domenica, Settembre 27, 2020

Affinità/Divergenze fra il compagno Ferretti e noi Del conseguimento della maggiore età; Ovvero: non dire una parola che non sia d’amore (4/4)

(…4/4) la prima, la seconda e la terza parte dello speciale dedicato ai CCCP puoi leggerle da questa parte, da questa parte e da questa parte.

Canzoni, Preghiere, Danze del Secondo Millenniosezione Europa, pubblicato nel 1989, soffre proprio a causa di una produzione eccessiva. Il disco esce a seguito di un periodo travagliato. Il successo di vendite di Socialismo e Barbarie ha confermato le intuizioni della Virgin: con il preciso intento di fare dei CCCP un fenomeno commerciale la casa discografica li sponsorizza massicciamente, spingendoli ad apparire più volte sulle TV nazionali (“Cominciavamo a perdere colpi: accadeva che, di fronte alle cose, il punto di vista dei CCCP non fosse sempre evidente come in passato. Ogni volta dovevamo ragionarci su, mentre prima le decisioni venivano prese impulsivamente…le cose hanno cominciato a sfuggirci di mano. Dovevamo rendere conto delle nostre azioni anche ad altri, Virgin in testa”). Con lo stesso intento per la produzione dell’album ci si affida totalmente ad Orlando (“Voleva trasformarci in un vero gruppo di successo: stava cominciando a frequentare Carboni e tutto il giro bolognese”), che cura suoni e arrangiamenti a livelli maniacali, finendo per stravolgere completamente la natura del gruppo. Ed è un vero peccato perché Canzoni, Preghiere etc. presenta delle intuizioni notevoli a livello musicale e mostra i primi segni dell’evoluzione sonora che porterà ai CSI. “L’idea di fondo, in parte gia contenuta in Socialismo e Barbarie, è che la storia del mondo sia un continuo, grande Medioevo. I comunisti, a un certo punto, hanno pensato che potessero esserci anche altre leggi, che il progresso potesse essere lineare, mentre in realtà noi ci arrabattiamo nella stessa merda da sempre, perché il Moderno non esiste. Il Medioevo sta alle nostre spalle così come davanti a noi…e Medioevo significa anche riscoperta del senso religioso della vita, tanto che in copertina ha finito per esserci una Madonna”.
Un estratto dalla partecipazione del gruppo ad Arezzo Wave – Ferretti che intona lo stornello tradizionale Il Testamento del Capitano – funge da introduzione a Svegliami (Perizia Psichiatrica Nazionalpopolare), uno dei momenti musicalmente più felici nella storia dei CCCP. La melodia è epica e trascinante, la base ritmica implacabile, le parole tirano le somme sul decennio appena trascorso evidenziando un’ acuta crisi di valori: “cerco le qualità che non rendono, in questa razza umana che adora gli orologi e non conosce il tempo…intanto Paolo VI non c’è più, è morto Berlinguer, qualcuno ha l’AIDS, qualcuno il PRE, qualcuno è POST senza essere mai stato niente”. Persino la natura sembra ribellarsi a questo stato delle cose, uccidendo la speranza che si tratti solo di un brutto sogno: “e trema e vomita la terra, si capovolge il cielo con le stelle e non c’è modo di fuggire mai… svegliami, svegliami, svegliami!!!”.
