martedì, Settembre 29, 2020

Massive Attack – Heligoland: recensione

Heligoland si trova nella terra di mezzo riservata ai classici. 

Non è un pregio, tantomeno un difetto; é una scelta che punta alla ricerca di un suono di sintesi mettendo insieme elementi che hanno costruito la storia del collettivo di Bristol all’interno di una forma riconoscibile, ma che pompa ancora molto sangue.

La claustrofobia dei Massive Attack non è quella dei Portishead, ha caratteristiche maggiormente esogene, punta ad un risultato ambientale avvolgente e non mette in pericolo gli effetti più spettacolari della scrittura come succede in quasi tutte le tracce di Third, oggetto oscuro che con un giochino approssimativo potremmo definire come l’omicidio di John Barry e l’elevazione di John Carpenter compositore a modello.

L’involucro esterno Massive Attack è intatto, costruito e cesellato con lo stesso procedimento di interpretazione collettiva che si sviluppa contaminando passato e presente. La coesione stimolante e soulful di Splitting the Atom l’ep che precedeva di qualche mese la release del nuovo full lenght è un nucleo indicativo, Heligoland regge con la stessa forza fino in fondo e apre un ambiente ricco di stimoli con la voce di Tunde Adebimpe in uno dei brani più caldi e minacciosi dell’intera raccolta; Pray For Rain è soul quanto il Gabriel di Here comes the flood, un’indicazione gelida in fondo, la stessa che in Babel prende la voce “storica” di Martina Topley Bird e la immerge in un relitto di drum and bass, una cura radicale del suono, echi carpenteriani o dubstep se vi piace di più.

Un passaggio rituale che è il soffio di tutti i lavori dei Massive Attack ma che qui ci sembra maggiormente spostato verso un innesto doloroso ed emozionale tra acustico ed elettronico; lo squarcio orchestrale di Girl I Love you, con un Horace Andy incredibile, la leggerezza epica di Paradise Circus, e ancora Saturday Come Slow, ologramma di una ballad sporcata da suoni Gamelan,  la carpenteriana Atlas Air, con un mood che sembra provenire dalle architetture sonore di Alan Howarth scaldate dai raggi di un sole malato, il piano rovesciato e trattato di Rush Minute; potremmo continuare, è sufficiente fermarsi al miglior postmoderno possibile, quello che non vuole ricordarsi di esserlo.

So i painted you some sunsets on my wall
you shuld really come see them
they’re just for you kid
yeah i painted you sunsets
on a white wall canvas
yeah, they’re just for you kid
this on’es for you

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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