Krzysztof Penderecki; l’incontro: La fantasia del rispetto delle regole

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Il 26 e il 27 Novembre 2’13 Krzysztof Penderecki era a Firenze per una due giorni tra prove aperte ed evento tout court; il maestro di Dębica la cui musica ha attraversato il cinema di Kubrick, Friedkin (solo per citarne alcuni) e influenzato direttamente l’esperienza di musicisti come Jonny Greenwood e Aphex Twin, durante l’incontro con la stampa del 26 Novembre scorso si è intrattenuto anche con Francesco D’Elia, rispondendo ad alcune sue interessanti domande; ecco il resoconto, la recensione del concerto e un video realizzato da Indie-eye.it con alcuni footage delle prove aperte e della conferenza stampa aperta al pubblico (N.d.r.)

Il nome di Krzysztof Penderecki, sino a qualche tempo fa, poteva forse dire poco o nulla all’orecchio del cd. “fruitore medio” di musica; almeno sino a quando non è apparsa la notizia che Jonny Greenwood, chitarrista ma – verrebbe da dire – reale mente occulta dei Radiohead, avrebbe riletto una delle più celebri composizioni del maestro polacco, Polymorphia, traendone le 48 Responses to Polymorphia. Tanto clamore, che anche Aphex Twin, in un connubio ancora più estremo, si è poi cimentato con remix  della stessa opera.
Non a caso, Greenwood ha sempre indicato Penderecki fra le proprie maggiori fonti di ispirazione non tanto compositiva quanto “timbrica” o di arrangiamento (ricorderete gli archi spettrali di How to Disappear Completely o di Pyramid Song).
Dall’incontro fra maestro e allievo è scaturita dunque una collaborazione, sfociata da ultimo in un concerto memorabile all’aeroporto militare di Danzica (50 mila spettatori, non è che i Radiohead ne abbian fatti molti di più, almeno da noi) e in un relativo disco.
Se poi tutti questi nomi dovessero ancora risultare vaghi ad un altro settore di pubblico, sia sufficiente riportare alla mente l’indemoniata Linda Blair in lotta con l’esorcista Max von Sydow o un (altrettanto) invasato Jack Nicholson a caccia del figlioletto Danny Lloyd in un labirinto innevato. I turbinii di note che pervadono (accompagnano è troppo poco) quelle immagini appartengono proprio al Maestro di Dezica, che prestò, rispettivamente a William Friedkin e Stanley Kubrick, la Trenodia per le vittime di Hiroshima e altri suoi lavori orchestrali.
Risulta quindi da una semplice “compilazione” l’enorme importanza storica ed artistica che le composizioni di Penderecki hanno raggiunto non solo sotto il profilo dell’espressione musicale del secolo scorso ma addirittura, diremmo, nell’immaginario acustico collettivo, di rilevanza tale da assumere dimensioni autenticamente transgenerazionali. L’odierno 50enne avrà ben visto Shining da ragazzo, alla stessa età alla quale i suoi “simili” avranno ascoltato Kid A ai nostri giorni o alla quale lo studente di Conservatorio avrà studiato i lavori d’avanguardia del compositore polacco all’inizio degli anni ‘60.
Tutto ciò ha per certo fatto da cornice al conferimento al Maestro del premio per la musica Nuovi Eventi Musicali, coronato dal concerto del 27 novembre 2012 e preceduto da una conferenza stampa, nel corso della quale noi di Indie-Eye Network abbiamo avuto il privilegio di rivolgere a Penderecki qualche breve domanda.
Lui, 79 anni e una disponibilità e gentilezza (ed ironia) infinite, ci ha risposto come segue.

Maestro, se la Sua musica un tempo era considerata d’avanguardia e oggi potremmo definirla “classica”, cosa può essere “avanguardia” o sperimentazione oggi secondo Lei?

Io non so se è classica, certo oggi può esser considerata tale. Avanguardia oggi può essere tutto! Guardiamo a cosa possono creare, ad esempio i pittori, come ha fatto Picasso. Per lui ha voluto dire semplicemente la ricerca di qualcosa di nuovo, lavorare con differenti metodologie.

Ma esiste una particolare relazione fra le forme e l’assenza di forme musicali? È forse quello il rapporto che intercorre fra avanguardia, sperimentazione e tradizione?

Certamente le forme in sé, prese come tali, hanno origine in quella che oggi è la musica classica, come da tutti conosciuta. Prendi la sinfonia o la forma sonata. Io stesso ho scritto composizioni che potevano rifarsi ad una forma “classica”, come la Passacaglia (i ribattuti di contrabbasso che costituiscono il tema portante di Shutter Island) o le mie Sinfonie o la Ciaccona. La Forma è stata dunque inventata 200-300 anni fa, ma si può “reinventare”. Le mie Sinfonie sono sicuramente diverse da quelle di Haydn. La forma “allegro-sonata” come la concepisco io è assolutamente differente, eppure nel linguaggio “classico” è la forma migliore concepibile.

Riguardo al Capriccio per oboe e 11 archi che verrà eseguito domani, esiste secondo Lei un rapporto con lo sperimentalismo per strumenti soli (mi riferisco alle Sequenze di Luciano Berio)? Come se nel Suo lavoro il concetto di virtuosismo fosse applicabile tanto allo strumento solo quanto alla sezione d’archi con cui interagisce?

