Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Peppe "drumz" Costa nella sua incarnazione più recente a nome Yosonu suona il proprio corpo e gli oggetti del mondo. Un camion, un secchio, ma anche un termosifone, alcuni vasi di ceramica e pezzi di città. Tutto nasce sul momento, dal corpo percosso alle "cose". Per il suo prossimo concerto al Camelot 3.0 di Prato possiamo davvero aspettarci di tutto. Ecco cosa ci ha raccontato in questa lunga intervista. 

Di

Tirar fuori la musica dalle cose del mondo, strapparla agli oggetti d’uso quotidiano, al corpo e alla qualità della propria voce.

Questo l’universo sonoro di Peppe “drumz” Costa, batterista dall’esperienza ventennale e “one man orchestra” per il progetto che prende il nome di “Yosonu”, dove il musicista calabrese allarga le prospettive della body percussion, dal suono del proprio corpo a quello degli oggetti in cui si imbatte.

Dal primo disco intitolato “GiùBOX“, registrato dentro l’armadio di casa sua, fino al nuovo “Happy Loser” in uscita il prossimo 21 aprile su piattaforma digitale (già in pre-order su iTunes) e il 5 maggio in versione fisica, si aggiunge una dimensione che lo stesso Costa definisce più acida e liquida, grazie alla presenza di due artisti di altissimo livello come Paolo Tofani, chitarrista degli Area e John Egan, flautista degli Ozric Tentacles.

Formatore eccentrico e d’eccezione, l’architetto Costa trasforma i percorsi di apprendimento musicale da lui curati e dedicati ai bambini in azioni performative dove il gioco occupa sempre il centro e la musica sgorga dal rapporto con la propria dimensione fisica, oltre a quella esplorativa del tatto.

Ecco che Yosonu si avvicina in modo rigoroso, puro e allo stesso tempo divertito, all’esperienza dell’infanzia con il mondo. Lo osserva, lo tocca, lo mette in relazione con il proprio corpo ed infine lo suona allargandone le prospettive funzionali, inventandosi una relazione strettissima tra realtà e fantasia.

Proprio come un bambino cerca di prevedere il meno possibile l’ambiente dove si troverà ad interagire, per questo motivo non confeziona loop né limita la propria libertà agganciandola a qualche device elettronico di troppo.

Il 21 aprile 2017 sarà ospite del Camelot 3.0 di Prato, in via Santo Stefano 20/22, un evento da non perdere.

Per capire meglio lo spirito della sua musica, lo abbiamo intervistato:

Yosonu – Slow fool (video ufficiale, tratto da GiùBOX)

Dall’esperienza ventennale con la batteria al corpo come strumento. Ci racconti questo passaggio in termini espressivi e tecnici?

A livello tecnico mi sembrava potesse essere naturale il passaggio. In realtà è solamente un po’ più facile, rispetto a chi non lavora col beat intendo, ma i movimenti, le posizioni ed il tocco sono cosa nuova, anche se si suona la batteria da 20 anni, appunto. Ho notato che cambia il modo di comportarsi rispetto al timing inteso coi tamburi, e di conseguenza la tecnica stessa diviene una cosa da studiare quasi da zero. A livello espressivo credo che il passaggio (la chiamerei migrazione) sia più facile ed immediato, nel senso che secondo me l’espressione di un musicista sta nel modo che questo ha di porsi al servizio dell’idea, utilizzando la tecnica giusto quel tanto che basta a servirla.

Puoi spiegare in linea di massima le tecniche di body percussion?

Mi sa che solo in modo teorico è più difficile che sperimentandola sul corpo (ride).
In maniera molto breve posso dirti che ci sono cellule ritmiche (semplici o anche molto complesse), composte da suoni che provengono da diverse parti del corpo, dal classico clap con le mani ai suoni su cosce, fianchi, petto e piedi, ai quali si somma l’uso della voce ritmica e melodica a volte. L’assegnazione, poi, a più gruppi di parti di body percussion che si incastrino bene tra loro permette di fare l’esperienza della poliritmia in maniera veloce e molto divertente. Quando suono in gruppo rimango più vicino ad esecuzioni relativamente semplici che diventano molto interessanti e ricche proprio per via della presenza di altre persone che eseguono partiture che si incastrano alle altre, mentre in Yosonu faccio un lavoro un po’ meno legato ai codici per poter ricercare in tempo reale il suono filtrandolo coi vari effetti, snaturandolo anche, se mi va.

Dal corpo lo spettro si è allargato all’impiego della voce, in che modo?

