Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Enrico Boccioletti, in arte DEATH IN PLAINs, ci racconta la sua esperienza solista tra elettronica, techno e new wave 

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Al circolo Ponterotto di Montelupo sabato 23 Ottobre la performance live di DEATH IN PLAINs, il progetto solista di Enrico Boccioletti, chitarrista dei Damien*. In questa intervista curata da Elia Billero si è parlato della sua storia, dei progetti futuri e della passione per video e fotografia che ha caratterizzato il suo ipnotico live. Foto di Elena Venturi.

Parlaci del nome di questo progetto, ho notato che prima era Death in Donut Plain, poi è cambiato nel nome attuale, qual’è il suo significato e perchè hai scelto il nome attuale?

Donut Plains è uno dei primi livelli di Super Mario, mi piaceva questa idea, di morire ai primi livelli del videogioco; poi a un certo punto ho tolto Donut, per evitare un nome così lungo, e perchè lo sentivo anche più mio.

Tu vieni da un gruppo come i Damien*, già avviati e con varie uscite sulle spalle. Cosa ti ha spinto, ormai quasi tre anni fa, a portare avanti questo progetto solista, mi spiego: avevi canzoni tue già pronte oppure ti sei messo a “giocare” con la strumentazione elettronica?

Diciamo che un certo tipo di elettronica, tipo quella della Warp, mi è sempre piaciuta parecchio. Due estati fa ho cominciato a registrare in camera mia queste canzoni, come un passatempo, non c’era un progetto ben preciso, potevano benissimo diventare idee per i Damien*; piano piano ho deciso di trovare un nome, ho messo dei pezzi di Myspace finchè ai tempi della registrazione del secondo disco dei Damien* è arrivata la mail di questa etichetta inglese, la Disc Error, che hanno apprezzato questi pezzi perchè suonavano diversi rispetto alla scena di Londra. Nasce l’idea di un 7” e in seguito mi chiedono di suonare all’Offset Festival; io non avevo la prospettiva di portare questo progetto live e questa proposta mi ha dato da pensare a come riarrangiare i pezzi live. Inizialmente ero con Damiano dei Damien* al basso, e l’impostazione live era molto diversa, con una backing track, e poi basso, chitarra e voce, più simile proprio ai Damien*. Quando ho cominciato a scrivere pezzi nuovi ho riconvertito tutto verso una dimensione solista, perchè cominciava ad essere difficile provare in due.

Con i Damien* c’è qualche idea per un ritorno sulle scene? Gli altri del gruppo cosa ne pensano?

Con loro è molto che non suoniamo insieme, ma rimane comunque un’amicizia più che decennale. Vuoi che all’inizio era una cosa molto meno impegnativa, vuoi che anche Damiano ha un altro progetto, gli Overside, e fanno garage rock in due, non è mai stato un problema. Le occasioni per vedersi, ora che studio anche fuori Pesaro, sono diventate nulle e per un po’ sarà così. Faremo magari forse uscire delle cose pronte con i Damien* ma non ci sono live all’orizzonte

La tua discografia è molto estesa, con un solo ep e vari 7” dalla natura variegata. Puoi spiegarci il perchè di questa formula, se ti trovi a più tuo agio così o se preferisci uscite più consistenti con periodi di riposo più lunghi?

Per me è più funzionale così, non mi sono mai messo a scrivere con l’idea di un disco intero. In primavera c’è l’idea di fare un lp e sto preparando i pezzi adesso, proprio per non fare una raccolta dei pezzi già usciti e comporre qualcosa di più unitario.

“Death in Plains è italiano. No, perchè ad ascoltarlo non si direbbe”. Così vieni introdotto in un comunicato per un tuo concerto. Intendi precisare fin da subito le tue origini italiane, e quando ti definiscono “british” per il sound come la prendi?

