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Gli Zu sono tornati con Jhator, il disco forse più di rottura della loro carriera, nel quale la violenza sonora che li contraddistingueva si stempera in due lunghi brani dalle atmosfere ritualistiche, orientaleggianti e fortemente sperimentali. Abbiamo chiesto a Massimo Pupillo, il loro bassista, di spiegarci questo ennesimo stadio evolutivo della loro attività quasi ventennale 

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Gli Zu hanno attraversato ormai quasi due decenni di musica, portando avanti la loro idea di suono, fuori dagli schemi e sempre poco classificabile. Ogni volta che infatti una loro opera sembrava avvicinarsi ad un porto sicuro o ad una definizione, i musicisti romani riuscivano a svincolarsi e a proporre qualcosa di inaspettato, legato a quanto fatto fino ad allora ma comunque con qualcosa di nuovo. L’ultimo tassello di questa continua evoluzione è Jhator, l’album uscito nelle scorse settimane per House Of Mithology, l’etichetta dei loro amici Ulver, ennesimo cambio di casacca per una band in movimento anche dal punto di vista produttivo, dopo i fasti della Ipecac e molti altri passaggi su etichette di culto. Jhator è forse l’album più di rottura per gli Zu, con il passaggio a territori musicali ritualistici ed atmosferici, dove la violenza degli esordi si è totalmente trasformata in una tensione sobbollente e continua, con uno sguardo alle discipline orientali e uno alla sperimentazione sonora. Abbiamo cercato di capire cosa abbia portato la band a questo nuovo stadio evolutivo ponendo qualche domanda a Massimo Pupillo, il bassista. Ecco cosa abbiamo scoperto.

ZU in rete

Ciao, benvenuti su Indie-Eye. Inizierei l’intervista chiedendovi qualcosa su Jhator”, il vostro nuovo album, che rappresenta un evidente cambio di rotta musicale, seppur in parte annunciato in Cortar Todo, col passaggio da forme sonore molto più aggressive ad altre più atmosferiche e rituali. Ciò che resta è l’incatalogabilità di ciò che fate, sembra che siate sempre in cerca di sintesi musicali che non trovate altrove. È così?

Jung parlava di processo di individuazione. Credo che si possa riassumere, tagliandolo un po’ con l’accetta, nel fatto che più scopri chi sei, e meno somigli a qualcun altro ed anche a chi credevi di essere. E questo vale anche per la musica. Il che può essere una grande e formidabile avventura ma non per questo meno inquietante o pericolosa. Non sto parlando necessariamente di noi ma credo che la musica migliore che ascolti sia quella in cui senti che il musicista stia creando qualcosa che lui stesso vorrebbe ascoltare, tuffandosi nell’ignoto e riportando a galla ciò che trova. Nel fare questo è necessario dimenticarsi del tutto della parola genere musicale, e navigare in mare aperto.

Jhator è il primo disco con Tomas Järmyr alla batteria. La sua presenza ha avuto un ruolo nelle nuove sonorità sviluppate nell’album o questa evoluzione avrebbe avuto comunque luogo?

Credo che Jhator sia il culmine di un lungo processo di scoperta del fenomeno “suono”. Del suono come DNA, come particella elementare, del suo potere e delle sue possibilità, che precede la sua architettura, che in genere e solo a quel punto viene comunemente definita “musica”… Tomas proviene da una bellissima esperienza con il suo duo Yodok. Infatti in Jhator abbiamo coinvolto anche il suo socio Kristoffer Lo alla tuba e flugabone. Yodok è una sorta di duo di drone metal improvvisato, davvero unico e che vi consiglio caldamente di ascoltare. Dato il suo percorso, lui capisce come uno strumento possa essere utilizzato in modi diversi. Ad esempio in Jhator il primo suono che sembra un gong è semplicemente un ride suonato da Tomas in un modo particolare.

Avete dichiarato che l’album è “un’affermazione della vita, della sua bellezza e del suo mistero”, sebbene sia dedicato a un rituale funerario tibetano. Come si conciliano queste due cose, soprattutto per chi viene dalla moderna cultura occidentale?

Si conciliano nella coniunctio oppositore sempre per tornare a Jung. Cioè nel riconoscere dentro di sé che la vita e la morte non sono nemiche ma due facce della stessa identica medaglia, e che si compenetrano, e che solo alla luce l’una dell’altra, possono essere non dico capite, perché non c’è nulla di razionale da capire, ma comprese dentro di sé. In occidente la morte è vista come questa falce che taglia ciò che stava crescendo, nella cultura tibetana la concezione è terribilmente più complessa ed immaginifica, e probabilmente un’intervista musicale non è il luogo adatto per entrare in profondità in un discorso del genere. Il punto fondamentale che è stato scoperto già da filosofi ed epistemologi occidentali è che i fatti non esistono. Perché dentro di noi stiamo sempre narrando. Esiste una narrazione, e il grande sforzo oscuro del potere, e del pensiero unico che tocca tutti a destra e sinistra e centro, è restringere le nostre capacità di immaginare differentemente, di usare la nostra mente in altri modi, di arrivare a concepire un’altra narrazione. Infatti crescendo e venendo per così dire istruiti, perdiamo il senso magico del mondo, e restiamo psichicamente amputati. La musica o l’arte in genere, se vengono da un luogo di sincerità e non di paraculaggine, hanno la possibilità di metterci in contatto con dei luoghi profondi, che a volte sembrano oscuri ma solo perché inesplorati. Jhator voleva essere un viaggio attraverso questi luoghi, in cerca di una porta verso qualcos’altro. Questo è anche il motivo del titolo del lato B, The Dawning Moon Of The Mind.

