giovedì, Settembre 16, 2021

Sheepwolf: l’identità di Viola

Per il secondo lavoro sulla lunga distanza, Violante Placido in arte Viola, si fa affiancare da una band che mantiene un contatto con il suo percorso artistico e allo stesso tempo traccia nuove strade. Il legame con Pescara continua attraverso la presenza di Andrea Moscianese, già con i Giuliodorme, insieme a Giulio Corda artefice del progetto Guna, autore di musica per il Cinema Italiano tra i più creativi degli ultimi anni, e per Viola chitarra elettrica in sei episodi del nuovo album; e si rafforza con Alessandro Gabini che cura la produzione artistica di Sheepwolf con il moniker di Gaben, lo stesso con cui nel 2010, dopo le esperienze  Giuliodorme e Perizoma, firma “Cane“, il suo bel debutto come solista. Lele Battista, nome di punta Mescal, ex La Sintesi e sopratutto autore di uno degli album più stimolanti del pop Italiano coevo, il circolare e palindromo “Nuove esperienze sul vuoto“, oltre a collaborare alla produzione artistica, cura tutte le tastiere (piano, synth, organo), suona la cetra e alcune percussioni, affidate per tre brani anche a Fabio Rondanini, batterista dei Calibro 35, mentre la batteria su tutto l’album è di Leziero Rescigno (La Crus, Amor Fou).

Viola tesse i fili, scrivendo buona parte delle musiche, curando tutti i testi e costruendo una narrazione dai colori più ricchi rispetto all’intimità acustica di Don’t Be Shy, una forma cangiante che si inoltra, sin dal titolo scelto per la sua nuova raccolta di canzoni, nelle pieghe più ambigue del racconto. I testi onirici di Dreams hanno tutte le asperità dell’incubo, la descrizione di una violenza cruda che potrebbe essere quella del potere ma anche un più complesso stato interiore, sottolineato dalla musica scritta da Gabini, una deriva psichedelica ed elettronica, claustrofobica e allo stesso tempo proiettata verso l’esterno. Da qui in poi, il risveglio, parla la lingua degli affetti spezzati, di una ricerca d’identità che grida forte la necessità di “sentire” a costo di ferirsi (so go away and punch my heart / if that’s the way to set me free  oppure if it breaks my heart i will lean not o be scared of my ghosts), di un altro da se che esce sanguinante dallo specchio, di un mondo instabile e precario la cui rappresentazione viene salvata da una volontà rivoluzionaria,  e infine nella title track, brano più sperimentale di tutto l’album e viaggio visionario tra folk e psichedelia,  del confine tra pecora e lupo, due stati non riconciliati dell’istinto.

Quello che sorprende di Sheepwolf è il modo in cui la tessitura stratificata e allo stesso tempo, universalmente riconoscibile, di un percorso interiore si trasformi in racconto “pop” nell’accezione più diretta e nobile del termine; il nuovo suono di Viola è comunicativo, potente e leggero allo stesso tempo, perchè senza barare fonde nelle intenzioni tematiche della scrittura, una sintesi sonora che non si riferisce ad una stagione precisa della musica anglofona, ma ne prende alcuni elementi e li proietta in una dimensione internazionale. Se il sodalizio Gabini-Battista, si fa sentire alternativamente per alcune scelte che hanno attraversato le loro produzioni più recenti, il risultato definisce l’identità di Viola come un’alchimia che sta tra scrittura e prodotto, concisione e deriva visionaria, sincerità e affabulazione, verità e mitologia personale,  ovvero quello che dovrebbe essere una raccolta di canzoni, buona per tutte le stagioni, e che sfortunatamente, nel panorama italiano coevo trova sempre meno spazio, per una tendenza tutta “nostra” al ripiegamento depressivo e alla salmodia pentecostale.

Fanno eccezione, all’interno di questa identità “Viola” di cui parlavamo, i due brani più “Battistiani” della raccolta, molto vicini all’universo recente dell’autore Milanese, Precipitazioni e Qualcosa dev’essere successo, uniche tracce della raccolta cantate in Italiano, la prima è una splendida composizione circolare, che sa “girare a vuoto”, dove il il connubio è percepibile come una collaborazione al cinquanta per cento, e le liriche di Violante Placido lavorano proprio sull’ambiguità di un’immagine allo specchio, un rovesciamento continuo che non è solo nel significato delle parole, ma nella scansione ritmica e musicale delle stesse, la seconda unisce il lavoro su “frequenze” e difetti percettivi tipici dell’elettronica di Lele Battista, con un’orchestrazione potente, a tratti quasi Morriconiana, dove il racconto vocale di Viola disegna un piccolo Jazzin’ dell’anima, libero dagli standard; l’amore è dove vuoi farlo andare.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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