sabato, Ottobre 1, 2022

Battles – Gloss Drop: la recensione

L’attesa di quattro anni per il seguito di un debutto come Mirrored sembrava già di per sé insopportabile; figurarsi la reazione dei fan di quel magnifico album allorché iniziavano a leggere variegati post sull’abbandono della band da parte dell’autentico genio (a loro dire) del progetto, Tyondai Braxton. Posto che chi scrive non fatica a considerarsi parte dei fan de quibus, un primo e superficiale ascolto di Gloss Drop non poteva non generare una decisa sorpresa, lasciando a ben più numerosi – si immagina – catastrofisti il privilegio dello sconcerto. Due premesse appaiono indifettibili: chi si aspettava un lavoro sull’onda del precedente e chi credeva che l’assenza di Braxton non avesse lasciato un segno resterà deluso, perché il nuovo disco dei tre reduci vira in tutt’altra direzione, senza, però, che ciò di per sé costituisca un male.

Se in precedenza gli incisi melodici anarcoidi e imbizzarriti di Braxton la facevano da padrone, ora i Battles sono un gruppo squadrato e marziale, che fa della compattezza la propria punta di diamante, mostrata con fierezza nelle devastanti esibizioni dal vivo, di sbalorditiva possanza muscolare (e figuratevi alle 4.30 del mattino che effetto possono fare, Erik Satie è assai consigliato come antidoto). Funzionale è in tal senso la scelta stilistica del batterista John Stainer: virtuosismi ridotti all’osso, gran lavoro di sottrazione e decostruzione senza lesinare in tiro. Per il resto, la band lavora più che altro su piccoli incisi iterativi, trovati, sembrerebbe, quasi a caso, sui quali ciascuno dei membri aggiunge via via del suo, quasi a voler allontanare l’idea che il pezzo sia interamente composto e concepito in precedenza; forse anche per conferire a ciascuno dei tre il giusto spazio, come se in precedenza avessero in qualche modo sofferto un’eccessiva leadership? Probabilmente anche no, vorrebbe dire fare un torto alla notevole caratura dei tre musicisti e perché, al di là di tutto, il livello tecnico del disco resta molto alto.

Se però, per un verso, fantasia ed eclettismo sembrano sacrificati, a beneficiarne è invece il divertimento infantile, epidermico, quasi iconoclasta: e anche qui basti vedere Ian Williams che, dal vivo, suona due synth contemporaneamente per rendersene conto. Uno spasso assoluto. Nella maggior parte strumentali, i brani del disco contano poi numerosi ospiti chiamati alle parti vocali. Scelte di nomi, queste, sicuramente affascinanti, dal cantante sperimentale Matias Aguayo (che interpreta il singolo Ice Cream) al redivivo Gary Numan (gran performance la sua in My Machines, l’episodio più oscuro e violento dell’album), da una ben mascherata Kazu Makino all’istrionico Yamataka Eye (voce dei Boredoms). Consapevoli che questa è tutt’altro che una soluzione di comodo, i Battles restituiscono alla voce, coerentemente con la cifra stilistica del resto del disco, la natura di strumento puro e di valore aggiunto. E gli incastri vocali dei quattro cantanti nei contrappunti di tastiere e sequencers, di peso molto più rilevante rispetto alle parti chitarristiche, sono, invero, assai azzeccati. Il peso che forse il disco soffre maggiormente è che i brani si somigliano un po’ tutti, diretta conseguenza del venir meno dell’eclettismo zappiano di Braxton, ma è pur vero che un gruppo che riesce a rendere interessante anche un pezzo volutamente stupido come Inchworm non è etichettabile come truffaldino: casomai, a voler dirla tutta, sembra, mutatis mutandis, di vedere il Barcellona in allenamento, il che è già un piacere di per sé, perché fenomeni lo sono lo stesso.

E alla fine è come se la band si mettesse alla prova nel decostruire, talvolta irridendole bonariamente, alcune forme musicali tipiche, dal ritmo alla turca della già citata Inchworm ad alcune ritmiche quasi funky (Futura), dal contrappunto barocco di Toddler ai sintetizzatori à la Wendy Carlos di White Electric, il tutto con una buona dose di ironia. Un’operazione che potrà far inorridire qualcuno o essere accusata di non eccessiva profondità, ma che indubbiamente conferma la disinvoltura della band (oramai trio acclarato) nel materiale che maneggiano e l’importanza del ruolo che hanno tutto il diritto di occupare nel panorama del rock alternativo contemporaneo.

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Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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