Abbassa drasticamente i toni la tirata punkettona di Huligani Dangereux in cui, con un linguaggio scherzoso a metà fra l’italiano e un maccheronico est-europeese, il gruppo celebra sé stesso e la propria estetica: “Sovietki Punki Leningrada, suonano inni di frontiera…Metallisti Stalingrada, elettricità sovieta, suonano corda amplificata di resistenza obsoleta”. Anche il cupo shuffle di B.B.B. traccia un quadro desolante della realtà attuale, dipingendola come un “tempo di cervelli azzerati” in cui i “vecchi eroi svaniscono” e “i percorsi arroganti sono finiti male”. Non si può far altro che rimanersene perplessi “su treni fuori orario, scendendo scale mobili, aspettando un passaggio che non so se verrà ma non credo che venga”. A seguire un altro brioso episodio punk rock, quel Fedele Alla Lira! che già dal titolo vorrebbe esorcizzare le critiche rivolte al gruppo dai fan oltranzisti. A seguito del contratto Virgin la band era stata accusata di commercializzazione e, per l’appunto, ribattezzata CCCP Fedeli alla lira: “intelligente ti sembro poco, non sono affari tuoi, onnipresente onnipotente, così mi vorresti tu, né troppo cotto né troppo al dente, tuo sempre di più…ma tu cosa mi dai?” sentenzia Ferretti con tono ironico. Nacchere e chitarre flamencate fanno da sfondo a quel che sembra l’ennesima disamina dei vecchi valori politici su Roco, Roço, Rosso: “controllano ormai gli occhi nuovi colori, elettrici, translucidi, mai visti… tutto ciò che è stato con noi è stato… la vita – strano a dirsi – è una sola… primo maggio con noia…”. La Qualità della Danza, vitale sarabanda a metà strada fra balcani e medioriente, esalta la musica e il ballo con tanto di esortazioni in lingua araba. Le sonorità del vicino oriente caratterizzano fortemente anche È Vero e Palestina (15.11.’88). Nella prima, tra ritmiche serrate, arabeschi di chitarra e vocalizzi muezzin, si viene a patti col mondo in cui viviamo: sebbene non sia “il migliore tra i possibili mondi” – caratterizzato com’è da “troppi uomini con scarsità di Dio, eccessi di cose con scarsità di uomini” – è tuttavia “assolutamente vero”. La seconda celebra con toni etno-metal le sollevazioni della prima Intifada (“le nostre case ad altri, le donne vedove, pietre disperse all’imbocco della strada guidano i passi dell’Intifada, agli insolenti l’ira, la grazia ai giusti”). Quasi a stabilire un legame fra i soprusi perpetrati in Palestina e la missione di carità cristiana il pezzo è fuso nel mix con il successivo, quel Madre che costituisce uno degli apici artistici dell’intero lavoro. Si tratta di una accorata preghiera a Maria Vergine – la madre di tutte le madri – una melodia celestiale da cantare “con le lacrime agli occhi e il pugno chiuso” : “Madre di Dio e dei suoi figli, Madre dei padri e delle madri, Madre oh Madre, oh Madre mia, l’anima mia si volge a te”. Conviene denuncia con chitarre compattissime l’esito deludente nell’evoluzione dell’uomo, ridotto ormai a “gesticolante veicolo vociante” col “dono della vista, dell’udito, facoltà di parlare, un gusto labile, un vago olfatto”, che “usa il telecomando e quindi ha tatto”. Nella splendida And The Radio Plays ritmi in levare e arpeggi cristallini colorano le immagini criptiche evocate dalla poetica di Ferretti (“tra frammenti di tecniche, sotto prodigi incerti, un affanno continuo, radio accese…mutazioni possibili, progenitori falsi, un nodo nella gola, schermi accesi”). Atmosfere electropop forniscono la base per gli sproloqui di Vota Fatur. Con voce nasale l’artista del popolo in persona si lancia in un folle monologo anglo-maccheronico: vengono tirati in ballo una serie di clichè anni ‘80, dal turismo sessuale in Indocina (“Bangkok acid night woman…thai sex machine…one hundred, one fuck”), agli stereotipi del divertimento giovanile (“I don’t like Ibiza, I don’t like House Music…fucking fucking extasi”), fino alle icone della musica hip hop James Brown e L. L. Cool Jay. Chiude la ambient di Reclame, in cui la voce non proprio soave di Annarella presenta i membri del gruppo e i loro ruoli.

