giovedì, Dicembre 2, 2021

Petrina – Petrina: la recensione

L’arte di Debora Petrina ha un che di “mostruoso”. Parlare di talento, al singolare, suona quasi riduttivo e inaccurato, tante le vesti e le declinazioni della sua bravura a mille teste. Acclamata pianista di repertorio classico-contemporaneo (Feldman, Cage, Rota, Togni, Janacek, per fare solo qualche nome) cantautrice, compositrice, regista e interprete di danza-teatro, la padovana Petrina incarna un trasformismo raro, una freschezza che nel nostro paese non dovrebbe aver bisogno di introduzioni. Come dimostrò l’ottimo In Doma (2009), quando Petrina si misura con il formato canzone, niente si perde di quel genio strabuzzante, di quell’indomabile, appunto, voglia di mescolare e rimescolare i colori. Chiunque abbia avuto l’occasione di applaudirla dal vivo vi racconterà dei suoi straordinari concerti, dell’impatto ferino, corporeo delle sue performance, della sua voce istrionica e del suo pop mistilineo. In bilico com’è tra classica, rock e jazz, la musica di Petrina, di fatto, offre numerose vie d’accesso. Come dimostrano anche le sue prove di arrangiatrice e interprete di brani altrui (chi scrive ricorda un’esecuzione di Up Jumped The Devil di Nick Cave and The Bad Seeds a dir poco sbalorditiva) Petrina è in grado di marchiare a caldo le composizioni più disparate, che si tratti di episodi lievi o dei saliscendi più sperimentali. I dieci brani di questo nuovo disco, orgogliosamente omonimo, giungono a confermare l’unicità del suo estro creativo. Tutto inizia con la strumentale Little Fish from the Sky: in quell’intreccio inaspettato del suo piano con le molteplici contrazioni elettroniche simil-breakbeat è contenuta, in nuce, una vitalità che nel disco non finisce mai per sfumare. The Invisible Circus rincalza lo spaesamento aprendosi su un caotico miscuglio di synth e voci ultraterrene, per poi addolcirsi su una melodia che vi travolgerà a più riprese. In Princess, trainata dalle corde di Mr. John Parish, Petrina alterna seduzione e combattimento, richiamando alla memoria una Tori Amos d’altri tempi. Nel suo repertorio da ormai molti anni, Niente dei ricci si impone come brano chiave del disco: dentro c’è tutto il senso di movimento del teatro, del performer che enuncia, scandisce, trasale, trasformando il nonsense, l’assurdo in una miniera di allitterazioni. Accompagnata dagli archi Petrina intesse una composizione complessa, commuovente. Basta un piccolo confronto con la narrazione soffusa e lineare di Lina (aperta dalla voce di David Byrne, per cui da anni la musica di Petrina è roba da heavy rotation) per avere un senso delle milleuno possibilità della nostra. Il funk di Denti, la fanfaresca I fuochi d’artificio (che in molti non potrà che evocare Tom Waits) e il rock dilatato dell’intensa Sky-Stripes in August (in versione orchestrale in coda al disco, arrangiata dal Parenthetical Girl/The Dead Science Jherek Bischoff) non fanno che aggiungere ulteriori sfumature. Tra grandi storie, piccoli aneddoti (la samba di Vita da Cani) e studiati futurismi, Petrina torna a travolgere vecchi e nuovi ascoltatori.

Giuseppe Zevolli
Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.
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