel disco di Sacri Cuori. La frequentazione che ho avuto con Steve è stata di due giorni in Montenegro e 5/6 giorni in Italia, ma è bastato per capire la sua grandezza, che per un musicista del suo livello sta nel sapere mettersi al servizio degli altri facendo quello che sai fare, non tirando il progetto verso di te ma lavorando per esso. Noi abbiamo lavorato con dei batteristi incredibili nella nostra vita, e il nostro Diego è uno di questi, Jim Keltner, che è Dio, John Convertino e anche se per un solo pezzo Steve Shelley. Ho capito che quando suoni con un grande batterista, lui ha la capacità di far sentire la tua musica al suo posto e non viceversa, è una sottigliezza forse ma una sottigliezza importante.

La collaborazione con i Sonido Gallo Negro invece com’è andata? Loro rappresentano la parte a sud del confine di cui parlavamo prima…

I Sonido Gallo Negro sono i Twin Tones, sono lo stesso gruppo, che si modula o in chiave rock-surf morriconiana o in chiave cumbia psichedelica. Dan Stuart li usa storicamente come Sacri Cuori messicani. A Dan piace la musica americana, che però suoni con un aroma diverso da quello dell’americano che sta facendo il mestiere; con noi in Italia ha trovato un laboratorio aperto con cui ha collaborato e sta collaborando da anni, da quando si è trasferito in Messico ha trovato anche loro e ci ha messo in contatto. A me piacciono moltissimo, soprattutto nell’incarnazione Sonido Gallo Negro, hanno un approccio che ha una minima sezione di overlap col nostro, nel senso che abbiamo un 10% comune. Noi abbiamo delle composizioni più strutturate e arrangiate, con più strumenti e più parti, mentre loro hanno questa cosa della trance psichedelica, però hanno quest’anima latina e melodica che è molto bella. Il loro disco mi è piaciuto molto, credo che dovrebbero avere più successo di quello che hanno, ammesso che la gente ascoltasse quello che vuole e non quello che gli dicono di ascoltare, cosa che adesso sembra andare per la maggiore.

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In generale, cosa vi spinge a collaborare con così tanti artisti diversi?

Siamo sempre stati, dal giorno uno, un collettivo. C’è un nucleo più o meno fisso di base, che poi si apre a un sacco di collaboratori, sia lontani geograficamente che più vicini. Quindi per noi è normale avere un organico così ampliato, è nel nostro DNA. È bello mettersi al servizio della musica degli altri, lo abbiamo fatto spesso, però a volte è bello anche il contrario, vedere gli altri mettersi al servizio della nostra musica.

Il vostro rapporto con il cinema è molto forte, ed è stato anche certificato dalla colonna sonora di Zoran, il mio nipote scemo. Ci sono altri progetti cinematografici in arrivo? E c’è un regista “dei sogni” con cui vorreste lavorare?

Federico Fellini è un regista dei sogni e rimarrà dei sogni, però ci sono due procedimenti registici che io sento molto vicini e di cui abbiamo discusso spesso: il primo il modo in cui Fellini ha trattato la Romagna, deformandola sempre nei prismi del ricordo. Fellini la Romagna poteva girarla in Romagna tutte le volte che ne ha parlato, ad esempio in Amarcord, ma ha sempre preferito ricostruirla a Cinecittà, proprio perché la dimensione del sogno è una dimensione che con la realtà ha alcuni punti di contatto, ma non ha una sovrapponibilità esatta e in quella leggera discrepanza si cela il segreto del sogno. Poi quello che ha fatto Fellini sull’identità dei romagnoli è stato un faro per la nostra musica, al di là delle composizioni di Nino Rota, che sono forse il meglio che l’Italia abbia mai prodotto. L’altro è il procedimento che ha fatto David Lynch sul tema dell’identità, soprattutto in tre film: Strade Perdute, Mulholland Drive e Inland Empire. È il discorso dell’identità, tu che sei te stesso, ma sei anche un’altra persona fuori che sta guardando te stesso che reciti te stesso. Questo in Inland Empire diventa esplicito, ma c’è già in Mulholland Drive con lo sdoppiamento e in Strade Perdute, dove a metà film c’è il protagonista che diventa un’altra persona. Questo è fondamentale nella maniera in cui ci rapportiamo ai folklori, in cui siamo dentro al folklore, ma al tempo stesso ne siamo fuori e guardiamo il nostro rapporto col folklore. Si crea così una tensione tra questi due poli, l’essere dentro e l’essere fuori da una tradizione e la maniera di riproporla. Credo sia questo che rende Sacri Cuori un gruppo in cui la componente contemporanea, che tu la voglia sentire o no, è estremamente più potente di quella tradizionale.

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Progetti futuri?

Ci sono ancora tante cose da fare, sicuramente un paio di dischi decenti ce li abbiamo ancora sotto la cintura, di più non so. Poi quando diventi la parafrasi di te stesso è una tragedia.

Quindi c’è un limite a quello che si può fare artisticamente, a meno che tu non sia Neil Young o Bob Dylan?

A un certo punto dovremo ringraziare il destino di essere stati quasi contemporanei di Neil Young e Bob Dylan. Nella loro musica c’è un livello di intensità che in venti-trent’anni si è poi perduto completamente, sono i figli di un’epoca in cui la rabbia e le utopie erano ancora sintonizzate sulla stessa frequenza. Eravamo a sentire Bob Dylan assieme a Vinicio Capossela e ci ha detto “questa non è la nostra epoca, questa è un’epoca mitica”, nel senso che come per i miti greci stiamo parlando di una cosa che pre-esiste alla nostra nascita e che andrà molto dopo. Noi finché abbiamo qualcosa da dire, lo diciamo. Io credo che dopo vent’anni di musica italiana in cui ci sono stati molti esercizi intellettuali, neanche belli e concentrati sul male di vivere, rimettere un po’ di gioia in circolo è una gran cosa. Cerchiamo di suonare con la gioia di vivere, siamo vivi, siamo sul palco, c’è anche della gente che ci viene a vedere, proviamo a dargli qualcosa che non sia la nostra vanagloria, proviamo a officiare un rito. Quando riesci a essere sacerdote di un rito che è molto più importante di te, riesci a trasmettere alla gente della curiosità, della gioia, della sensualità, della voglia di essere lì nel momento e di viverlo, stai facendo una cosa che è assolutamente sacra, non c’è cosa più sacra di quella.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.