Non è sbagliata come analisi. Ma più che a quel tipo di sperimentalismo io verso la fine degli anni ‘50 guardavo all’elettronica e, per quel che riguarda la produzione italiana, ammiravo molto Luigi Nono. Ricordo in particolare la sua declinazione politica e sociale della musica e il fatto che lui guardava alla Polonia come ad un Paese in cui si potesse realizzare il sogno comunista. Voleva portare le sue composizioni nelle fabbriche. Bene, da noi gli operai dormivano o giocavano a carte!  Mi ricordo poi che per un concorso in Italia nel 1958 partecipai con tre composizioni scritte tutte in maniera differente e vinsi tutti e tre i premi! Mi ci pagai il viaggio (e anche il passaporto).

Fra le altre domande, Penderecki gioca nel ricordare l’incontro con “Mr. Greenwood”, avvenuto nel più semplice dei modi possibili: un semplice scambio epistolare ed un invito rivolto all’allievo a casa del Maestro. Oltre a questo, il suo rapporto con la musica per film, che, precisa, lui non ha mai scritto e che conviene certamente non fare ad Hollywood perché “pagherebbero troppo bene” e, di conseguenza, “non si smetterebbe più di farla”, troncando, di fatto, qualsiasi altro desiderio di espressione artistica al di là della musica a programma.
Ma proprio in quest’insopprimibile desiderio di essere libero dalle regole e dalle forme, pur nel rispetto (apparente) delle stesse, Penderecki ha saputo trovare non solo un linguaggio personale “per sé” ma anche e soprattutto quel rinnovamento delle forme di cui ci ha narrato, così come, allo stesso modo, dirigere e condividere il palco con due personaggi “di massa” quali Greenwood e Aphex Twin è stato per lui, per suo stesso dire, “una Reinassance”.
In tale ottica va letta, dunque, la perfetta scelta del programma da parte dell’organizzazione NEM.

Il Capriccio per oboe e 11 archi, composto nel 1964, interpretato da Fabio Bagnoli e da L’Orchestra da Camera “I Nostri Tempi”, si colloca chiaramente nel periodo più “ispido”, dal punto di vista sonoro, del Maestro polacco: un attacco deliberato ai nervi dell’ascoltatore, in un duello continuo fra oboe e la sezione da piccola orchestra. Quest’ultima non rinuncia ad assalti percussivi (col battere delle mani sugli strumenti), mentre l’oboe esplora, fra spunti melodici continuamente infranti, tutte le possibilità espressive, dal più classico frullato ad un repertorio pressoché infinito di tipi di emissione di fiato. Brano di estrema difficoltà esecutiva (e mirabilmente eseguito), che in sette minuti riesce a creare tensione insostenibile anche da un unico suono, come il successivo Per Slava, brano per violoncello solo dedicato all’amico Mstislav Rostropovič, interpretato da Alice Gabbiani.
Le evoluzioni, soprattutto accordali, dello strumento solista si fanno qui ancora più estreme, la Gabbiani, pur visibilmente e comprensibilmente emozionata, dato anche il lavoro certosino cui è stata sottoposta durante le prove generali aperte al pubblico, regge ottimamente il confronto e il suo timbro è tanto avvolgente nei bassi quanto aereo nell’emissione degli armonici, realizzati anche ben sopra la tastiera.
Il concerto si chiude con la prima italiana del Sestetto per violino, viola, violoncello, pianoforte, corno e clarinetto, finito di comporre nel 2000 ed interpretato dal Quartetto Klimt (Duccio Ceccanti, violino; Edoardo Rosadini, viola; Alice Gabbiani, violoncello; Matteo Fossi, pianoforte), con Paolo Faggi al corno e Carlo Failli al clarinetto.
In questi due movimenti (e già qui si legge lo svincolarsi dalla classica regola dei tre movimenti della forma sonata) si rinviene il perfetto connubio fra tradizione e sperimentalismo che caratterizza il senso ultimo dell’opera di Penderecki. Ad un impianto quasi “tonale” da sembrare appartenere a Mahler e ad un continuo alternarsi fra tema principale e accenno di sviluppo si sposano istantanee deviazioni quasi espressioniste (quando non autenticamente rumoristiche) ed incisi talmente rarefatti da sembrare quasi primordiali, come l’incedere martellante del pianoforte nell’Allegro moderato o gli interventi di corno nel Larghetto (posizionato anche di lato al pubblico, in un inatteso esperimento di spazializzazione ulteriore del suono).
Penderecki mescola, senza che nulla possa sembrare posticcio o mero esercizio di stile, un utilizzo “melodico” del cromatismo con il superamento deciso della musica seriale, facendo sembrare autenticamente nuove forme che sembrano esser state concepite cent’anni prima. Ma il suo non è un “genio formale”, è un genio che trascende le regole per darsene delle proprie, il tutto a vantaggio della fruibilità da parte dell’ascoltatore. E che in tutto ciò sappia riconcepire anche armonie scarne, di una limpidezza quasi struggente, non fa che aumentare la grandezza dell’operazione, coronata da musicisti impeccabili, fra i quali una notazione di merito va almeno al violino nervosissimo di Ceccanti e al timbro purissimo di Failli.
Ciò che si dice un concerto indimenticabile, fondamentale per testimoniare che la convivenza fra forme d’arte apparentemente distanti anni luce è più che reale: un’occasione unica, colta con la giusta e dovuta attenzione dal pubblico fiorentino (ma nemmeno un maestro di composizione in sala…) e suggellata dall’autentica felicità dipinta sul volto del Maestro a fine serata.

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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