OvO – Cor Cordium (SuperNaturalCat, 2011)

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Bruno Dorella è il Re Mida dell’underground italiano. Forse sarebbe eccessivo affermare che qualunque cosa tocchi si trasformi in oro, tuttavia ogni progetto che lo vede coinvolto rivela una caratura artistica ben superiore alla media nostrana. Dopo i Bachi da Pietra (autori lo scorso anno dell’eccellente Quarzo) tornano adesso gli OvO. Anch’essi un duo (Dorella siede dietro alle pelli, Stefania Pedretti ringhia e suona la chitarra), anch’essi provvisti di una strumentazione ridotta ai minimi termini. Condividono con il gruppo “gemello” una certa propensione verso il lato oscuro, ma laddove i Bachi sono sommessi ed essenziali i nostri si dimostrano debordanti e cataclismatici. Dall’ascolto di Cor Cordium emerge con chiarezza una sincera passione per il metal: l’influenza di thrash, doom, death e black traspare nella violenza d’esecuzione, negli ossianici riff di chitarra, nelle roboanti performance di batteria, nel ruvido approccio vocale. Ma se anche i nostri si dilettano a reinterpretare stilemi tipici del genere, dimostrano nel farlo una notevole personalità. Dorella martoria i fusti neanche fosse la controparte di Dave Lombardo, ma non ricorre mai allo scontato cliché del doppio pedale (comprensibilmente, dato che non dispone di una grancassa!). La sudicia chitarra della Pedretti non sfigurerebbe su di un album dei Bathory o dei Celtic Frost, eppure evita del tutto la compattezza riff-o-rama tipicamente hard, diffondendo una nebbia rumorosa con poche, essenziali pennellate. Ad un ascoltatore attento non sfuggirà come il background heavy metal del duo venga corretto secondo traiettorie noise, elettroniche, avanguardiste. La stessa voce, pur ispirandosi a screaming e growling, svela insospettabili capacità melodiche. Ne sono esempio la ninna nanna perversa di Marie, in cui la Pedretti passa da bambina innocente a strega rauca, o La Bestia, dove i gemiti della cantante ricordano quelli del popolo Ewoks in Star Wars. Se volessimo scomodare il prefisso che tutto nobilita, potremmo tranquillamente parlare di post-metal. Inusuale anche la volontà di non scrivere testi, affidandosi ad un farfugliare confuso e sconnesso. Scelta di comodo, data la natura prettamente live del progetto, o studiato non-linguaggio atto ad esprimere incomunicabilità? Certo è che il risultato complessivo, smarcandosi da ogni accusa di monoliticità, si rifà ad una tavolozza stilistica piuttosto ampia. Si passa da dissonanti cavalcate hard rock (l’incipit Lungo Computo, la già citata La Bestia), a brani in cui la componente doom si fa più marcata (Nosferatu, Orcus, Catacombecatacombe, In ogni caso nessun rimorso), fino a sfiorare un’ambient ansiogena ed ostile nelle composizioni più lunghe (Penumbra y Caos, The Owls are Not what they Look Like, Smelling Death Around). Nell’ambito di una generale misantropia sonora, si tratta di una grande prova di eclettismo.

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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