La produzione dell’album delude le aspettative di Ferretti e Zamboni, convinti di essere arrivati al capolinea e ormai decisi a mollare tutto. La possibilità di effettuare un paio di date in Unione Sovietica, a Mosca e Leningrado in compagnia dei Litfiba, riaccende però i sopiti entusiasmi. Suonare in Russia sembra ai nostri una splendida occasione per chiudere il cerchio del proprio percorso artistico (“La Russia era come eravamo noi, sull’ orlo della disgregazione…ci trovavamo nel posto giusto al momento giusto perché anche noi avevamo bisogno di sgretolarci”). Il viaggio servirà inoltre ad un duplice scopo: da un lato consumerà l’inevitabile rottura con Chiapparini e Orlando, dall’altro cementerà i rapporti con Gianni Maroccolo – bassista dei Litfiba – ponendo le basi per la nascita dei CSI. Nel frattempo, di ritorno dalla Russia, Zamboni e Ferretti si sono resi conto che il pubblico dei CCCP è sì aumentato, ma è al contempo peggiorato qualitativamente. Ormai la gente pretende da loro i brani da classifica, trattandoli a tutti gli effetti come una band di successo (“Non funzionavano più i CCCP, funzionava la loro apparenza. E di diventare la brutta copia di noi stessi non avevamo proprio voglia”). La situazione è intollerabile e tutto farebbe presagire uno scioglimento, sennonché il contratto con la Virgin vincola il gruppo alla realizzazione di un ultimo album. Fortunatamente Maroccolo ha da poco lasciato i Litfiba e si propone ai due in qualità di produttore. L’approccio alla realizzazione del nuovo disco taglia completamente i ponti con la storia recente, riportando il suono del gruppo alla semplicità e alla ruvidità degli esordi sebbene con esiti musicali piuttosto diversi. I brani vengono registrati in una casa colonica, quasi esclusivamente in presa diretta, sfruttando echi e riverberi di origine naturale. Anche l’organico del gruppo si allarga: oltre a Maroccolo al basso ci sono il chitarrista e tecnico del suono Giorgio Canali, il tastierista Francesco Magnelli – collaboratore storico dei Litfiba – e per la prima volta un batterista in carne ed ossa, Ringo de Palma, anche lui reduce dai Litfiba. Se si esclude questo ultimo, morto di overdose pochi mesi dopo, il nucleo è proprio quello che andrà a costituire i futuri CSI. Epica, Etica, Etnica, Pathos, pubblicato alla fine del 1990, è invero un disco splendido, uno spartiacque fra passato e futuro, un epilogo ma anche nuovo inizio. L’album mantiene la vena folle dei primi CCCP ma il contributo di nuovi e validi collaboratori spinge il sound del gruppo verso orizzonti inesplorati (“in realtà i CCCP non c’erano più ed era arrivata la musica”).
Tedio domenicale: quanta droga consuma! Tedio domenicale: quanti amori frantuma!” sono le parole che aprono Aghia Sophia, una lunga suite che inaugura la sezione dell’album denominata Epica. Cupo tango con tanto di fisarmonica, il pezzo indugia in un intermezzo recitativo per poi tornare a ritmi sostenuti, con Ferretti che urla esasperato “cittadine, cittadini, il moderno è iniziato e finito, voilà l’età del liberodemocraticoprogresso!”. Poi la canzone cambia ancora, si trasforma in un punkettone militaresco in cui numerose voci tornano ad intonare il tema dell’introduzione con risultati a dir poco estranianti. In Paxo de Jerusalem riaffiorano suggestioni mediorientali, questa volta con toni intimi ed acustici, mentre Ferretti si perde in un delirio mistico-religioso inneggiando a Dio e al Santo Sepolcro. Sofia riprende il tema di Aghia Sophia, eseguito su un organetto diatonico con accompagnamento di battimani.
Dopo un episodio così “casalingo” Narco’ $, che apre la sezione Etica, prende l’ascoltatore di sorpresa. Maroccolo partorisce un aggressivo riff di basso distorto, supportato dai tamburi furiosi di De Palma e dalle tastiere ambient di Magnelli. Ferretti salmodia con tono febbrile una cantilena in linea con l’edonismo socialista di fine anni ‘80: “sai che fortuna essere liberi, essere passibili di libertà che sembrano infinite, e non sapere cosa mettersi mai, dove andare a ballare, a chi telefonare…stupefacente, stanotte resto fuori, vado in macchina al mare, vedo di rimorchiare…la dolce vita, la dolce vita”. A mo’ di sberleffo, il mix cambia a metà del pezzo facendo emergere l’intermezzo di Baby Blue, un lungo e folle monologo anglomaccheronico di Fatur. Campestre suona proprio come ci si aspetterebbe, lirica e pastorale. Il testo, praticamente un haiku, inneggia alla semplicità e bellezza della vita di campagna. La lugubre linea di basso e le chitarre Wah-Wah di Depressione Caspica ci trascinano dalle parti della psichedelia, mentre Ferretti è più ermetico che mai: “No, non ora, non qui in questa pingue immane frana…se l’ obbedienza è dignità, fortezza, la libertà una forma di disciplina, assomiglia all’ ingenuità la saggezza…”.