Sicuramente quando vado a suonare all’estero o durante la promozione non c’è la volontà esplicita di precisare che sono italiano, può uscire fuori attraverso un post sul blog o attraverso altre vie. Paradossalmente, il fatto di essere italiano può avermi aiutato, i ragazzi dell’etichetta possono avere visto un qualcosa di esotico a causa delle mie origini.

Quanto debito pensi di avere verso i cugini di Oltremanica? Quanto invece pensi di aver messo di tuo, della tua esperienza personale?

Ovviamente pago pegno verso certe sonorità, non si può negare. Ho sempre ascoltato fin da ragazzino gruppi che provenivano da quelle zone o comunque dalla Germania o dalla Scandinavia, ascolto ad esempio i Notwist, i Washed Out, i Four Tet, cose così; di musica italiana mi piace Battiato oppure Patty Pravo, ma non mi sono mai ritrovato nelle cose di adesso..

Ascoltando parte dei tuoi Ep, ho notato un’evoluzione nemmeno troppo leggera. Se la definizione techno pop poteva andare bene per l’Ep Fast Words/Slow Words, Over and Above/Clippings elimina il suffisso techno per andare verso il pop britannico 80s, quasi mainstream (la parola non è usata a caso, dopo torniamo sull’argomento), ma l’atmosfera rimane comunque malinconica. Mustard Polo, di quest anno, è decisamente più solare, odora di OMD, New Order senza però il fumo di Londra, caratteristico ma anche appiccicoso. Concordi con questa visione? Cosa pensi sia cambiato in te per aver contribuito a questo percorso variegato?

Concordo parecchio, in questa evoluzione ha contribuito il mio percorso personale, il mio umore, le mie esperienze di vita. Le canzoni nascono e non vengono pensate in maniera programmatica, è tutto un flusso, e secondo me questo è il fattore principale dell’atmosfera

Ritorno su quel mainstream su cui ho focalizzato l’attenzione nella domanda precedente. Ho ascoltato la tua cover di Brown Eyes di Lady Gaga; allora il mainstream non fa così schifo?

Alcune cose mi piacciono molto, ad esempio Kanye West, che si può considerare mainstream per il successo che ha avuto, a me fa impazzire. Cerco di mischiare un po’ le carte se possibile, come nella cover. Certo, da giovane schifavo molto questo tipo di musica poi con l’età, acquisendo “una coscienza critica”, impari a non ragionare a compartimenti stagni.

Ho notato anche che l’intero Mustard Polo è stato remixato, con risultati eccellenti. Vuoi parlarcene? La cosa che più mi ha colpito è che le tue canzoni si sono prestate ottimamente a essere stravolte, prendo Colourful ad esempio, a mio parere la migliore, che è diventata una perfetta base hip hop.

Intanto ti ringrazio per il complimento. Per quanto riguarda questo disco, i remix nascono non da miei contatti personali, ma dall’interesse dell’etichetta di mandare le canzoni di Mustard Polo per sentire per ipotetiche b-side. E’ successo che ne abbiamo avute cinque che ci piacevano in particolare e abbiamo deciso di far uscire Mustard Polo Remixes.

Ultima domanda: da tempo ti dedichi anche alla parte visuale del progetto Death in Plains, creando i video e le copertine dei dischi. E’ stato così anche per i Damien*? Per l’aspetto live di stasera hai qualcosa in serbo? “Suonerai” anche le parti video trasmesse dietro di te?

No, non comando direttamente io le immagini, ma mi sono preparato dei video a tema per ogni canzone, un po’ come per i videoclip. Negli ultimi tre, quattro anni mi sono interessato ai video, venendo comunque dall’ambito della fotografia e le cose alla fine si sono intrecciate, musica, video e foto. Per i Damien* ho fatto un solo video, per la canzone Nowhere Nowhere, mentre Alberto Baldolini, un nostro amico dei General Decay, ha diretto gli altri.

DEATH IN PLAINs il foto-set completo realizzato da Elena Venturi

DEATH IN PLAINs su myspace

 

Elia Billero

Elia Billero

Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.