Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

I Sycamore Age ci portano nel loro mondo, fatto di psichedelia, prog, world music e spiritualità; la foto-intervista realizzata alla Festa della Musica di Chianciano Terme 2014, dove il loro live, che ha incantato davvero tutti quanti, è stato probabilmente il momento migliore della kermesse. 

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Probabilmente il miglior live della Festa della Musica di Chianciano Terme è stato quello dei Sycamore Age. Quaranta minuti intensissimi, capaci di portare il pubblico quasi in stato di trance, verso altri mondi, immaginari ma concreti in forma di onde sonore avvolgenti. Il sestetto aretino è stato in grado di conquistare e coinvolgere praticamente tutti, anche i fan di musiche assai differenti da quelle da loro proposte, un mix di prog, psichedelia, elettronica, world e rock con pochi e al tempo stesso infiniti punti di riferimento. Prima del loro bellissimo concerto abbiamo avuto modo di chiacchierare con loro, e in particolare con Stefano Santoni (S.), Francesco Chimenti (F.) e Giovanni Ferretti (G.), e di addentrarci nel loro mondo musicale, posto all’incrocio tra culture ed ere diverse. Ecco cosa ci hanno detto.

Inizierei parlando del vostro live. Nel tempo la vostra formazione è passata da 3 a ben 7 persone con l’ingresso di ben 4 polistrumentisti. Com’è quindi un vostro concerto, anche in relazione a quanto si sente su disco?
S: è completamente diverso dal disco, sempre. È così anche per una questione di spazi a disposizione: mentre in studio fai volare più la fantasia e la mente, sul palco fai invece volare tutto il corpo.
F: il risultato deve essere differente, perché sono cose che ascolti in due momenti totalmente opposti: il disco a casa, per cui possono esserci momenti più rilassati che possono anche avere una durata considerevole, nel live invece se facessimo la stessa cosa risulteremmo noiosi. Nel live il pubblico ha bisogno di essere coinvolto e quindi di incisività e intensità, che è quello che cerchiamo di dargli.

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In generale, le vostre precedenti esperienze musicali che impatto hanno avuto e hanno ancora su ciò che fate come Sycamore Age?
S: più che quello che abbiamo fatto musicalmente ci portiamo dietro quello che abbiamo fatto nella vita; questo si incontra con altre esperienze di vita e quando funziona, se funziona, si ha un arricchimento reciproco di questi bagagli che si incrociano. In questo caso secondo me si è trattata di una combinazione abbastanza fortunata
G: noi che siamo quelli più giovani della band, parlo di me, Francesco, Nicola e Sam, siamo cresciuti proprio strutturando questo stesso progetto
F: poi veniamo tutti da background completamente differenti, io per esempio ho fatto il conservatorio, come anche Franco, ma c’è anche chi non ha studiato e ha un approccio più da strada.

Ascoltando la vostra musica si ha la sensazione di una grande libertà compositiva; c’è spazio anche per l’improvvisazione in fase di scrittura dei brani o avete un approccio più organico?
S: secondo me la scrittura è pura libertà, anzi assoluta libertà e assoluta improvvisazione, dal momento in cui un’idea emerge, questa è improvvisata e non puoi forzarla. Sembra quasi che non venga da te ma da chissà dove. Capita di stare lì a pensare per un mese e non veder uscire fuori niente, provi in ogni modo a tirar fuori qualcosa e non si concretizza niente, poi il giorno che prendi la chitarra in mano per sbaglio esce quel qualcosa che cercavi, come se non dipendesse da te. È un processo che fluisce nel tempo, come l’improvvisazione.

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Scrivete tutti assieme?
S: dipende, a volte viene fuori qualcosa in sala prove, a volte invece da qualcuno di noi in solitaria.
G: finora la cosa più quotata è stata quella di sviluppare un’idea che viene da uno solo, o da due o tre di noi, per poi rivisitarla con il contributo di tutti fino ad arrivare alla versione finale, che deve essere qualcosa che rappresenti i Sycamore Age.