In realtà per me è stato il primo strumento, mai abbandonato. Canto dall’età di otto anni, sempre da autodidatta, e sono molto legato ad un certo tipo di rock “urlato”. Nel progetto ho provato ad affiancarlo ai suoni percussivi del corpo levando il valore semantico della voce: produco quindi suoni, “sillabe”, versi. Mi sono avvicinato al canto armonico da un paio d’anni e ne faccio un utilizzo abbastanza massiccio in Yosonu. Anche qui però, preferisco filtrare le voci, distrorcerle, prima di metterle in loop, in modo da avere un sound un po’ più personale e meno legato al vezzo tecnico.

Nella distanza siderale che si è imposta tra fruitore e musica con le nuove piattaforme digitali di condivisione e diffusione, quanto è importante per te la musica come esperienza aptica?

Io sono una specie di artigiano del suono, per la natura di ciò che faccio. Genero dagli oggetti e dal corpo i suoni necessari a comporre ed orchestrare tracce musicali. Il mio modo di fruire la musica è abbastanza in linea con questo: io ho una bella collezione di cd (e da prima anche di musicassette), ma non ho un account spotify ad esempio. Mi mette in una posizione che io stesso non capisco, come leggere i libri sui dispositivi digitali. Ho la necessità di avere un booklet tra le mani quando ascolto un disco nuovo, e se lo ascolto in mp3 puoi star certo che lo compro in copia fisica, se mi piace. Non pratico, in buona sostanza la fruizione streaming o digitale in genere, anche se i miei dischi, ovviamente, si trovano anche sulle diverse piattaforma online. Controverso, molto controverso.

L’oggetto fisico, per esempio il vinile, fa parte di questa riscoperta tattile, come elemento importante dell’ascolto oppure secondo te è puro feticismo?

Mi piacciono molto anche se ne ho pochi, non sono un collezionista. Di suo credo abbia un fascino incredibile, il”quadro” stesso che è la copertina lo rende un oggetto da avere. Oltre all’estetica concreta e forte resta un rapporto più “umano” con il materiale: quando giri un cd e leggi i codici del glassmastering attorno al foro e la luce si riflette sul grigio chiaro non è per niente la stessa cosa.

Riattivare questa dimensione tattile con i bambini che segui per le tue classi di studio ti consente di spiegar loro la vera essenza della musica e del suono? Puoi farci qualche esempio anche in relazione ai percorsi pedagogici che affronti?

Il lavoro che svolgo con loro si occupa del suono, della curiosità attorno ad esso, a come si genera e a cosa lo può generare (e a come usarlo a nostro piacimento). La body percussion è il primo strumento che uso, proprio perchè è la cosa più vicina divertente ed aderente: scoprire di poter suonare solo col corpo è vera e propria magia. Una volta avuta la loro attenzione unisco al percorso di b.p. anche la ricerca – e proposta da parte loro – di suoni proventienti dalle cose che quotidianamente usiamo a casa e della voce in ogni sua forma. I bambini sono molto curiosi ma hanno bisogno di scoprire le cose facendole e non “subendo” la teoria.

Cosa possono insegnare i bambini agli adulti che suonano?

Domandona. A togliere alcuni filtri, ad esempio: quello della tecnica che rimane sterile tecnica, quello dell’ “inibizione” della propria proposta diversa dalle altre, perchè spontanea (non è facile nemmeno per i piccoli, ma ci arrivano prima degli adulti perchè scevri da molte sovrastrutture) e conseguentemente l’omologazione.
Sanno essere spietati e furbi eh, va detto, ma sono sinceri se ti impegni a capirne la lettura uno per uno e non solo in gruppo. A loro va riconosciuto questo prima di tutto, l’essere ognuno un universo a sè. Fatto questo la strada è in discesa e le sorprese non mancano, perchè hanno una fantasia profondissima.

Estratto dello spettacolo dei Patuncha per Calabria Buskers 2016 | Location: Bagnara Calabra.

Il tuo lavoro di architetto si è in qualche modo intrecciato con la prassi compositiva. Hai trovato delle connessioni stimolanti?

Si, molte. Banalmente potrei dirti il lavoro sulle scomposizioni e relazioni ritmiche, ma in fondo c’è un discorso di struttura (che può essere serrata, scandita o apparentemente assente). Anni fa feci in solo un live alla batteria (lo fecero anche altri musicisti in diversi giorni) “leggendo” la corte interna del Museo Nazionale a Reggio Calabria nella quale era stata installata da poco un’opera di Alfredo Pirri. L’architettura è diventata partitura musicale in quel caso. In fondo credo comunque che un certo approccio alla proporzione, a pieni e vuoti, a picchi e quindi a dinamiche arrivi nel sound Yosonu necessariamente anche dall’ambito architettonico. Anche nelle grafiche credo sia fondamentale.