Dopo il breve In Occasione della Festa, che apre Etnica, è il turno del suggestivo tango di Amandoti. Gli unici ingredienti musicali sono qui la voce di Ferreti e le tastiere di Magnelli. Le parole hanno una valenza talmente universale che saranno riprese anni dopo persino da Gianna Nannini in una fortunata cover: “Amarti m’affatica, mi svuota dentro, qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto, amarti m’affatica, mi dà malinconia, che vuoi farci è la vita, è la vita la mia”. Il ritmo gioioso de L’Andazzo Generale esplode nell’ironico ritornello “cosa nostra, causa nostra”, che è in realtà una constatazione piuttosto amara. Al Ayam è un’escursione in territori musicali etnico popolari a base di mandolini e derbouka, interamente eseguita da musicisti arabi. Dopo lo scherzoso intermezzo Appunti di un viaggiatore nelle terre del socialismo reale (letteralmente: “A-Uh”) il tema portante del pezzo verrà recuperato in Mozzill’ o Re, una scatenata sarabanda folk-punk che denuncia ancora una volta il malcostume dell’epoca (“ecco arriva l’uguaglianza, si trascina la libertà, tutti ricchi un po’ di più, i più ricchi ancor di più…liberté, egalité, io rubo a te tu rubi a me”). Una seconda Campestre combina il riff mediorientale dei due brani precedenti con uno scacciapensieri e la traccia vocale della prima incisione.
A questo punto giungiamo agli apici emozionali dell’intero lavoro, non a caso riuniti sotto l’etichetta di Pathos. Maciste contro tutti è un’altra lunga suite in tre movimenti. Da prima è il basso profondo di Maroccolo a sostenere il ritmo, mentre Ferretti intona parole che, con cupa violenza, si scagliano contro la decadenza dilagante: “non temerai i terrori della notte, non temerai il terrore…all’ occhio un occhio, giudice, dente per dente!…ma si può ascendere in virtù di una forza che è discendente…soffocherai tra gli stilisti, imprecherai tra i progressisti, maledirai la Fininvest, maledirai i credit cards”. Poi il pezzo cambia marcia, acquisendo toni epici e marziali. Canali urla a gola spezzata: “Costanzo show, Italia olè, Mozzillo re, Ueh!”. Ed ecco la musica cambiare di nuovo, farsi struggente, mentre le parole assumono connotati mistici (“sembra sole nascente, il sole d’ Occidente, sembra sole che nasce, questo sole calante”). In chiusura Annarella, una splendida melodia di tastiera e chitarra e poche semplici parole: “lasciami qui, lasciami stare, lasciami così, non dire una parola che non sia d’ amore, per me per la mia vita che è tutto quello che ho, è tutto quello che io ho e non è ancora finita”. Scritta da Ferretti pensando al padre, viene dedicata alla benemerita soubrette come gesto di affetto; è un modo per prendere congedo da quell’anima teatrale ed eccessiva che aveva caratterizzato la band, e quindi un epitaffio per i CCCP stessi. Il gruppo si sarebbe sciolto nel Novembre del 1990. Gli anni ottanta erano ormai finiti: il mondo che avevano celebrato, dopo la caduta del muro e la dissoluzione dell’URSS, non esisteva più (“sparita la DDR, morto Pajetta, uscito l’ ultimo disco dei CCCP: era una storia finita al di là della nostra volontà”). Era tempo di cambiamenti. Ferretti e Zamboni, come gli eventi avrebbero dimostrato, non si sarebbero fermati qui. Ma questa, come si suol dire, è un’ altra storia.

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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