venerdì, Settembre 25, 2020

Peter Broderick – How They are (Bella Union, 2010)

Dopo un disco come Home, basato principalmente sulla chitarra acustica, il giovane danese Peter Broderick torna a lavorare soprattutto col pianoforte nel suo nuovo How They Are, riprendendo il discorso già iniziato nel 2008 col suo esordio solista, Float. Ciò che non cambia nei dischi e nelle composizioni del polistrumentista degli Efterklang (e collaboratore di molti progetti americani, tra cui Horse Feathers, M. Ward e Norfolk & Western) sono le atmosfere eteree e ricoperte da un velo di tristezza e malinconia; anche questa volta, come nelle precedenti occasioni, le note del piano (e in un paio di casi dell’acustica) creano mondi sonori intimi e ricercati. Peter riesce a sfruttare appieno le possibilità timbriche dello strumento, guardando a grandi maestri come Erik Satie o Arvo Pärt, puntando sulla semplicità e sul fluire delle emozioni. A questo va aggiunto un sapiente e calibrato uso della voce, che passa da un cantato dolente (come quello di alcuni folksinger, come Jason Molina o Barzin) allo speaking senza perdere efficacia né capacità di trasmettere sensazioni. Il disco inizia con Sideline, dove Peter sussurra nel silenzio interrogandosi sulla tristezza e sulla possibilità di scacciarla sedendo davanti a un pianoforte, prima di iniziare a suonare, partendo con qualche semplice accordo per poi lasciarsi trasportare da squarci di melodia che accompagnano un canto sempre più dolente. Il secondo brano è Human Eyeballs On Toast e, al di là del titolo splatter, si basa su una melodia ariosa e di facile impatto, con qualche assonanza con i lavori semi-pop di Ludovico Einaudi, con saliscendi emozionali ben congegnati. Nella seguente Guilt’s Tune piano e chitarra interagiscono con un gusto quasi prog che potrebbe ricordare gli strumentali acustici dei Genesis, sorreggendo questa volta uno speaking che narra di sensi di colpa e non solo. Tocca poi a When I’m Out riportare al centro di tutto il solo pianoforte e con esso tanta malinconia, in uno di quei brani senza parole che riescono però a parlare al cuore; il mood non cambia con la successiva With A Key, basata sull’alternanza tra passaggi cantati e suonati, che si danno il cambio restando sempre sullo stesso registro e riuscendo a trasmettere le stesse sensazioni. Pulling The Pain ha invece un andamento leggermente più deciso, ma si protrae un po’ troppo a lungo, superando i 5 minuti con qualche virtuosismo eccessivo. Il finale è affidato a Hello To Nils, una ballata folk chitarra-voce assimilabile a quanto fatto da Bon Iver, ad eccezione del breve break centrale parlato che rovina l’atmosfera generale del brano, che riesce a riprendere quota solo dopo qualche secondo per poi lasciarsi andare ad un bel finale, dove Peter canta in modo sempre più commosso e commovente.

Peter Broderick su myspace

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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