Nel docu-film Reaction City diretto di Fabio Mollo suoni pezzi di città, puoi raccontare questa esperienza?

Tengo a precisare che è stao un lavoro fantastico, frutto delle energie di una squadra perfetta, composta in testa da Consuelo Nava (ideatrice) e da 20 urban makers che hanno realizzato il tutto in maniera davvero notevole. Consuelo mi ha agganciato tramite un caro amico che aveva visto un mio video fatto suonando un termosifone, un embrione di ciò che faccio ora. I ragazzi mi hanno sottoposto l’intervento in un’area di particolare interesse nella città di Reggio Calabria, area che però è tutt’ora inutilizzata. Arrivati sul posto mi sono messo il metronomo in cuffia ed ho iniziato a raccogliere delle partiture ritmiche da oggetti diversi, dalla ruota di un camion, a contenitori, a barre di metallo, chiodi, buste, tubi ecc. Finito di registrare mi sono portato i takes a casa ed ho iniziato ad assemblarli, modellandoli in maniera da poter ottenere un pezzo quadrato, e che per forza di cose avrebbe avuto un sound molto industrial. L’intero docufilm affronta diverse tematiche con un occhio mai banale o retorico, sono molto contento di averne fatto parte.

Con due dita al posto giusto, Giuseppe Costa suona un termosifone

Happy Loser è il tuo nuovo lavoro in uscita. Nel disco la priorità d’ascolto è palindroma, ci spieghi in che senso?

Si, ho provato a immaginare un disco che avesse almeno due chiavi di lettura da me proposte e ragionate compositivamente, quindi non un solo ordine d’ascolto ottimale che sviluppi il concept, bensì due. Il disco ha quindi una lettura alternativa mettendo le tracce in maniera discendente dalla traccia 9 alla 1. Mi piace l’idea di tenere l’ascoltatore sempre attivo e il fatto di sapere che già io stesso abbia immaginato e organizzato le tracce in due letture possibili non può che stimolare e porre in maniera critica e volontaria l’ascoltatore di fronte al lavoro. Mi diverte molto buttarmi in situazioni cervellotiche, con molti vincoli, e riuscire a risolvere i vari problemi che ne derivano.

Come Funziona Happy Loser, teaser

Quali sono le sorprese del disco che puoi raccontarci. Voce, corpo, oggetti convenzionali e non….

Ospiti, due colossi: Paolo Tofani, storico chitarrista degli Area (col quale suono anche in duo nel progetto Battiti Alti) e John Egan, flautista degli psichedelici Ozric Tentacles e Dream Machine. Oltre a questo, suoni industriali ripresi in un oleificio e lasciati col loro riverbero naturale e un brano composto esclusivamente coi suoni della risonanza magnetica. Può bastare?! (ride di gusto)

Il set che porterai al Camelot 3.0 come si svolgerà, puoi anticiparci qualcosa?

Lo farei volentieri, se sapessi cosa farò (ride). Scherzi a parte, io faccio musica spontanea, sul momento nasce e a fine concerto muore: non mi porto loop già pronti da casa o idee “comode”su cui magari improvvisare. Tutto nasce sul momento e si sviluppa liberamente. Rispetto al tour di GiùBOX chiaramente però i suoni sono più vicini al mood del nuovo disco, più acido, fluido, e ritmicamente più complesso.

Quanto sono stati importanti per te John Cage e Laurie Anderson, se ovviamente rientrano nelle tue preferenze. Penso al gioco per il primo e al corpo come strumento per la seconda

Cage di più, a dirla tutta. L’esperienza della body percussion l’ho incontrata seguendo le gesta di Keith Terry, che, seppur molto più legato ad un codice “consolidato” della b.p. mi ha fornito molti elementi per scomposizioni ritmiche applicate al corpo.

Progetti per il futuro?

Suonare ancora, molto. Al momento non è importante il come, ma spero di poter tirare ancora un po’ più la corda rispetto a quanto fatto finora. Con Paolo Tofani faremo un po’ di date e spero che presto si possa fermare su un disco o un Dvd.

Paolo Tofani e Yosonu – Musica spontanea con Trikanta Veena e oggetti d’uso quotidiano

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.