mercoledì, Settembre 30, 2020

Larsen: non c’è mediazione tra ciò che siamo e quello che suoniamo

La storia dei Larsen è lunga ed articolata, sviluppatasi in quasi vent’anni d’attività, che ne ha fatto una delle band più longeve della scena italiana. Nonché una realtà accreditata nell’ambito di un certo rock laterale, di ricerca, di cui oggi rappresenta uno dei nomi di punta a livello internazionale, godendo della stima e del rispetto di nomi autorevoli del panorama indipendente.

Taciuti dalla critica nostrana nella prima parte della loro carriera, oggi il gruppo, che può vantare fra l’altro la stessa line up da sempre, si ripresenta nella doppia veste di Larsen ed XXL, il progetto condiviso con gli Xiu Xiu, con due album di recente pubblicazione (Cool Cruel Mouth di Larsen, da La Fevere It con Little Annie/Annie Anxiety in formazione, e Düde di XXL) che non fanno che confermarne lo spessore autoriale. Oltre che spostare nuovamente l’asse di un suono, che si è ben guardato dall’arrotarsi su se stesso e che, al contrario, è sempre stato pronto al rinnovamento, alla sperimentazione, al rimettersi continuamente in gioco.

Si è discusso di questo ed altro con Fabrizio Modonese Palumbo; non fosse che in coda, tutti gli altri membri, hanno concesso le loro personali playlist che da sole basterebbero a delineare la mappa della loro musica.

Quest’anno ricorre il sedicesimo anno d’attività discografica dei Larsen. Consuntivi?

Abbiamo festeggiato il quindicennale l’anno scorso, con un concerto al quale hanno contribuito i nostri collaboratori più cari quali Baby Dee (Leggi la foto intervista su indie-eye.it) , Julia Kent (ascolta il Podcast con Julia Kent su indie-eye.itJamie Stewart (leggi l’intervista a Jamie Stewart su indie-eye.it) ed ovviamente Little Annie  che  ormai consideriamo essere un membro a tutti  gli effetti. Già il fatto di essere ancora qui dopo 16 anni mi sembra di per se un buon consuntivo.

Almeno nella prima metà della vostra carriera il nome Larsen ha circolato molto poco in Italia pur conquistandosi una sempre crescente stima all’estero. Oggi come sono i vostri rapporti con la scena indie nostrana? Ed in generale, quali con il Paese che vi ha dato i natali?

La  verità in questo caso sta nel mezzo, abbiamo sempre avuto un buon seguito in italia ne più ne meno che all’estero, dove  comunque non è  che ci stendano i tappeti rossi, il problema in Italia è ed è stato prevalentemente di visibilità stampa, forse poiché Larsen non è inquadrabile in un genere musicale specifico e la  stampa  italiana, soprattutto quella  amatoriale è d’abitudine  di settore.

In base alla tua esperienza, pensi che esista un punto di vista sulla musica italiana all’estero?

Che io mi sia reso conto no, d’altro canto non vedo perchè dovrebbero, non è che in Italia  ci si ponga  particolari domande sulla musica croata, tanto per  fare un esempio. Alla  fine  conta la  musica  di per sè ed  eventuali specificità dovute alla  nazionalità “altra” al limite la  possono rendere  più interessante in quanto “esotica” ma  la questione finisce lì.

Qual’è la storia dei Larsen? Cosa è successo prima di No Arms, No Legs: Identification Problems?

Nulla di particolarmente interessante, davvero.

Una curiosità che ho sempre avuto a tale riguardo, è quale sia stato il percorso che ha condotto un gruppo indipendente italiano ad esordire con un album prodotto da Martin Bisi.

Eravamo all’epoca  grandi fan delle produzioni di Martin Bisi, la scena  noise  new yorkese, soprattutto quella  di matrice no wave e poi volevamo sin dall’inizio evitare di chiuderci in un mondo troppo  piccolo  e  registrare il nostro  primo lavoro  laddove quel suono “viveva”  così abbiamo contattato Martin che  si  è  dichiarato interessato.
Ricordiamoci che  quello del musicista così come quello del produttore  è  comunque un lavoro, quindi molto spesso  gli accordi seguono, soprattutto in una prima fase, logiche  anche “freddamente”  professionali.

Come arrivaste, invece, alla Young God Records e come furono/sono i rapporti con una personalità ritenuta così controversa come quella di Michael Gira?
Michael è un gentleman, la sua  reputazione di burbero riguarda  un passato che non è quello che noi abbiamo condiviso, da un punto di vista  creativo la  lavorazione di Rever è  stata anche molto “crudele” e conflittuale ma questo l’ha  resa  interessante e decisamente produttiva.
Michael è stato per  noi  fondamentale  nell’aiutarci a scoprire e definire  il nostro suono. Diciamo spesso  che non ha  tanto prodotto il nostro secondo album Rever ma tutti quelli a seguire. Nel senso che  ci ha dato mezzi e strumenti per procedere in modo autonomo la nostra personale  ricerca.

Alessio Bosco
Alessio Bosco
Alessio Bosco - Suona, studia storia dell'arte, scrive di musica e cinema.

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