La vostra musica è abbastanza indefinibile, si presta a più di un’interpretazione. Se voi doveste dare una definizione in breve di ciò che fate, cosa direste?
S: non c’è una definizione, ed è proprio quello il punto. Lo studio vero che ci caratterizza non è il conservatorio, ma cercare di conoscere il più possibile quello che c’è stato, non in forma erudita ma per acquisire gli strumenti e per fare tesoro di una serie di bagagli specifici, evitando al tempo stesso i cliché. Cerchiamo di fare qualcosa di nuovo, per cui, come in tutti gli altri casi in cui si cerca la novità, la definizione non può venire da noi stessi. La parola cubismo o surrealismo sono invenzioni critiche, post-rock per esempio non è una parola che hanno pensato gli Slint. Se davvero siamo riusciti a fare qualcosa di nuovo, spero che prima o poi qualcuno troverà il modo di dargli una definizione.

Il nome Sycamore Age da dove arriva? Ci sono dei riferimenti?
S: ce l’ha suggerito un’amica, perché il sicomoro è la pianta del passaggio, della congiunzione, del passaggio di stato. Gli antichi egizi usavano il suo legno per i sarcofagi, perché quel legno era una sorta di traghetto. Poi per esempio Giuda si è impiccato a un sicomoro e l’albero compare qui e là nella Bibbia.
G: e comunque geograficamente nasce in un’area che cerchiamo di abbracciare dal punto di vista dei suoni
S: esatto, cresce nel sud dell’Europa, nel Nordafrica e in Asia, quindi unisce tre continenti oltre a unire vita e morte. Noi teniamo conto, o almeno ci proviamo, anche del prog italiano degli anni settanta, quello buono, quello pubblicato dalla Cramps ad esempio. Per esempio il Balletto di Bronzo, che probabilmente con un disco riuscirono a diventare la punta di diamante di tutto il movimento, oppure Le Stelle di Mario Schifano, band pseudo-warholiana; noi cerchiamo di risollevare quel polverone e quegli stimoli che c’erano allora.
G: per completare la risposta, la nostra amica ci suggerì di chiamarci solo Sycamore, ma abbiamo pensato che non fosse sufficiente per descrivere ciò che siamo e la nostra musica, con il rischio che suonasse un po’ troppo “metal”, quindi abbiamo deciso di aggiungere anche Age, perché le vicende descritte nel disco accadono durante quell’era.
S: il disco è una sorta di Antologia di Spoon River, ci sono tutti questi personaggi un po’ assurdi. In quel caso erano reali e caricaturati, qui invece ci sono ricorrenze che non esistono, inventate, come “il giorno dello spaventapasseri”: è un mondo parallelo, una sorta di metafisica in cui i personaggi si muovono, in questi luoghi anche mentalmente assurdi. L’unica cosa che ci sembrava sposasse tutto questo discorso è “Sycamore Age”, un’era che può essere nel passato remoto o in un futuro lontano.

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È molto interessante quello che avete detto sul non essere etichettati e sulla psichedelia. La vostra idea di psichedelia sembra quindi legata a quella di un mondo allargato, sincretico, legato quindi anche ad altre culture, come si può vedere anche dagli strumenti che usate. Cosa ne pensate?
S: da una parte ci hanno etichettato come prog, che si riferisce ad una dimensione più colta, dall’altra come psichedelici, che invece si situa dalla parte opposta. Per quanto riguarda la psichedelia, io faccio riferimento al conio di Aldous Huxley, che ha inventato questa parola: in quel senso ci stanno dentro molte cose, quando penso alla psichedelia non penso a quel momento di Syd Barrett o altri più specifici o storicizzati, ma a un “modus pensandi”
G: esatto, non a un modus operandi. Ormai parlando di psichedelia ci si riferisce a un modo che la gente ha inventato per crearla, non all’effetto finale di questo modo. Prima del modo però c’è il concetto, e sicuramente a quello noi siamo legatissimi.

