Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Il 26 e il 27 Novembre Krzysztof Penderecki era a Firenze per una due Giorni, non ce lo siamo lasciati sfuggire 

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Il Capriccio per oboe e 11 archi, composto nel 1964, interpretato da Fabio Bagnoli e da L’Orchestra da Camera “I Nostri Tempi”, si colloca chiaramente nel periodo più “ispido”, dal punto di vista sonoro, del Maestro polacco: un attacco deliberato ai nervi dell’ascoltatore, in un duello continuo fra oboe e la sezione da piccola orchestra. Quest’ultima non rinuncia ad assalti percussivi (col battere delle mani sugli strumenti), mentre l’oboe esplora, fra spunti melodici continuamente infranti, tutte le possibilità espressive, dal più classico frullato ad un repertorio pressoché infinito di tipi di emissione di fiato. Brano di estrema difficoltà esecutiva (e mirabilmente eseguito), che in sette minuti riesce a creare tensione insostenibile anche da un unico suono, come il successivo Per Slava, brano per violoncello solo dedicato all’amico Mstislav Rostropovič, interpretato da Alice Gabbiani.
Le evoluzioni, soprattutto accordali, dello strumento solista si fanno qui ancora più estreme, la Gabbiani, pur visibilmente e comprensibilmente emozionata, dato anche il lavoro certosino cui è stata sottoposta durante le prove generali aperte al pubblico, regge ottimamente il confronto e il suo timbro è tanto avvolgente nei bassi quanto aereo nell’emissione degli armonici, realizzati anche ben sopra la tastiera.
Il concerto si chiude con la prima italiana del Sestetto per violino, viola, violoncello, pianoforte, corno e clarinetto, finito di comporre nel 2000 ed interpretato dal Quartetto Klimt (Duccio Ceccanti, violino; Edoardo Rosadini, viola; Alice Gabbiani, violoncello; Matteo Fossi, pianoforte), con Paolo Faggi al corno e Carlo Failli al clarinetto.
In questi due movimenti (e già qui si legge lo svincolarsi dalla classica regola dei tre movimenti della forma sonata) si rinviene il perfetto connubio fra tradizione e sperimentalismo che caratterizza il senso ultimo dell’opera di Penderecki. Ad un impianto quasi “tonale” da sembrare appartenere a Mahler e ad un continuo alternarsi fra tema principale e accenno di sviluppo si sposano istantanee deviazioni quasi espressioniste (quando non autenticamente rumoristiche) ed incisi talmente rarefatti da sembrare quasi primordiali, come l’incedere martellante del pianoforte nell’Allegro moderato o gli interventi di corno nel Larghetto (posizionato anche di lato al pubblico, in un inatteso esperimento di spazializzazione ulteriore del suono).
Penderecki mescola, senza che nulla possa sembrare posticcio o mero esercizio di stile, un utilizzo “melodico” del cromatismo con il superamento deciso della musica seriale, facendo sembrare autenticamente nuove forme che sembrano esser state concepite cent’anni prima. Ma il suo non è un “genio formale”, è un genio che trascende le regole per darsene delle proprie, il tutto a vantaggio della fruibilità da parte dell’ascoltatore. E che in tutto ciò sappia riconcepire anche armonie scarne, di una limpidezza quasi struggente, non fa che aumentare la grandezza dell’operazione, coronata da musicisti impeccabili, fra i quali una notazione di merito va almeno al violino nervosissimo di Ceccanti e al timbro purissimo di Failli.
Ciò che si dice un concerto indimenticabile, fondamentale per testimoniare che la convivenza fra forme d’arte apparentemente distanti anni luce è più che reale: un’occasione unica, colta con la giusta e dovuta attenzione dal pubblico fiorentino (ma nemmeno un maestro di composizione in sala…) e suggellata dall’autentica felicità dipinta sul volto del Maestro a fine serata.

 

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Francesco D'Elia

Francesco D'Elia

Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.