sabato, Settembre 26, 2020

David Guetta – Nothing But The Beat, Deluxe Edition (Virgin, 2011)

Fino a poco tempo fa nessuno nutriva dubbi su chi fosse l’unico legittimo Re del Pop. Ora il trono si trova vuoto ed è lecito aspettarsi un sanguinario conflitto per la successione. Nonostante il clima teso, tuttavia, possiamo star certi di una cosa: David Guetta è il reggente ad interim cui spettano l’onere e l’onore di amministrare l’impero, almeno fino a quando un artista di caratura superiore non arriverà a reclamare per sé corona e scettro. Eccolo dunque che torna il bel gagà dell’eurobeat, carico come non mai grazie all’incredibile successo riscosso da One Love nel 2009 e pronto a dare nuovamente battaglia. Il biondino sale sul ring per difendere il titolo, e lo fa proponendo alla casa discografica un progetto a dir poco ambizioso. Nothing But The Beat – nella sua versione deluxe – è nientemeno che un album doppio: operazione quanto mai azzardata in ambito mainstream, tentata con successo solo da Justin Timberlake all’epoca del capolavoro FutureSex/LoveSound. Ma non è tutto, perché il secondo cd ha l’ardire di presentare esclusivamente composizioni strumentali. Un ritorno alle origini dunque, un amo teso verso quella club culture che ha fornito al DJ francese la piattaforma di lancio. La mossa, d’altra parte, potrebbe alienare diversi fan dell’ultima ora. Per ovviare a tale inconveniente Guetta decide di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, contrapponendo alle divagazioni della seconda facciata un primo lato tutto volto alla ricerca della hit definitiva. Ogni brano vede alla voce qualche personalità illustre della scena Hip Hop/R’n’B, ha le carte in regola per diventare un potenziale singolo e possiede buone probabilità di scalare i piani alti delle classifiche internazionali. Vero è che il nostro sembra ripetersi, riciclando a più riprese le idee vincenti che in passato ne hanno decretato il successo. Si potrebbe anche obbiettare che, alla lunga, l’utilizzo selvaggio dell’autotuning sia un trucco in grado di saturare anche i padiglioni auricolari più accondiscendenti. Tuttavia il risultato finale è decisamente godibile, e dunque perché lamentarsi? Guetta, del resto, non è noto per le sue velleità sperimentali, quanto piuttosto per la capacità di creare manufatti pop perfettamente funzionali ad una dimensione ludica. Lasciandosi trasportare dalla cassa in quattro e abbandonandosi all’estasi liberatoria evocata dalle note dell’album si possono raggiungere vette di euforia totale. Where Them Girls At (in heavy rotation già da Maggio) sfoggia maestosi staccato di tastiera che sono puro Guetta all’ennesima potenza. Le voci di Flo Rida e Nicki Minaj si incrociano in traiettorie convergenti, intonando un’ode all’accoppiamento (tema portante dell’intero album) che fa drizzare i peli sul dorso del collo. Minaj sugli scudi, vomita un rap furioso degno della migliore Missy Elliot. L’indiscusso capolavoro del disco, tuttavia, non è l’unico a riservare piacevoli sorprese. Without You presenta una buona performance vocale di Usher e si propone come credibile alternativa alle dinamiche da dancefloor: la melodia di synth parte citando I Gotta Feeling dei Black Eyed Peas (successo firmato dallo stesso Dj), per poi evolversi in epifanie strumentali Soul/House degne di Discovery. Sicuro riempipista è invece la gioiosa Nothing Really Matters, con Will.i.am che pronuncia le parole chiave del disco (“In the club nothing really matters, but the beat”), invitando l’ascoltatore a perdersi in una catarsi ritmica. Un po’ sottotono I Just Wanna F, in cui Timbaland e Dev ripetono il copione di Promiscuous, mentre il remix di Snoop Dog Sweat raggiunge nella mani di Guetta livelli di tamarraggine quasi imbarazzanti. Akon tenta di bissare il successo di Sexy Chick con Cranck it Up: il brano vive delle stesse pulsazioni house virate melodiche ma il risultato, pur buono nel complesso, non regge il confronto con l’originale. Il punteggio migliore, in questa sede, lo portano a casa le signore: se la Minaj si reinventa soul singer nella maestosa Turn Me On, è soprattutto la tripletta finale a far impennare le quotazioni. Jennifer Hudson offre su Night of Your Life una performance ad alto contenuto erotico, che non ha nulla da invidiare alla migliore Rihanna. La gemma pop Repeat fa il paio con la già citata Without You: Jessie J intona un tripudio melodico su pad celestiali e atmosferici campionamenti di chitarra. Titanium parte con un riff alla Andy Summers ma diventa celebrazione pura grazie al grintoso cantato dell’australiana Sia. Se siete giunti fino a qui tanto vale attraversare il confine e farsi un giretto dalle parti di Guettaland. Libero dalle costrizioni della forma canzone, il nostro da sfogo alle sue capacità strumentali senza freni inibitori. Si avverte pesantemente l’influenza dei Daft Punk più classici, da cui Guetta mutua un approccio al crocevia tra sfrontatezza rock, basi house e suoni di synth grasso e ronzante. The Alphabet parte sommessa con frasi di piano e crepitii vinilici ma poi esplode in un riff-o-rama masturbatorio da chitarrista space rock. Si prosegue stando al passo: dagli avvitamenti parabolici di Lunar fino ai riff smargiassi di Metro Music e all’abuso vocoder di Toy Story, ci troviamo di fronte al decisivo trionfo del Robot Rock. Con i maestosi crescendo di Sunshine, gli staccato di Little Bad Girl (instrumental), gli affondi trance di The Future e le derive techno della finale Glasgow si ritorna a pattern più tipicamente Guettiani. In esclusiva per i-tunes la bonus track I’m A Machine, che vede Cri$tyle alla voce e sembra coniugare felicemente le due anime dell’album, correggendo il tutto con un pizzico di electroclash. A sorpresa, uno dei migliori brani del lotto.

David Guetta sul web

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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