Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Incontro con V.Edo, giovane cantautore all'esordio con i suoi testi molto particolari e personali, immaginifici ma al tempo stesso calati nella realtà di oggi, e con il produttore Pasquale Defina, che ha messo idee ed esperienza al servizio del musicista e delle sue canzoni. La foto-intervista di Pozzi-Pontiggia... 

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Se la memoria non mi inganna il Trentino non è mai stata una terra particolarmente foriera di cantautori, a parte forse Daniele Groff col suo brit-pop in italiano. Edoardo Vergara, in arte V.Edo, sembra avere tutte le carte in regola per cambiare il trend regionale, imponendosi all’attenzione col suo omonimo disco di esordio, uscito un paio di mesi fa e anticipato dal singolo Solo tu, il cui video è stato diffuso in anteprima su Indie-Eye. I suoi testi infatti sono molto particolari e personali, immaginifici ma al tempo stesso calati nella realtà di oggi, figli dei sogni di chi è nato in provincia ma ha una visione a trecentosessanta gradi di ciò che accade là fuori, Anche dal punto di vista sonoro il disco è molto ricco, grazie al lavoro in produzione di Pasquale Defina, che ha messo idee ed esperienza al servizio di Edoardo e della sua musica. Abbiamo avuto l’occasione di incontrare il musicista ed il suo produttore per approfondire la storia di V.Edo, inteso sia come cantautore che come disco. Ecco cosa abbiamo scoperto.

La prima domanda, dato che sei un esordiente, riguarda la tua storia musicale. Come hai iniziato a suonare e come sei arrivato a far uscire questo tuo primo disco?

E: suonavo da tanto, fin da quando ero piccolo, avevo 8 o 9 anni quando ho iniziato. Suonavo la chitarra, poi negli anni del liceo è nata in me anche una passione per la scrittura, mi piaceva scrivere un po’ di tutto, anche racconti. Intorno ai vent’anni, anche grazie alle esperienze di viaggio che stavo facendo, ho iniziato a scrivere canzoni. Da lì ho continuato a scriverne e poi è arrivato questo disco, che è frutto della conoscenza con Pasquale, Roberto Romano e Massimiliano Peri, che mi hanno aiutato a rendere le canzoni più compatte e a pensare all’idea di un album.

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Come sei entrato in contatto con Pasquale e gli altri musicisti che hai citato?

E: per casualità. Cercavo un percussionista e mi hanno dato il numero di Massimiliano. L’ho chiamato alle due di notte, svegliandolo, ma so che per un percussionista è una cosa normale essere svegliato a quell’ora. Poi lui mi ha presentato gli altri.

Dal punto di vista della produzione come ti ha aiutato Pasquale?

E: mi ha aiutato molto, a partire dall’organizzazione e dalla programmazione del lavoro a lungo termine. Mi ha dato una prospettiva di fare una cosa fatta bene, di organizzare il lavoro in registrazione, pre-produzione, dedicare del tempo per arrangiare e per capire il brano e l’umore che gli si doveva dare, capire anche se un brano aveva senso e se quella era la musica adatta a dargli senso.

P: io ho questa linea personale che consiste nel non ascoltare le canzoni di chi mi chiede di lavorare come produttore, perché quello che io posso dare è proprio a livello di suono, preferisco leggere i testi più che sentire un brano con già delle idee musicali. Gli ho detto di mandarmi tre testi, perché volevo partire semplicemente da quelli per capire se c’era la possibilità di fare qualcosa a cui io potessi dare realmente un contributo importante. Un esordiente come lui ha bisogno soprattutto della mia esperienza, più che di qualunque altra cosa. Ho preso un treno per raggiungerlo il giorno dopo aver ricevuto i suoi testi, perché ho visto delle grandi potenzialità nella sua scrittura.

Che testi ti aveva inviato?

P: erano Lucertole e Rosario. Mi hanno colpito immediatamente, ho capito che lui ha la capacità di scrivere quella che è la forma canzone più alta. Scrivere una canzone è difficile, perché devi scrivere un libro in quattro strofe, devi fare una fotografia che racconti qualcosa. Per quanto riguarda il rapporto tra noi, io gli ho subito detto che a me piace lavorare in simbiosi. Quello che io porto e quello che tu hai da dire devono essere come gli ingredienti di una pizza: ben dosati e ben amalgamati a dare una cosa semplice ma buona. Se però sbagli, il risultato diventa immangiabile.

E: fin dall’inizio lui mi ha chiesto totale libertà. La cosa bella è che in questo rapporto di libertà non è mai mancato il rispetto. Abbiamo sempre cercato di curare l’intenzione del brano, per renderla al meglio.

P: non ci siamo mai parlati da autore a produttore, ognuno col suo territorio in cui l’altro non deve entrare. Abbiamo cercato di andare ognuno sui propri binari per portare a casa un risultato che fosse sia bello che buono.

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Lo paragoneresti a qualche autore con cui hai lavorato o che ti piace?

P: a nessuno con cui ho lavorato, a parte forse El Santo, una band con cui ho fatto un bellissimo progetto tre anni fa. Su alcune cose Edoardo e Giorgio Scorza, che è l’autore dei testi de El Santo, sono simili, c’è un filone che li accomuna. Però loro erano più band, e la band è come un polipo, ha tanti tentacoli che vanno in direzioni diverse, mentre Edoardo è Edoardo, è lui e basta. Poi lui è di Rovereto, anzi di Patone, viene dalle Dolomiti e ha la testa dura, di quel duro che mi piace, che sa cosa vuole. Lo sa benissimo, se ne strafotte dell’età e di tutto il resto. Quando ci siamo incontrati/scontrati, è stato comunque un passo per arrivare a qualcosa di giusto. Questa sua caratteristica provinciale, di roccia, mi piace molto. Poi comunque c’è anche il mare nel suo carattere, e queste due caratteristiche lo rendono molto particolare. Detto questo, non lo accomunerei a nessuno in particolare, perché una delle sue peculiarità principali è che è molto originale, lui è lui. Ci vedo tante cose dentro, ma alla fine è lui.

