Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Abbiamo incontrato Baby Dee nella lounge di un elegante hotel non troppo lontano da Camden Town 

Marzo 18th, 2011
Baby Dee – la fotointervista in esclusiva; Londra, 13 Marzo 2011

Di

… e i gatti che giravano per casa, immagino.

No! Ho dovuto segregarli perché Andrew e Mark Messing, che ha suonato la tuba, sono allergici. Anche io sono stata allergica ai gatti tempo fa, poi stranamente mi è passata. Un mistero.

C’è una canzone nell’album che ha un titolo rivelatore, Coughing Up Cat Hair… ti succede davvero coi gatti?

[Ride] Sì, sono molto empatica coi gatti.

Quanti ne hai adesso?

Adesso ne ho solo due. Ma c’è stato un periodo, terribile direi, in cui ne avevamo in casa ventotto. Erano quasi tutti selvaggi. Io ne avevo sette, ma una mia cara amica che mi aiutava a prendermi cura di mia madre, ha avuto dei problemi con la sua casa e io mi sono offerta per ospitare i suoi gatti. Si è presentata con quattordici gatti e un cugino.. che era uno spacciatore di droga [Ride]. Una delle sue gatte è rimasta incinta e se ne sono aggiunti altri sette, così siamo arrivati a ventotto. A parte i miei gli altri erano tutti gatti di strada, ben poco affabili. Per sette mesi hanno reso la mia vita una sofferenza. Sembrava di stare in una commedia. All’inizio ero tutta carina e offrivo la mia ospitalità, poi dopo sei mesi mi son ritrovata a dire “Fuori dalla mia cazzo di casa!”.

Tornando a parlare del nuovo disco. I pezzi strumentali prevalgono in questo album. La tua voce compare dopo dieci minuti dall’inizio. Ho avuto quasi l’impressione che tu sia quasi avvolta dagli strumenti, come se ti proteggessero in qualche modo.

Sì, forse è proprio così. Non so come mai, ma credo di non scrivere canzoni come chiunque altro. Non riesco davvero a scrivere un pezzo se non ho qualcosa da dire. Per me scrivere una canzone coincide con il dire qualcosa. Qualcosa di importante. Io non ho davvero problemi a chiacchierare e parlare a dismisura, ma quando si tratta delle canzoni è diverso. Non è che sia scrupolosa o altro, è solo che non riesco ad abbondare se non ho qualcosa di importante da dire.

Stavo per chiederti del tuo rapporto con la scrittura. Ci sono parecchi riferimenti al momento della scrittura nel tuo album precedente [A Book of Songs for Anne Marie]. Forse mi sbaglio, ma Endless Night parla dello scrivere una canzone d’amore?

Non propriamente. Diciamo che tutte le canzoni da quel disco sono canzoni sull’amore, senza eccezione.

E Anne Marie è un personaggio che incorpora l’amore in tutte le sue forme, giusto?

Non voglio dare troppi dettagli a riguardo. Lasciamo che rimanga qualcosa di misterioso. Ti ripeto, non ho davvero problemi a chiacchierare a oltranza, ma se esprimo qualcosa in una canzone, per me è importante che rimanga dentro quella canzone. Ogni volta che spiego una canzone a qualcuno poi me ne pento. Credo sia una cattiva idea.

Rovina il piacere dell’interpretazione…

Esatto. Se scrivi un pezzo è perché vuoi dire qualcosa e quello rimane l’unico motivo per cui l’hai realizzata fin da principio. Se puoi dire qualcosa in un altro contesto allora non c’è ragione al mondo per cui tu debba dirlo anche in una canzone. Per altro cercare di spiegare gli stessi concetti li porta ad un livello più basso, li rovina in qualche modo.

Parlando in termini più generali abbiamo detto che Anne Marie è un disco sull’amore. Nonostante ci siano nella tua musica dei momenti tetri e molto drammatici, possiamo dire che ci sia sempre una forte speranza nelle parole, una grande fiducia nell’amore come riparatore di ogni sofferenza?

Approvo. Credo nell’amore e credo anche che sia molto facile crederci. Esorto sempre tutti ad amare in tutte le forme e ad innamorarsi.

Una domanda specifica su una canzone te la faccio comunque, perché è davvero troppo curiosa. Prometto che sarà l’unica. Di chi parla The Pie Song, in cui reclami all’infinito un pezzo di torta?

The Pie Song è dedicata ad un amico, che è un grande amatore delle torte oltre ad essere il mio manager, Richard Guy. Mi piace un sacco dare soprannomi alla gente, spesso anche non molto lusinghieri, diciamo così. A volte non riesco proprio a esimermi dal farlo. Ebbene Richard, che aveva un café a Coventry, vendeva delle torte di cui andavo matta. Così iniziammo a chiamarlo Little Ricky, come nello show di Lucille Ball e Desi Arnaz [una commedia della CBS degli anni Sessanta intitolata “i love lucy”]: loro avevano un bambino che nella fiction si chiamava Little Ricky, da lì viene il soprannome. Essendo Richard bravo a fare le torte abbiamo preso a chiamarlo “Little Ricky el hombre del pie”. Ho scritto la canzone proprio per lui. Originariamente aveva un bridge un po’ folle in cui cantavo “Liiittle Riiicky hombre del piiie”. [Ride a crepapelle]. Davvero stupida. Di fatto la canzone era in origine molto più stupida di quanto già non sia sul disco. Diciamo che l’abbiamo resa più degna in vista dell’album.

 

Pagine: 1 2 3 4
Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.