lunedì, Settembre 26, 2022

Third Eye Foundation – The Dark (Ici D’ailleurs, 2010)

Che di Matt Elliott se ne sentisse la mancanza, è cosa dimostrabile, vuoi anche per le asfittiche ballate della trilogia “Songs” che l’artista bristoliano ha, negli ultimi anni, rilasciato con anagrafica completa, misconoscendo la ragione sociale del moniker che fino al 2001 gli aveva dato notorietà, ossia Third Eye Foundation. Spesso riapparso con prestigiose collaborazioni e dignitosi remix (si ascolti l’afflato compunto di Four Damaged Lemons dei Blonde Redhead a tal proposito), durante questo periodo, Matt aveva, di fatto, congelato quella poetica in qualcosa di concettualmente diverso, definendo un approccio singolare al panorama musicale e soprattutto alla miliare scena trip hop della sua Bristol. Non faccio mistero, dunque, di aver aspettato questo The Dark con appassionata curiosità, tanto forse da idealizzarne il suo contenuto. Ed è per questo che trovo assolutamente ingiusta l’evoluzione artistica di Elliott, impoveritasi nella scrittura e soprattutto nella maniera.
Droni lancinanti che soppiantano le chitarre in un continuo rincorrersi tra angoscia ed inquietudine strumentale. Stesso canovaccio di qualcosa andato a male che nelle intenzioni, almeno credo, vorrebbe essere colonna sonora di cataclismi ineludibili. Ne viene fuori roba del tipo “materiale per psicanalisi” più che un vero e proprio sodalizio tra non-melodie noir e pathos crescente. Gli spunti sarebbero superlativi. E’ disarmante, infatti, la bellezza di Anhedonia fino alla farcitura con echi di sibille mefistofeliche ed un massiccio rincalzo ritmico di dubstep. Peccato però che questo si dipani lungo dieci interminabili minuti senza che null’altro accada. Accade, invece, che lo stesso tema si perpetui anche sulle tracce seguenti mettendo a dura prova la costanza dell’ascoltatore mentre Elliott, assistito da Chris Cole e Chapelier Fou, spippola le sue ossessioni in una fuffa ben distante, per esempio, dall’intelligenza di Burial e Aphex Twin o dalle manie compulsive di Otto Von Schirach. Chiude questa concettualizzazione di 40 minuti per quattro pezzi, la soddisfacente If You Treat Us All Like Terrorists We Will Become Terrorists, troppo tardi e troppo poco però, per rialzare, a mio modesto avviso, le sorti di questo flop.

Francesco Cipriano
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Francesco Cipriano classe 1975, suona da molto tempo e scrive di musica.

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