Tu hai qualche punto di riferimento, qualcuno a cui ti ispiri quando scrivi?

E: cerco di avere meno riferimenti possibili e di essere più libero e personale.

In generale, scrivi prima un testo o la canzone nasce già con una melodia e delle idee musicali?

E: ci sono principalmente dei giri di chitarra, che è il mio strumento, che mi colpiscono e su cui inizio a lavorare. Lascio che il suono influenzi il possibile significato della prima frase, del primo frammento di canzone che scrivo.

P: l’ho dovuto fermare a un certo punto, perché ogni giorno mi mandava 4 o 5 idee nuove, gli ho dovuto dire che stava facendo un disco, non un triplo, e che era meglio lavorare su ciò che già c’era.

Abbiamo detto che vieni dal Trentino, ma sei stato in giro per l’Europa…

E: sì, ho viaggiato per sette mesi per tutta Italia, fermandomi a Genova e Perugia e lavorando in delle comunità agricole, oltre a suonare. Poi sono stato anche in Andalusia

Questi viaggi hanno influito sulla tua musica e sul tuo modo di scrivere?

E: una cosa che sento quando viaggio è che cambiando posto cambia anche il mio modo di suonare. Per esempio quando sei in Spagna sembra che sia l’aria afosa che ti spinge a suonare un po’ di flamenco quando esci sul balcone. Poi incontri persone che suonano con cui ti scambi le tecniche chitarristiche: per esempio ho iniziato a usare dei colpi percussivi sulla chitarra dopo aver incontrato un musicista a Firenze che usava molto questa tecnica.

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Parliamo ora del video di Solo tu, che è stato in anteprima su Indie-Eye. Cosa potete raccontarci sulla sua lavorazione?

E: il regista è Francesco Leitner Portolesi ed il video è nato da una sua idea di unire principalmente tre cose: la musica, il Circo Luce, che è un circo di Torino costruito su una bicicletta, e il territorio di Rovereto. È la storia di un amore, che però è manipolato dai fili del burattino fino a quando al momento dell’incontro i burattini sono riposti dal marionettista, rendendo così impossibile proprio questo incontro. È stata una bella idea, anche legata al testo della canzone, in cui questo “solo tu” viene rincorso ma non si sa se alla fine viene trovato.

Perché hai scelto quella canzone per il video e come primo singolo?

E: perché è la canzone più innamorata del disco. Visto che l’amore vince su tutto, era giusto proporre quella canzone per prima. Poi nel disco ci sono altre sfaccettature di quello stesso umore, però era bello dare un’idea solare e spensierata, positiva.

Uno dei brani che mi ha colpito di più è Fragalà: di cosa parla esattamente?

E: alcuni canzoni c’erano già prima, mentre altre si sono inserite durante il lavoro sul disco. Una di queste è Fragalà. Pasquale mi ha mandato un’idea dicendomi: questo è Fragalà, giraci un po’ sopra e dimmi se ti piace. Come riferimento mi ha detto che Fragalà è quel personaggio del paese con i pantaloni di velluto vecchi, che sta lì e guarda tutto il giorno cosa succede, uno spirito libero che si permette di dire qualsiasi cosa gli passi per la testa. Nella canzone vive sotto un ponte di fragole, perché spesso sono quelle situazioni in cui non sai se è veramente felice o se vive solo in un’illusione, c’è questa ambiguità costante.

P: è un nome vero, tra l’altro. Tutto nasce dal fatto che mentre facevo il liceo è arrivato il punk, quindi ho iniziato a vestirmi con i jeans strappati e tutto il resto. Mia madre, che è di origini calabresi, mi rincorreva vedendomi uscire tutto sbrindellato e dicendomi “non andare in giro che mi sembri Fragalà”. Io uscivo comunque così, non considerando i suoi consigli, ma a furia di sentirlo nominare ho cercato di capire chi fosse effettivamente Fragalà. Quindi mia madre mi ha spiegato che Fragalà era questo personaggio del paese, un po’ il matto, ma assolutamente innocuo e quindi accudito da tutti.

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Un altro pezzo molto bello è l’ultimo del disco, cioè Tutto è vero. Qual è la sua storia? E perché l’avete scelto come chiusura?

P: questo era un brano che lui non mi aveva fatto sentire… poi una sera doveva suonare a Rovereto per un concerto di beneficenza e durante il soundcheck è partito con Tutto è vero.

E: tra l’altro l’avevo fatta perché prima gli avevo chiesto se potevo fare i pezzi del disco durante la serata e mi aveva detto che era meglio di no per il momento.

P: io l’ho sentito fare quel pezzo e alla fine gli ho chiesto chi fosse l’autore, perché mi aveva colpito. Poi mi ha detto che era suo e ho deciso subito che l’avremmo inserito in extremis nel disco, lasciandolo quasi esclusivamente chitarra e voce.

Com’è fare musica, tentare di fare il musicista partendo da Patone?

E: penso che sia uguale a farlo partendo da qualsiasi altro posto. Difficile e faticoso, ma bello e interessante, stimolante. Alla fine è più un viaggio interiore.

Stai progettando un tour per l’estate? Con quale formazione girerai?

E: Abbiamo delle date di promozione del disco, principalmente nella zona di Rovereto e Trento. La formazione ideale con cui girare sarebbe il quintetto, come da disco. Poi anche in altre formazioni, più acustiche, più asciutte, la resa è comunque molto interessante.

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.