E l’elettronica in questo contesto come la usate?
S: grazie a Franco, che è un grande studioso e conoscitore dell’elettronica, riusciamo sempre a trovare chiavi di utilizzo particolari. La dosiamo molto bene, siamo molto avari di elettronica, però quando la usiamo cerchiamo di farlo al meglio. È una questione legata anche a come nascono le canzoni, chitarra e voce oppure bouzouki e voce, e a come poi ci si lavora sopra, è come avere un personaggio e poi vestirlo, puoi vestirlo da clown o da qualunque altra cosa.
F: bisogna tenere conto della melodia e dell’armonia, che in Italia sono importantissime, fin dai tempi della classica, che alla fine è quasi esclusivamente nata qui. Noi da quel punto di vista ci ispiriamo molto a compositori moderni, come Nino Rota e Ennio Morricone ad esempio.
S: tornando invece al sincretismo, al rapporto con la terra e le religioni, volevo citare una cosa che mi è venuta in mente durante un’intervista, cioè che molti di noi durante i live si tolgono le scarpe e suonano a piedi nudi. Questa non è una cosa che è stata decisa, sembra quasi che il live sia un momento sacrale, che però non tutti vivono allo stesso modo. La spiritualità mi e ci interessa molto, più della religione.

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Pochi mesi fa è uscito un disco di remix e rework dei vostri brani. Come vi è venuta questa idea? E siete soddisfatti del risultato?
G: questo disco è nato da un confronto con i ragazzi della nostra etichetta, Santeria. È nato come una chiacchierata, ma poi alla fine è davvero uscito in formato vinile. Quello a cui tenevamo particolarmente era la scelta degli artisti, cercavamo qualcuno che andasse d’accordo con quello che sono i Sycamore Age. Non abbiamo quindi cercato l’artista che fa dozzine di remix all’anno, sapendo quindi già cosa ti aspetta.
S: l’idea era di prendere gruppi come gli Akron/Family che non fanno musica elettronica o remix. In questo modo pensavamo che potesse scaturire qualcosa di più particolare che non il solito Trentemøller.

A proposito di Akron/Family, come li avete contattati? E hanno detto di sì subito?
S: li conoscevamo, avevamo aperto un loro concerto al Locomotiv di Bologna qualche anno fa e legammo subito nel backstage, soprattutto con Miles Seaton, che tra l’altro è tornato in Italia di recente per il tour del suo disco solista ed è venuto a trovarci restando con noi più di una settimana.

Tra l’altro nella recensione del vostro disco apparsa su indie-eye gli Akron e il suono della Young God sono indicati come possibile similitudine con ciò che fate. Siete d’accordo?
S: sì, assolutamente. All’inizio del progetto eravamo ancora negli anni zero, quindi eravamo un po’ condizionati da quel mood lì. Poi ci abbiamo messo tanta roba dentro, ma qualcosa è rimasto sicuramente.

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Tornando al disco, i brani da remixare come sono stati scelti? Li avete proposti voi o sono stati scelti dagli altri artisti?
F: abbiamo lasciato totale libertà agli artisti.
G: abbiamo anche detto che potevano rifare lo stesso brano già scelto da altri, quindi più liberi di così…
S: sarebbe stato bellissimo fare il confronto, anzi ancora di più se tutti avessero fatto lo stesso brano

Vi siete mai cimentati voi invece con remix di altri artisti, o vi piacerebbe farlo?
S: dovremmo aver già consegnato un remix ai Julie’s Haircut, che però ancora non abbiamo concluso perché non ci riesce (ride)
G: anche noi siamo uno di quei gruppi che non fanno remix e si vede
S: in realtà eravamo partiti bene, avevo pensato “in tre o quattro ore è fatto”, invece sono passati quattro mesi

 

Progetti futuri, oltre al remix per i Julie’s Haircut?
S: stiamo lavorando al disco nuovo, che uscirà a febbraio-marzo.

E cosa dobbiamo aspettarci da questo disco?
S: noi cerchiamo sempre di metterci qualcosa di particolare e di interessante per non annoiare chi ascolta e per non annoiarci.
F: posso dire che abbiamo cercato di inserire quello che abbiamo scoperto tirando su il live, che è nato dopo il primo disco. Quindi un po’ più di groove e anche di free jazz, che nel primo disco c’era solo in My Bifid Sirens.

 

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Sycamore Age
Intervista @ Festa della Musica di Chianciano Terme

Luglio 2014 |

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.