giovedì, Ottobre 1, 2020

Borko – Born To Be Free (Kimi Records, 2012)

In calce ai credits dell’album appare scritto “senza di voi questo album sarebbe stato pelle e ossa”; Björn Kristjánsson dedica l’epigrafe a quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo che è il secondo lavoro di Borko (per metà pseudonimo, per metà nome collettivo) sulla lunga durata ed in effetti, dietro gli arrangiamenti magniloquenti, la foga da arena, l’incontenibile grandeur che caratterizza ogni brano, sembra nascondersi una canzone per nulla più che chitarra e voce. Come è il caso, ad esempio, della titletrack posta in apertura: un folk pop agreste, su ritmica concitata ed aperture di fiati, a colorare tenuamente ma con vigore una malinconica ballata che porta i Seabear dalle parti di Insignificance di Jim O’Rourke e tracciando, grossomodo, le coordinate per tutto il disco.
Disco che segue lo splendido Celebrating Life del 2007, primo album vero e proprio dopo la falsa partenza in chiave folktronica dell’altrettanto bell’EP Trees And Limbo del 2000. Giacchè Björn si prende i suoi tempi e, malgrado in terra d’Islanda sia una piccola celebrità indie impegnata su vari fronti, si muove senza fretta, lasciando che le nuove germinazioni si manifestino al momento giusto. Così come avviene per questi pezzi, che crescono poco per volta, che catturano lentamente e che stupiscono per carattere e stile, avvolti come sono ad una concezione antica ma non per questo passatista; anzi, nelle reiterazioni, nella circolarità, nell’uso dell’elettronica, il portato prog che le distingue si fa tutt’uno con un metodo che è pienamente calato nel suo presente. Malgrado, tra i mille riferimenti e le mille influenze che rievocano da questi solchi, appaiano i Pink Floyd di The Piper at the Gates Of Dawn, in Yonder, a cui viene riservato un trattamento alla maniera dei penultimi Windosr For The Derby, con ritmi analogici in principio ed un crescendo d’intensità inarrestabile nel prosieguo. E tra percorsi imprevisti, svolgimenti inattesi, bruschi arresti e profluvi di malinconica saudade artica, emergono tanto i Genesis nella misura di una indefinibile forma di “canzone progressive”, quanto i Yes nelle linee di basso rotolanti, quanto i Van Der Graaf Generator nell’uso costante degli ottoni. Perché sono proprio questi ultimi ad occupare la scena in esplosive aperture jazz prog alla maniera dei Jaga Jazzist e proprio come questi ultimi sempre trattenuti nel momento esatto in cui potrebbero rischiare la stucchevolezza, seguendo un metodo tutto nordico di raffreddamento degli umori. Persino quando nel mezzo di una, nervosamente carezzevole, Waking Up To Be, puntellata da arpeggi acustici ed elettronica di rimandi drum’n’bass, parte un torrido affondo Motown; o quando gli Air si trovano a viaggiare verso galassie spacedeliche, in un crescendo ad oltranza spento poi in ballata vintage, con una tromba a disegnare melodie dal sapore latino (Bodies); o quando Cat Stevens, dopo aver seguito le mosse di un folk pop agrodolce, con più di un rimando alla Born To Be Free d’apertura, impenna su un break funk che ha dentro l’epica cinematica di Bill Conti (The Final Round). Lo stesso avviene con la splendida Two Lights: lieve, autunnale, costellata da gocce elettroniche su delicati tocchi di corde e, poi, per contrasto, condotta in grandiosa conclusione fiatistica.
E se nella tirata in Hold Me Now deflagrano suggestioni mariachi in collisione con contrappunti da arcade e Abbandoned In The Valley Of Knives ha il tempo di richiamare i Rush, filtrati dalla Spoonstabber dell’album precedente, in Sing To The World, l’orsone islandese il cui faccione campeggia sulla cover, opera una sintesi perfetta tra la Women Of The World di, dinuovo, Jim O’Rourke e la sua stessa Hondo & Borko che chiudeva l’esordio; dimostrando come certe derive tardo post-rock, che ancora caratterizzavano Celebrating Life, siano ormai del tutto interiorizzate e distillate da una sensibilità nuova ed una scrittura eccellente, che si manifesta in brani complessi e maturi, molti dei quali già rodati da anni di prove live.
Dopo il giro promozionale, i concerti e tutto il resto, il buon Björn, probabilmente, tornerà a giocare con gli FM Belfast con Örvar Þóreyjarson Smárason, il Múm che fu già parte del progetto Borko e che oggi firma i testi di due brani, a riprova di come la scena islandese viva se stessa come un’autentica comunità (molto bello ed esplicativo, in tal senso, il documnentario-concerto Backyard), o forse tornerà a fare il professore. Sperando di non dover attendere troppo a lungo, per un nuovo risveglio della sua creatura più personale ed intima.

 

 

Alessio Bosco
Alessio Bosco
Alessio Bosco - Suona, studia storia dell'arte, scrive di musica e cinema.

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