Come avete lavorato al disco e come avete pensato di legare i suoni e i brani al concept di fondo? Era nelle vostre intenzioni fin dall’inizio fare due suite di oltre venti minuti o è una soluzione che si è sviluppata lavorando?

Fin dall’inizio era chiaro che sarebbero stati solo due lunghi brani, ed era chiaro il tema narrante di ognuno dei due. Era come avere in testa una storia, con tutte le sue immagini. Abbiamo lavorato molto lentamente, scrivendo pochi minuti alla volta e facendo riposare le orecchie fino a dimenticarci di tutto, per poi riaprire le session a mente fresca, ed ascoltarle quasi come se non fossero le nostre. Questo processo ha aperto molto l’immaginazione.

Ho letto che avete lavorato all’album nel corso di sei mesi in almeno cinque studi diversi in giro per il mondo: che influsso ha avuto questa frammentarietà sul vostro lavoro?

La nostra vita è nomade da tanti anni quindi a noi non sembra più frammentaria, anche se agli occhi di molti probabilmente potrebbe. Credo che al contrario abbiamo avuto la possibilità di sviluppare diverse prospettive e guardare a quello che stavamo facendo sotto diverse luci. Non ci eravamo dati nessuna scadenza, per cui abbiamo avuto tutto il tempo di osservare l’album che si stava formando.

Come quasi sempre nella vostra storia, ci sono state varie collaborazioni anche in questo album. La più particolare credo sia quella con Michiyo Yagi, suonatrice di koto già al lavoro con diversi artisti di varia provenienza. Potete raccontarci qualcosa su questa esperienza di scambio musicale?

Ho conosciuto Michiyo a Berlino, dopo aver suonato con Peter Brötzmann nello stesso festival. Fu lei a venirmi incontro chiedendomi se un giorno avremmo potuto collaborare, e da allora cercavo l’occasione giusta per farlo. Il lato B dell’album doveva avere una prospettiva femminile, ed una bellezza classica ma anche leggermente straniante ed aliena, quindi il koto era lo strumento perfetto.

A proposito di collaborazioni, oltre a tutti quelli con cui siete riusciti a suonare (da Mike Patton a Eugene Chadbourne), qual è il musicista della vostra collaborazione dei sogni?

Sinceramente non c’è. Credo che siamo molto felici di poter condividere il nostro suono ed il nostro percorso con i musicisti ed artisti ed amici con cui lo condividiamo. Essendo spesso prima di tutto amicizie, come queste le collaborazioni accadono, non sono cose che vai a cercare volontariamente.

Jhator è anche il vostro primo disco per una nuova etichetta, la House of Mythology, legata agli Ulver. Come siete arrivati a far uscire l’album per loro?

Con gli Ulver ci conosciamo da qualche anno. Di recente ho pubblicato con HoM un album con un duo chiamato Laniakea, con Daniel O’Sullivan, che è membro di Ulver e molto altro, grandissimo amico e musicista incredibile. Questa è stata la mia introduzione all’etichetta, e mi ha subito colpito la cura, l’amore e l’attenzione che ci mettono dentro. Ci è sembrata la casa perfetta per Jhator.

Zu – “Jhator” Promo – Visuals di Giacomo Cesari

Credo che il vostro pubblico sia in media molto aperto alle novità, ma ve lo chiedo comunque: avete tenuto in conto possibili reazioni negative al cambiamento sonoro di Jhator?

Non mentre lo registravamo per fortuna. Ma a disco consegnato mi sono chiesto tante volte come sarebbe stato recepito. È un salto quantico in un certo senso, ma chi ascolta gli Zu è molto aperto e ricettivo, quindi spero che salterà con noi. Per ora le reazioni sono quasi unanimemente positive. Non credo che il pubblico degli Zu sia strettamente legato ad UN genere, quando mi ritrovo a parlare dopo i concerti in genere resto sempre molto colpito dall’apertura di chi ci viene ad ascoltare.

In questo periodo siete in tour: come stanno andando i concerti? Bilanciate in qualche modo la scaletta tra la vostra nuova anima e quanto facevate in precedenza?

Sinceramente non la definirei la nostra nuova anima. Se ci hai visti dal vivo abbiamo spesso avuto dei momenti di puro suono o di drone o ambientali, o anche prettamente rumoristici ma comunque basati sul puro potere del SUONO. Se ascolti un album come quello che registrammo con Nobukazu Takemura quasi dieci anni fa ci sono in embrione tante delle vie che poi abbiamo esplorato in Jhator. Magari meno a fuoco e con meno capacità di sintesi, ma ci sono molti rimandi ideali secondo me. Il live cambia continuamente ed è sempre imprevedibile. A volte A Sky Burial esce fuori quasi di propria volontà a fine concerto, e a volte no. Sinceramente credo che nell’ultimo tour, almeno nella prima parte appena conclusa, abbiamo suonato alcuni dei più bei concerti della nostra storia.

State già lavorando a nuovo materiale? Avete altri progetti già in mente?

Sì, abbiamo anche del materiale già pronto per essere pubblicato e stiamo capendo come e quando. E inizieremo a lavorare a qualcosa di completamente nuovo, più o meno dall’inizio dell’estate.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.